Alla frontiera tra Kosovo e Macedonia - F.Martino

Alla frontiera tra Kosovo e Macedonia - F.Martino

Dopo l'apertura a Bosnia Erzegovina ed Albania, il Kosovo è rimasto oggi l'unico paese dei Balcani escluso dalla "lista bianca" di Schengen. Per viaggiare, i kosovari sono costretti a lunghe procedure per richiedere il visto, oppure a richiedere "passaporti alternativi" in modo legale o illegale

28/12/2010 -  Veton Kasapolli Pristina

A dicembre, quando le temperature scendono abbondantemente sotto lo zero, in Kosovo non è consigliato stare troppo all’aperto. E’ questo il motivo principale per cui Gezim R., 40 anni, di Pristina, ha deciso di non mettersi in fila come tanti davanti ad una delle ambasciate dei paesi Ue. “Non mi va di restare ore ed ore in piedi di fronte ad un’ambasciata, soltanto per viaggiare per l’Europa”, ci confida Gezim, proprietario di un caffè nel centro di Pristina.

Il Kosovo è oggi l’unico paese dei Balcani occidentali i cui cittadini devono esibire un visto per viaggiare verso i paesi dell’Unione europea . Recentemente, la Commissione europea ha inserito Albania e Bosnia Erzegovina nella cosiddetta “lista bianca” di Schengen, e anche i cittadini di questi paesi possono viaggiare senza visto a partire dallo scorso 15 dicembre.

Se la vicina Albania è rimasta il paese più isolato d’Europa per più di 60 anni, nella regione è ora il Kosovo ad essere precipitato in questa scomoda situazione. Gezim ricorda, negli anni ’80, lunghi viaggi con sua sorella verso Francia e Germania, quando l’unica preoccupazione era fare la valigia.

“Allora ero soltanto un teenager, e amavo viaggiare in treno”, ricorda Gezim, parlando delle lunghe vacanze estive di allora, quando veniva ospitato dai cugini che vivevano in vari paesi europei. Oggi non sono soltanto le lunghe procedure ad infastidirlo, ma anche l’atteggiamento dei paesi dell’Ue verso chi richiede un visto d’ingresso. “Dobbiamo fornire coordinate bancarie, certificati di nascita, documenti che attestano proprietà e un sacco di altre scartoffie. Siamo costretti a rendere pubblici troppi dettagli della nostra vita privata. Non credo sia giusto”.

Migliaia di richieste di visto vengono consegnate ogni mese, a Pristina, in diverse ambasciate dei paesi Ue. I motivi della richiesta sono i più vari: questioni familiari, mediche, turismo, viaggi d’affari. Senza visto, i cittadini kosovari possono viaggiare solo nei paesi confinanti di Albania, Montenegro e Macedonia.

Il dialogo con Bruxelles

Nel breve periodo, secondo Venera Hajrullahu, direttrice della Kosovar Civil Society Foundation  (KCSF) ed esperta del processo di integrazione europea del Kosovo, evoluzioni positive nel campo della libertà di movimento sono difficilmente pronosticabili.

“La Commissione europea si è impegnata a lanciare i negoziati sulla liberalizzazione dei visti ‘a breve’”, sostiene la Hajrullahu. Per l’esperta, il primo passo per il Kosovo è ottenere dall’Ue un documento con chiari punti di riferimento sulle riforme da attuare per sbloccare il processo.

Le istituzioni di Pristina speravano che il dialogo con Bruxelles sul processo di abolizione dei visti sarebbe iniziato lo scorso settembre, data fortemente pubblicizzata dal governo. Quando le speranze non si sono trasformate in realtà, però,  il governo kosovaro ha scaricato ogni responsabilità, accusando invece la diplomazia europea. Dagli uffici dell’Ue a Pristina si sono limitati a rispondere laconicamente che “il Kosovo non è ancora pronto”.

La liberalizzazione dei visti è stata uno dei temi centrali nelle promesse fatte dai leader politici nelle recenti elezioni politiche del 12 dicembre 2010. Il più attivo in questo senso è stato Hashim Thaci che, in caso di vittoria per il suo Partito democratico del Kosovo (PDK), ha promesso al suo elettorato che i cittadini kosovari potranno viaggiare liberamente entro quindici mesi. Gli altri soggetti politici sono stati più prudenti, ribadendo la necessità di cooperare con Bruxelles per rispondere ai criteri necessari nel più breve tempo possibile.

La Hajrullahu non si lancia in previsioni sulla tempistica, ma sostiene che non ci sono al momento impedimenti seri all’inizio del dialogo tra Pristina e Bruxelles sulla questione dei visti. Una posizione rafforzata dalle stesse istituzioni europee, che hanno ribadito più volte che la posizione del Kosovo dovrebbe essere presa in considerazione senza pregiudizi rispetto alla questione dello status. Una precisazione importante, se si considera che cinque paesi Ue hanno deciso di non riconoscere l’indipendenza dichiarata dal Kosovo nel febbraio 2008.

Il governo sostiene che tutti i requisiti siano stati soddisfatti, e segni incoraggianti sono arrivati anche dal Progress Report 2010  della Commissione europea, dove si afferma che il Kosovo ha fatto progressi nella legislazione e nei rimpatri, condizioni cruciali nel processo. Nel 2009, secondo i dati forniti da Pristina, 4.800 kosovari sono stati rimpatriati da paesi dell’Unione europea.

Restano però da fare serie riforme nelle aree dello stato di diritto, della lotta contro il crimine organizzato e la corruzione, della gestione delle frontiere e delle politiche migratorie, della sicurezza dei documenti di viaggio e della tutela dei dati personali.

“E’ illogico da parte dell’Ue non avere un dialogo sulla questione dei visti con il Kosovo, un paese piccolo e già parte della politica di allargamento dell’Unione, e che ospita la sua più grande missione internazionale (Eulex ) concentrata proprio sui settori dello stato di diritto e della giustizia, aree di importanza centrale nel processo di liberalizzazione dei visti”, sostiene la Hajrullahu. “Lasciare solo il Kosovo in condizione di isolamento va a detrimento non solo del paese, ma di tutti i Balcani occidentali”.

In cerca di alternative

Il lungo isolamento del Kosovo, cominciato a inizio anni ’90, è divenuto ancora più opprimente dopo il conflitto armato del 1999. Negli anni dell’amministrazione ONU (e fino al 2009) i kosovari potevano ricevere unicamente un documento di viaggio dell’UNMIK, non riconosciuto però da molti paesi, talvolta neanche dalle autorità della vicina Macedonia.

Dopo la dichiarazione di indipendenza, le autorità di Pristina hanno iniziato a distribuire passaporti con le insegne del nuovo stato. A parte l’orgoglio, però, il nuovo documento non ha avuto quasi alcun effetto nell’aumentare la possibilità dei kosovari di viaggiare all’estero.

Oggi ai kosovari si apre però una nuova possibilità: ottenere un passaporto albanese, in modo legale o illegale. L’ambasciata albanese a Pristina ha confermato il forte aumento nel numero di kosovari che hanno iniziato le procedure per richiedere la cittadinanza.

A richiedere un passaporto albanese sarebbero anche numerosi membri del parlamento di Pristina, questione che per il governo kosovaro non rappresenta però un problema. Le procedure sono lunghe e complesse. I kosovari però, a differenza di altri richiedenti, possono ricevere il passaporto albanese in tre anni invece dei cinque previsti.

Ricorrere ad un “passaporto di riserva” non è una novità per i kosovari. Migliaia di persone possiedono infatti il passaporto serbo. A differenza di Tirana, ufficialmente Belgrado non ha posto alcun limite alla possibilità di richiedere il passaporto, visto che considera il Kosovo parte integrante dello stato serbo.

Attualmente, però, il passaporto serbo ha perso buona parte del suo appeal per i kosovari. Il territorio del Kosovo è stato infatti escluso dal beneficio della liberalizzazione dei visti quando la Serbia è stata ammessa nella “lista bianca” di Schengen nel dicembre 2009, insieme a Montenegro e Macedonia. Di fatto, i passaporti di cittadini serbi residenti in Kosovo non hanno accesso al regime facilitato.

C’è comunque chi tenta la strada di ottenere un passaporto serbo con una residenza fittizia in Serbia. Elvis B. l’ha fatto attraverso l’aiuto di un mediatore. “E’ una questione di routine. Devi solo conoscere le persone giuste e avere in tasca duemila euro”, racconta apertamente Elvis nel salone di un barbiere a Pristina. I soldi, precisa Elvis, servono a corrompere le autorità, visto che le pratiche formali per il passaporto costano appena cinquanta euro. Prima di ottenere il passaporto serbo, Elvis ha dovuto naturalmente spostare la sua residenza in una città della Serbia.

Appena tornato da Belgrado, Elvis conferma però che le autorità serbe hanno rafforzato i controlli, e che oggi ottenere un passaporto è più difficile. Ma le affermazioni del governo serbo, che sostiene che la compravendita di documenti sia stata del tutto bloccata, possono essere smentite soltanto facendo un po’ di domande nel centro di Pristina.

A partire dal 2009, tra l’altro, cittadini del Kosovo hanno cominciato a tentare la strada di ottenere passaporti anche dal Montenegro e dalla Macedonia.

Vacanze in isolamento

Dopo che il Kosovo è rimasto l’unico paese escluso dal regime di liberalizzazione dei visti, i suoi cittadini sono oggi i più isolati nell’intera regione balcanica. Quest’anno, saranno i cittadini di Albania e Bosnia Erzegovina (almeno quelli che possono permetterselo), a scegliere in quale città europea passare il Capodanno. Dal 2009 la stessa possibilità è stata assicurata ai cittadini di Serbia, Montenegro e Macedonia.

Sorseggiando un tè nel suo locale, proprio di fronte al palazzo del governo a Pristina, Gezim ripensa ad un altro anno di promesse mancate sulla liberalizzazione dei visti. Se non ci fossero state restrizioni, sarebbe ora in qualche località delle alpi svizzere, a festeggiare le vacanze insieme alla sua famiglia.


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