Una pagina dell'edizione della rivista di Kosovo 2.0 dedicata al sesso

La caporedattrice di Kosovo 2.0, ad un anno dalla coraggiosa pubblicazione di un numero della propria rivista dedicata a sesso e sessualità, fa il punto della situazione. Allora vi furono violenti attacchi. E ora, cos'è cambiato?

07/01/2014 -  Besa Luci

(Pubblicato originariamente su Kosovo 2.0, il 14 dicembre 2013)

Un anno fa, Kosovo 2.0 si è trovato al centro di un grande dibattito pubblico e ha dovuto affrontare reazioni ostili e attacchi violenti. Con il lancio del numero 4 della nostra rivista, intitolato "Sesso", per la prima volta un mezzo di stampa in Kosovo ha avviato un vero e proprio dibattito pubblico sul sesso e la sessualità. È stata anche la prima volta che un gruppo autoproclamatosi "di polizia religiosa" ha tentato di controllare la sfera pubblica.

La storia è stata raccontata molte volte con interpretazioni diverse a seconda della fonte. Ecco un breve riassunto dei fatti:

Nei giorni che hanno preceduto la presentazione della nostra rivista, un gruppo di islamisti radicali, teppisti e altri si è mobilitato per riempire di messaggi faziosi, inesatti e odiosi i social-media, nonché a diffondere dichiarazioni rilanciate poi dai media mainstream. Il loro obiettivo era chiaro: impedire con ogni mezzo che avesse luogo un evento "immorale". Alcuni di essi hanno definito il lancio del numero della nostra rivista come un "festino del sesso", altri l'hanno preso come una sorta di gay pride. I sostenitori della libertà d'espressione però hanno compreso la nostra iniziativa: stavamo offrendo una piattaforma per il dibattito e il cambiamento.

Tuttavia, le calunnie diffuse hanno causato un assalto di una ventina di persone ad un Centro giovanile (dove si stava presentando un numero della rivista, ndr), a cui ha fatto seguito la stessa notte una protesta minacciosamente sciovinista di 200 persone, e un altro attacco, due giorni dopo, agli uffici di Libertas, una ong per la difesa dei diritti Lgbt.

Nei giorni successivi a questi fatti, gli elementi emersi hanno spinto molti a dubitare dell’autenticità dell’impegno del Kosovo per uno stato laico, e dell’efficacia della costituzione e della legislazione contro le discriminazioni. Da molti è stata espressa incertezza anche su quanto istituzioni come la polizia e la magistratura siano pronte a difendere lo stato di diritto e garantire la sicurezza pubblica.

Quali conseguenze?

Ci è voluto quasi un anno di indagini da parte della polizia del Kosovo, sotto la supervisione di Eulex, prima che gli stessi procuratori di Eulex formulassero lo scorso ottobre un atto d’accusa contro i presunti responsabili degli attacchi violenti. Tre persone sono state accusate dell’attacco al Centro giovanile, la seconda udienza si terrà il 26 dicembre 2013. Tenendo questo a mente è importante notare che, se non fosse stato per la pressione esercitata dalla comunità internazionale, il caso sarebbe stato abbandonato. Speriamo che ora costituisca un precedente giuridico per il futuro.

Questo caso è stato seguito da una crescente richiesta di maggiore impegno istituzionale da parte di molti. Rajmonda Sylbije, direttrice dell’organizzazione per i diritti umani Cell, ha dichiarato che "se confrontiamo la situazione attuale con quella che esisteva prima degli attacchi di dicembre dello scorso anno, ci sono state molte più iniziative da parte del governo per affrontare la questione dei diritti Lgbt".

Queste parole sono state pronunciate il 12 dicembre 2013 in una conferenza dal titolo "Integrazione delle comunità Lgbt e dei diritti umani in Kosovo - la situazione attuale , le politiche e l'impegno per il 2014", organizzato dal ministro per l'Integrazione europea. La conferenza fa parte di un’iniziativa complementare tenuta dall’ufficio per il Buon governo (un ufficio governativo), che ha istituito un "gruppo consultivo e di coordinamento a livello nazionale per i diritti delle comunità Lgbt". Questo gruppo è composto da rappresentanti delle istituzioni statali, nonché da organizzazioni della società civile locali e internazionali che lavorano per tutelare e promuovere i diritti Lgbt in Kosovo. Il loro mandato prevede di intraprendere azioni congiunte per prevenire e combattere la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale .

Così com’è, questa iniziativa è in una fase iniziale e c’è un sacco di lavoro da fare. Ma almeno è un inizio. Alla conferenza, sia Sylbije che il ministro Vlora Citaku hanno parlato dell’importanza di un maggiore coordinamento tra governo e società civile. L'approccio proposto è quello corretto, dato che la lotta per i diritti Lgbt è multiforme, legata da un lato alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui diritti umani, e dall’altro a un impegno istituzionale trasversale che coinvolge polizia, magistratura, ministero dell’Istruzione, ministero della Salute e altro ancora.

Infranta la cultura del silenzio

Il livello di attenzione deve essere altrettanto alto quando si tratta di dibattito pubblico riguardo questi problemi. Un anno fa l'indignazione che ha accerchiato Kosovo 2.0 era dovuta in gran parte a disinformazione e strumentalizzazioni. Si è cercato di condizionare e controllare quali libertà possano essere discusse sulla pubblica piazza e quali no. Dibattiti sui canali televisivi nazionali hanno riunito sociologi, rappresentanti dei media, membri di gruppi islamici e rappresentanti dello stato, portando sempre la discussione in termini di rapporti tra religione e diritti Lgbt. Nei loro sforzi per moralizzare e polarizzare il dibattito si è persa l’opportunità di avere qualsiasi tipo di discussione sui grandi temi della libertà di espressione e dei diritti umani.

Ma fin dall'indomani di quanto accaduto (e della risposta violenta che hanno generato), la cultura del silenzio è stata infranta. Nel corso dell’anno scorso vari media hanno raccontato nuove storie sui diritti Lgbt, mentre altri hanno sottolineato le responsabilità istituzionali. Alcuni programmi televisivi di intrattenimento hanno iniziato a parlare di tematiche Lgbt nei loro spettacoli e, solo di recente, due dei miei studenti del Dipartimento di giornalismo presso l'Università di Pristina hanno scelto di lavorare su una campagna di sensibilizzazione sui diritti delle persone Lgbt per il corso di Pubbliche relazioni.

Ma oggi vorrei parlare anche di un’altra questione. Risfogliando il numero "Sesso" e i diversi articoli e storie che offriva, penso, ora come al momento della sua uscita, che la maggior parte di loro racconti di come i ruoli di genere predeterminati influenzino o tentino di determinare ciò che è ritenuto un comportamento o un linguaggio socialmente "accettabile". Cioè, di come il nostro sesso alla nascita è inteso e costantemente modellato durante la nostra vita attraverso identità di genere prescritte: attraverso aspettative circa i modi in cui dovremmo “interpretare” questi ruoli e delle inclusioni ed esclusioni che ne derivano.

Esempi di quest’ultimo caso sono stati onnipresenti nei media lo scorso anno. Di particolare rilievo è il trattamento sessista cui è sottoposta in maniera ricorrente la presidente del Kosovo, Atifete Jahjaga, quando i suoi discorsi pubblici non sono discussi in termini di contenuto, ma piuttosto in termini di ciò che indossava, di come parlava e muoveva il suo corpo. Queste critiche non sono critiche politiche o sociali, non sono critiche dei suoi meriti (o demeriti), ma semplici episodi di oggettivazione sessuale.

Molte altre donne e ragazze potrebbero riferire di un trattamento simile, che siano impegnate in politica, nell’imprenditoria, nella carriera accademica o in altre cause sociali.

Tuttavia oggi, quando rifletto sugli incidenti del 14 dicembre 2012 - non importa se riemergono i ricordi di un'iniziale miscela di rabbia, delusione, paura fisica e frustrazione - preferisco guardare il cambiamento che ne è seguito. Non importa quanto piccolo possa apparire: ha gettato le basi su cui possiamo lavorare e spingerci in avanti.

Il nostro obiettivo con il numero "Sesso" della rivista - ma in realtà anche con tutti gli altri numeri pubblicati - era ribadire il nostro impegno giornalistico nel creare un dibattito sulle questioni che sono oggetto di ingiustizia politica, sociale e disuguaglianza. Abbiamo abbracciato questo impegno da giornalisti responsabili e consideriamo questo ruolo implichi di riferire le ingiustizie, rompere le barriere alla partecipazione e battersi contro norme sociali e politiche che soffocano la vita pubblica.

In un ambiente mediatico che è dominato da quotidiani zeppi di notizie di stretta attualità e commenti realizzati in fretta e furia,  abbiamo deciso di affrontare e colmare il gap informativo che è il risultato inevitabile di un tale paesaggio. Il formato della nostra rivista ci permette di prenderci il tempo necessario a informare preventivamente ed esaurientemente i lettori attraverso numeri tematici in cui affrontiamo argomenti che raramente ricevono l’attenzione dei grandi media. Il numero " Sesso" è uno di questi e rappresenta queste nostre intenzioni come qualsiasi altro numero pubblicato.

La discussione creata da questo numero era una di quelle che credevamo fermamente di dover stimolare. Avevamo già pianificato, a partire dallo scorso dicembre, di far seguire il numero "Sesso" da uno sul tema dello spazio pubblico, e gli incidenti dello scorso anno non hanno fatto altro che chiarire la necessità di una tale discussione.

Continuiamo a raccontare storie di emarginati e continueremo a scrivere e parlare di disuguaglianze.


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