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Dennis Skley/flickr

Secondo recenti stime, la penetrazione di Internet in Kosovo presenterebbe tassi elevatissimi, più alti di tutti i paesi dell'ex Jugoslavia. Un dato che fa trasparire un potenziale anche economico importante, ma ancora tutto da sviluppare

26/11/2013 -  Matteo Tacconi

Una cifra insospettabile: 76,62%. A tanto ammonta il tasso di penetrazione di Internet in Kosovo. E se preso di per sé dicesse poco, metterlo a confronto con quelli dei paesi dell’ex Jugoslavia ne fa emergere l’eccezionalità. Secondo le proiezioni 2009-2013 della Banca mondiale, infatti, nessun altro, tra gli stati sorti sulle ceneri della vecchia patria federale degli slavi del sud, vanta statistiche simili. La Slovenia arriva al 70%, la Bosnia al 65,4, la Croazia e la Macedonia al 63. Seguono il Montenegro (65,8%) e la Serbia, fanalino di coda con il 48,1%.

Non basta. La diffusione di Internet in Kosovo non è così inferiore a quella dei paesi più industrializzati al mondo. Il tasso degli Stati Uniti, sempre secondo la Banca mondiale, è pari all’87%. Quelli della Germania, della Francia e del Regno Unito all’84%, all’83% e all’81%. Ci sono alcuni giganti, poi, che su questo fronte hanno i piedi d’argilla. In Russia è online solo il 53,3% della popolazione. In Italia poco più: 58%.

Qualche dettaglio

Ora, la Banca mondiale, alla voce Kosovo, non fornisce cifre. La casella è vuota. Infatti quel 76,62%, strabiliante per un paese tutt’altro che ricco e dove una grossa fetta di popolazione vive in aree rurali, arriva da una recente ricerca portata a termine dall’Associazione del Kosovo per la tecnologia della comunicazione e dell’informazione (STIKK). È un’agenzia costituita nel 2006 su iniziativa della Camera di commercio kosovara e resa operativa dal sostegno economico di alcuni soggetti privati, come pubblici (tra questi il governo norvegese). I risultati del rapporto incrociano i numeri raccolti tramite un sondaggio – campione 1050 persone, residenti in 30 diverse municipalità – con quelli stoccati al tempo del censimento del 2011. Sembrano dunque abbastanza attendibili, pur se non vanno presi come un dogma.

Andando nel dettaglio, scavando un po’, emergono dinamiche interessanti in merito al rapporto tra Internet e la popolazione. Intanto, la STIKK stima che ci sarebbero un milione e 80mila utenti in tutto e che a livello di genere l’accesso alla rete è molto bilanciato (50,38% uomini e 49,62% donne). Quanto all’età, le fasce di popolazione più connesse sono quella compresa tra i 10 e i 19 anni e quella tra i 20 e i 29. Entrambe con una percentuale, sul computo totale di chi sta online, del 26,83%.

Il link con la diaspora

Dove e come si naviga? Facebook è molto gettonato. Il 73,29% degli utenti kosovari ha un profilo. Il 65,37% fa uso di Skype. Il 65,25% consulta con frequenza la posta elettronica. Poco diffuso, invece, Twitter.

La rete, in Kosovo, ha soprattutto una funzione di socialità. È proprio questo uno dei due ingredienti – l’altro è la popolazione giovane – dell’ampia diffusione di Internet. La STIKK ritiene che il web serva a creare un ponte tra il Kosovo e la folta diaspora; tra chi vive a Pristina, Mitrovica, Prizren, Peja/Pec e chi invece risiede all’estero: Germania, Svizzera, Austria, paesi scandinavi, Stati Uniti, Canada. Facebook fa vedere quello che fanno i parenti emigrati o quelli, visti dai primi, rimasti in Kosovo. Con Skype si aggirano i costi delle telefonate.

Un ulteriore elemento che consolida la funzione di Internet come link tra Kosovo e comunità kosovare nel mondo è il radicamento della rete nelle aree rurali. L’83% delle famiglie che risiedono fuori dai centri urbani ha una connessione.

Un’economia software?

Rilevante penetrazione di Internet, buona alfabetizzazione informatica, popolazione giovane. È evidente che la rete non serve solo a coltivare rapporti con i familiari all’estero, e tra giovani e giovani. In prospettiva può diventare una risorsa economica, una leva per la crescita. Tra i compiti della STIKK, d’altro canto, c’è quello di favorire l’attrattività economica del settore dell’information technology, stimolando la nascita di aziende locali e attirando investimenti dall’estero.

Secondo il Journal of Outsourcing, che al Kosovo ha dedicato un approfondimento nel 2011, i comparti dell’hi-tech e delle comunicazioni possono dare in questo senso un possente impulso. La buona conoscenza delle lingue da parte dei giovani, come le loro abilità informatiche, rappresentano un grosso bacino di manodopera da cui gli investitori possono attingere. E visto che l’apparato produttivo è decisamente fragile (non c’è un’ossatura manifatturiera e non c’è una rete robusta di Pmi), senza contare la disoccupazione altissima, investire nell’economia software sembra per Pristina una strada segnata.

Ma un conto è il dire, uno il fare. Per creare lavoro e attirare investimenti è necessario innalzare la competitività, contrastare le cattive pratiche nella pubblica amministrazione e fare tante altre cose ancora. Qualcosa, però, sullo sfondo si muove. Lo scorso marzo il parlamento ha varato una legge sull’istituzione di zone economiche speciali dove vigeranno condizioni particolarmente vantaggiose a livello di regime fiscale o doganale. Il provvedimento menziona anche l’istituzione di parchi tecnologici, in sinergia con le istituzioni universitarie, destinati alla nascita e alla crescita di attività con un alto contenuto tecnologico. Può essere un inizio. 

 

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