In una nazione dove il 70% della popolazione ha meno di trent'anni, ma conta molto poco, è nato il progetto KOSOVO 2.0. Una voce fuori dal coro, con grande creatività. Un'intervista alla sua ideatrice, Besa Luci

07/02/2012 -  Cecilia Ferrara

Incontriamo Besa Luci al Dit' e Nat' (Giorno e Notte) di Pristina, un caffè-libreria, un locale un po' radicalchic e po' trendy dove si legge, si lavora, si beve un caffè e si fissano gli appuntamenti.

Il Dit' e Nat' è uno dei simboli del cambiamento culturale che piano piano sta investendo Pristina, così come lo è il progetto editoriale ideato da Besa Luci e dal fotografo olandese Joan De Boer: Kosovo 2.0.

“Kosovo 2.0 è nato durante un pranzo con Joan nell'ottobre 2009 – racconta Besa a OBC – per dare voce ai giovani del Kosovo”. In una nazione dove il 70% della popolazione ha meno di trent'anni, ma conta molto poco, può essere un esperimento interessante.

Besa, che oggi è caporedattrice di Kosovo 2.0, nel 2009 era appena tornata dopo sei anni di studi all'estero: in Bulgaria per l'università e negli Stati uniti per un master in giornalismo e comunicazione di massa. Ha vissuto con un po' di difficoltà il rientro in Kosovo. “Naturalmente tornavo qui spesso – racconta – quindi non è che non conoscessi il Paese o la direzione che stava prendendo, ma mi spaventavano in particolare le prospettive lavorative: non mi vedevo in nessuno dei contesti che conoscevo qui a Pristina. Aprire un portale di bloggers è stata una risposta anche a questa esigenza”.

Dopo il sito web, nel luglio 2011, è arrivato anche il magazine in tre lingue: inglese serbo e albanese (così come il sito) in tutto 6000 copie distribuite in Kosovo e nella regione. Entrambi i prodotti, web e cartaceo, si caratterizzano per la grafica accattivante, la cura dell'immagine e la varietà degli argomenti affrontati.

Bloggare” nei Balcani

Il portale web in particolare è un interessante esperimento di citizen journalism balcanico. I blogger di Kosovo 2.0 sono giovani, tra i 20 e i 30 anni, che scrivono da più parti del mondo. “Chiunque può scrivere – spiega Besa – è una comunità aperta, noi diamo solo delle istruzioni riguardo alla policy del nostro portale. Ora sono attivi 6, 8 blogger regolari che scrivono all'incirca due volte al mese. Nessuno scrive di più, un po' perché ci sono sempre impegni che condizionano la scrittura, un po' perché vogliamo lasciare spazio a voci nuove. Ci sono due kosovaro-albanesi che scrivono uno dal Canada, l'altro da New York, una ragazza di origini croate ma nata e cresciuta in Canada. Il vice caporedattore Nate Tabak è un americano che vive a Pristina, c'è un olandese che vive anch'egli a Pristina,

Besa Luci, caporedattrice di Kosovo 2.0

una ragazza serba che vive tra Pristina e Zvećan nel Nord del Kosovo o una ragazza bulgara che vive negli Usa. È un ambiente molto misto che cambia continuamente, che è anche quello che vogliamo”. Lo stile è comunque quello del blog giovanile, una delle blogger più lette è una ragazza metà croata e metà messicana che scrive post ironici sugli stereotipi della regione da “Cosa piace e cosa non piace alla gente dei Balcani” a “Come uscire con un uomo dei Balcani”.

A chi contesta che si tratta di un prodotto élitario Besa risponde con lucidità. “Un portale di blog si fa con i contenuti dei bloggers. La maggior parte degli autori io non li ho nemmeno mai incontrati, mi hanno scritto con le loro proposte, ci siamo messi d'accordo sulle regole del sito e, se hanno buone idee, pubblicano. È già molto differente da far fare qualcosa ai soliti circoli della “Pristina intellettuale” che rischiano di essere autoreferenziali. Certo è probabile che Kosovo 2.0 non attirerà le masse ma d'altra parte stiamo facendo un lavoro per promuovere il citizen journalism e coinvolgere giovani, ad esempio con il videoblogging sul quale abbiamo organizzato un workshop nel dicembre dell'anno scorso”.

Il magazine cartaceo n.2: corruzione

Il magazine cartaceo esce ogni 4 mesi, ogni numero è caratterizzato da un tema dominante. “Immagine” era il tema del primo numero. Nel secondo si parla invece di “Corruzione”. "Perché sentiamo parlare tutti di corruzione in maniera incessante, senza capire veramente a fondo cosa significa, per questo abbiamo deciso di farne un numero cercando di trattarla in un modo differente. Non abbiamo scoop ma abbiamo solo provato a mettere insieme un puzzle di storie”, racconta Besa.

Si parte da un'intervista all'ex direttore della Polizia, Resat Maliqi, rimosso dal suo posto alla vigilia dell'azione nel nord del Kosovo per riprendere controllo dei valichi doganali tra Serbia e Kosovo lo scorso 25 luglio. Maliqi era fortemente contrario a quell'azione unilaterale e viene descritto come un bravo poliziotto con pochi agganci politici. La mancanza delle “connessioni giuste” sarebbe stata fatale per il suo lavoro di poliziotto. Dopo di che si va da un reportage sulla corruzione e il crimine organizzato nel nord del Kosovo, fino ai social network e alle tecniche on-line per combattere la corruzione “dal basso”, passando per l'intervista ad un funzionario Eulex, protetto dall'anonimato.

Colpevoli tutti, responsabile nessuno

Il lavoro delle istituzioni internazionali in Kosovo è un tema molto sentito dagli attivisti locali anche rispetto alla corruzione della politica. “E' molto frustrante – spiega Besa – vivere con il doppio standard dell'amministrazione internazionale: da una parte ci viene detto con precisione cosa dobbiamo e non dobbiamo fare, quando invece viene richiesto un aiuto ci viene risposto che dobbiamo cavarcela da soli perché siamo un Paese indipendente. Ma chi si deve condannare per la diffusione della corruzione e per la debolezza del sistema giudiziario se Eulex, come Unmik prima, detengono parte di questo sistema in Kosovo? È esattamente su questo che abbiamo cercato di puntare nella nostra cover story il cui titolo è Chi è da condannare se tutti sono colpevoli?", afferma.

"Come cittadina sono molto arrabbiata perché non posso prendermela con un diretto responsabile. Il governo può sempre dire che non può agire liberamente, mentre Eulex e la comunità internazionale si concentrano solo sulle macro questioni, sulla stabilità regionale. Un esempio? Nel 2010 ci sono state le prime elezioni del Kosovo indipendente. Sono state un disastro dal punto di vista della trasparenza, piene di frodi e brogli. Ma poiché stavano per iniziare i colloqui tecnici con Belgrado nessuno ha detto nulla. La priorità era far iniziare i colloqui. Che messaggio arriva alle giovani generazioni? Un diciottenne che è andato a votare nel 2010 perché dovrebbe tornare a farlo quattro anni dopo? Vi sono poche possibilità che lo faccia. A meno che non rientri nella massa delle persone manipolate dal sistema politico. Mentre solo una piccolissima parte forse deciderà di fare qualcosa per combattere quel sistema”.

E i ragazzi di Kosovo 2.0 hanno deciso di farlo a modo loro, a colpi di blog.


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