Pristina, lo Ju Program (foto Gughi Fassino)

In vista dei negoziati sullo status finale della Provincia la libertà di movimento è uno degli standard principali che le autorità kosovare devono garantire. A che punto siamo?

23/05/2005 -  Biserka Ivanović

Il 2005 sarà - secondo molti analisti, politici del Kosovo e molti politici che all'estero si occupano della questione kosovara - un anno cruciale.

Quest'anno verranno valutati i famosi "standard" posti dall'UNMIK quale condizione sine qua non per avviare i negoziati sullo status, politica ben riassunta dal motto "standard prima dello status". Una prima valutazione in merito doveva già essere resa pubblica a metà maggio ma per come si sta ponendo la situazione non è probabile che ciò avvenga prima di settembre.

Quest'anno il Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, nominerà dei propri inviati per valutare il rispetto degli standard e per lavorare poi sul dialogo tra Belgrado e Pristina.

La preoccupazione maggiore che sembra emergere da tutti gli interventi del Segretario generale in merito al Kosovo è legata alla libertà di movimento delle minoranze.

La libertà di movimento rientra tra i diritti umani fondamentali ma qui in Kosovo rappresenta qualcosa in più.

La libertà di movimento è uno degli standard principali da raggiungere prima che il Kosovo ottenga semaforo verde per avviare i negoziati sullo status finale.

Non è possibile rispondere semplicemente si o no alla domanda se le minoranze abbiano o meno libertà di movimento in Kosovo.

Questo innanzitutto perché non vi è una sola verità, le realtà locali nelle quali vivono le comunità non -albanesi, ed in particolare i serbi, sono diverse tra loro. Inoltre non vi è un modo univoco d'intendere la libertà di movimento.

Se ci si confronta con albanesi del Kosovo in merito alla libertà di movimento è probabile emergano due posizioni distinte tra loro: per alcuni la situazione è molto migliorata rispetto al passato ma le minoranze dovrebbero essere molto caute (soprattutto a causa di possibili vendette di chi ha perso parenti durante la guerra); altri invece vi diranno che i serbi del Kosovo e le altre comunità non-albanesi possono muoversi liberamente in tutto il Kosovo.

Se si pone invece la stessa domanda ai serbi del Kosovo la maggioranza risponderà che sono profondamente preoccupati per la situazione generale del Kosovo e che non si sentono tranquilli di camminare per le strade di Pristina come accadeva prima del 1999.

Tra l'altro i serbi residenti a Pristina che possono provare ad esercitare questa libertà di movimento non sono oramai più di 200.

Ma occorre anche chiedersi se ad esempio i cittadini kosovaro-albanesi possano recarsi liberamente a Mitrovica nord, parte della città sul fiume Ibar abitata in prevalenza dai serbi del Kosovo?

Sfortunatamente la risposta è no.

Neppure i politici kosovari hanno spesso visitato in questi anni le aree del Kosovo abitate in prevalenza dai serbi. Facendo questo non hanno certo favorito il dialogo.

Indicativa sull'interesse che il governo kosovaro sembra nutrire nei confronti della vita che i serbi del Kosovo si ritrovano ad affrontare nelle enclaves è stata la recente visita del Ministro degli affari pubblici Melinate Termkolli e dei suoi aiutanti nei villaggi abitati da serbi della municipalità di Skenderaj/Srbica.

L'obiettivo ufficiale di quest'ultima era quella di raccogliere informazioni in merito all'implementazione degli standard ma la Ministra Termkolli ha anche dichiarato di voler conoscere meglio i bisogni di chi vive in questa municipalità in modo da contribuire ad un miglior clima di cooperazione, ad una maggior sicurezza e libertà di movimento per tutti i cittadini del Kosovo.

"Tutti i cittadini del Kosovo dovrebbero sentirsi sicuri in merito alle loro proprietà in uno Stato indipendente e democratico. La situazione in Kosovo è cambiata ed i serbi devono capirlo e non dovrebbero farsi strumentalizzare da Belgrado. Gli interessi dei serbi devono essere difesi in Kosovo e non a Belgrado", ha affermato la Termkolli. Forse non le parole più appropriate per favorire il dialogo.

I serbi del luogo hanno informato il Ministro Termkolli dei loro maggiori problemi. Tra questi il lavoro che ritengono debba essere fatto dal governo del Kosovo in merito alla libertà di movimento. A partire dalla libertà di recarsi nelle proprie case, nei propri campi, nelle proprie foreste.

La questione della libertà di movimento in Kosovo non è semplice come potrebbe apparire. La realtà delle cose è sfaccettata ed il Kosovo vive oggi contesti molto differenti tra loro.

Gli albanesi del Kosovo in generale ritengono di essere stati chiari e disponibili in merito all'integrazione dei serbi nella società kosovara, sul loro rientro e sul fatto che possono esercitare liberamente tutti i loro diritti di cittadinanza ma poi si viene a sapere ad esempio di una casa a Vranjevac - quartiere di Pristina - bruciata dopo essere stata restituita dall'ente preposto ai suoi legittimi proprietari, serbi. Ci si chiede allora dove stia la verità.

Gli analisti politici in Kosovo affermano che il problema dei serbi del Kosovo è esclusivamente politico e che le attuali istituzioni del Kosovo non possono risolvere alcuna delle questioni cruciali esclusivamente contando sulle proprie forze. Senza un accordo internazionale nel quale vengano coinvolti e garantiti in modo credibile sia Pristina che Belgrado parlare di integrazione dei serbi del Kosovo - e con questo si intende la normalizzazione delle loro condizioni di vita e perlomeno la libertà di movimento - sarebbe solo propaganda e fiction, niente più.

Vi sono anche altre minoranze in Kosovo che non vivono gli stessi problemi dei serbi. E' il caso della comunità bosniaca, in gran parte residente a Prizren e Pec/Peja. I suoi membri possono muoversi liberamente. Pochi problemi li ha anche la comunità turca, che parla albanese. Anche le comunità di Ashkali ed Egiziani non hanno problemi di libertà di movimento, anche se durante gli scontri del marzo 2004 la comunità Ashkali venne fatta evacuare da Vushtrri/Vucitrin. Quelle comunità rom che abitano invece nelle enclaves serbe - e non parlano albanese - ne condividono invece anche i problemi legati alla libertà di movimento.

Non è quindi sbagliato affermare che il problema complesso della libertà di movimento della comunità serba è profondamente condizionato dalle circostanze politiche che ha vissuto il Kosovo in questi ultimi anni. Il fatto inoltre che gran parte di loro risieda ancora in enclaves ostacola ogni loro partecipazione alla vita politica e pubblica del Kosovo.

D'altro canto non è accettabile la posizione di coloro i quali - tra gli albanesi del Kosovo - affermano che la libertà di movimento dipenda esclusivamente dai serbi, dal loro volere o meno muoversi. Dimostrando invece ai serbi, con le parole e le buone pratiche, che li si accetta nella nuova società del Kosovo - e non facendolo esclusivamente per rispettare gli standard posti dalla comunità internazionale - la comunità albanese potrebbero indicare a tutti i cittadini del Kosovo che una via verso la convivenza e verso una vita in pace è possibile.


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