Un'operazione di Eulex (foto © EULEX)

Un'operazione di Eulex (foto © EULEX)

Il noto caso del traffico di organi in Kosovo, la clinica Medicus, le prime condanne e il rapporto Marty. Analisi e domande sul comportamento della missione Eulex

27/05/2013 -  Andrea Lorenzo Capussela

Tutto era iniziato per caso. Nell'ottobre 2008, un uomo era svenuto all'aeroporto di Pristina, capitale del Kosovo, dove si trovava per tornare a casa in Turchia. Per far fronte alla povertà, aveva venduto un rene. L'operazione era avvenuta nella clinica Medicus. La polizia delle Nazioni Unite aveva immediatamente arrestato il chirurgo kosovaro che aveva eseguito questo e altri trapianti di organi, il suo assistente e suo figlio. Poche settimane dopo, l'ONU aveva consegnato caso e prove ad Eulex, che aveva iniziato l'attività il 9 novembre 2008 e tre giorni dopo aveva aperto l'inchiesta.

Il primo rinvio a giudizio è stato emesso quasi due anni dopo, il 15 ottobre 2010, e confermato il 4 marzo 2011. Il 13 giugno 2011, il secondo rinvio a giudizio ha coinvolto il chirurgo turco e il mediatore israeliano che aveva presumibilmente organizzato il sistema di traffico di organi, che però rimangono a piede libero. Il processo contro gli imputati kosovari è iniziato il 4 ottobre 2012. Il 29 aprile 2013, la Corte composta da due giudici EULEX e uno del Kosovo ha condannato cinque imputati per criminalità organizzata, traffico d'organi e “gravi lesioni personali” (con sentenze di 8, 7, 3, 1 e 1 anno). Assolti invece i due imputati (tra cui l'ex segretario permanente del ministero della Salute) accusati di complicità all'interno delle istituzioni. Il giorno seguente, Eulex ha annunciato  l'apertura di un'indagine su altre sette persone.

Finora, quindi, Eulex ha condannato le persone colte in flagrante dalla polizia ONU e non è riuscita a identificare i pubblici ufficiali che le hanno assistite. Non è un risultato straordinario, francamente: le condanne erano prevedibili e il probabile coinvolgimento di funzionari pubblici rimane non chiarito dopo oltre due anni di indagini.

Il rapporto Marty e il caso Medicus

Nel dicembre 2010, il Consiglio d'Europa ha presentato un rapporto, scritto dal senatore svizzero Dick Marty, su un episodio di traffico d'organi presumibilmente verificatosi nel periodo 1999-2000. Il rapporto ha attirato l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale, perché sostiene che l'UCK avrebbe espiantato organi dai suoi prigionieri per venderli al mercato nero e indica fra le persone potenzialmente coinvolte l'attuale primo ministro del Kosovo (che nel 1999 era il leader politico dell'UCK) e un chirurgo che lo consigliava in materia di sanità.

Il rapporto Marty collega l'episodio al caso Medicus, ipotizzando “una più ampia e complessa cospirazione criminale, finalizzata a trapianti illeciti di organi umani, che coinvolge complici in almeno tre diversi paesi oltre al Kosovo da oltre un decennio. In particolare, una serie di indizi credibili collega strettamente [l'episodio di traffico d'organi del 1999] al caso contemporaneo della Clinica Medicus, anche attraverso importanti personalità albanesi del Kosovo e internazionali. Tuttavia, per rispetto delle indagini in corso e dei procedimenti giudiziari guidati da EULEX e dall'Ufficio del procuratore speciale del Kosovo, ci sentiamo tenuti in questo momento a non pubblicare i nostri risultati in questo senso” (paragrafo 168, corsivo aggiunto).

Dopo un certo disorientamento iniziale, il 26 gennaio 2011, Eulex ha annunciato di aver preso il rapporto Marty “molto seriamente”. Quindi, i procuratori Eulex avrebbero dovuto immediatamente interrogare il suo autore sul caso Medicus e le sue ramificazioni più ampie al fine di svolgere le indagini necessarie. Questo non è accaduto. Il 23 marzo 2012, molto tempo dopo la conclusione dell'inchiesta, il procuratore Eulex ha semplicemente chiesto a Dick Marty di comparire come testimone nel processo. Il giudice ha approvato tale richiesta l'11 maggio 2012 .

Eulex e l'immunità di Marty

Poiché Marty era coperto da immunità, avrebbe potuto testimoniare solo se il Consiglio d'Europa avesse votato una revoca. Tale immunità è una prerogativa dell'istituzione ed è necessaria alle indagini. Marty ha scritto anche una relazione molto importante sulla “extraordinary rendition” organizzata in Europa da parte del governo degli Stati Uniti, presumibilmente parlando con persone che rischierebbero la vita – in Egitto, Afghanistan, Iraq – se fossero rivelati i loro nomi. Proprio come nel caso della Croce Rossa, di conseguenza, la revoca dell'immunità ostacolerebbe le future indagini del Consiglio d'Europa, perché indebolirebbe la credibilità del suo impegno a proteggere la riservatezza delle fonti, che sarebbero quindi più restie a parlare. Inoltre, nonostante la presenza di Eulex, la protezione dei testimoni in Kosovo rimane molto debole, il che fornisce un altro motivo per non svelare i nomi delle persone che avevano parlato a Marty sotto la tutela della riservatezza. Pertanto, non sorprende che il 29 maggio 2012, la commissione parlamentare competente del Consiglio d'Europa abbia votato all'unanimità  contro la revoca dell'immunità.

Un articolo  che commenta la sentenza Medicus cita la dichiarazione di un giudice Eulex che avrebbe detto che Marty e il Consiglio d'Europa “si sono nascosti dietro l'immunità” e che anche gli altri giudici erano “perplessi” dal rifiuto di rinunciarvi. Tali critiche e perplessità sono ingiustificate e sorprendenti: Marty non poteva revocare la propria immunità, e il rifiuto del Consiglio d'Europa era legittimo, giustificato, comprensibile e del tutto prevedibile.

In un'intervista successiva ,  il procuratore Eulex Jonathan Ratel, che lavora su Medicus dal marzo 2010 ed è poi diventato procuratore capo di Eulex, ha ribadito il rammarico per la mancata revoca dell'immunità, aggiungendo: “A dir la verità, non capisco perché l'immunità [di Marty] non sia stata revocata”. Questo non è credibile, perché i motivi di tale decisione sono evidenti a chiunque abbia familiarità con la natura e le motivazioni di detta immunità: poiché non possiamo credere che Ratel non abbia considerato tali elementi quando ha fatto la sua richiesta, dobbiamo supporre che egli sapesse che il rifiuto sarebbe stato il risultato più probabile.

Nella stessa intervista, Ratel afferma anche che sia lui che la corte “avevano un grande interesse per la sua testimonianza”. Anche questa affermazione non è credibile. Perché ha aspettato 16 mesi a convocare Marty? Marty aveva scritto di avere informazioni che collegavano il caso Medicus ad una “complessa cospirazione criminale organizzata” che coinvolgeva “importanti personalità albanesi del Kosovo e internazionali”: informazioni ovviamente fondamentali per le indagini. Invece, Ratel ha chiuso la sua indagine nove mesi prima di richiedere la testimonianza di Marty (il secondo rinvio a giudizio è del mese di giugno 2011), e solo per provare le accuse contro i colpevoli già noti ed evidenti. Essendo queste accuse basate sulle prove già raccolte dalla polizia ONU e da Eulex, la testimonianza di Marty sarebbe stata solo una conferma ulteriore, e probabilmente superflua, perché questi imputati sarebbero stati condannati comunque (le due assoluzioni riguardano i reati su cui Marty non ha probabilmente nulla da dire: abuso d'ufficio ed esercizio illegale della professione medica).

In altre parole: o Ratel credeva che l'immunità potesse essere revocata (come appare dalle sue dichiarazioni), nel qual caso avrebbe dovuto avanzare la richiesta già nel dicembre 2010, o non credeva che potesse essere revocata (come appare logico), nel qual caso ci si chiede perché abbia chiesto una testimonianza che non aveva bisogno né prevedeva di ottenere.

Eulex cambia politica?

La mia ipotesi è la seguente. Eulex aveva un caso piuttosto semplice, ma il rapporto Marty ne indicava le ramificazioni molto più ampie, difficili da indagare e politicamente delicate, perché avrebbero potuto condurre al primo ministro del Kosovo. Eulex non era probabilmente incline a complicare un caso facile né a decapitare il Kosovo, ma non poteva ignorare il rapporto Marty: quindi, ha scelto di neutralizzarlo. Ha richiesto la testimonianza di Marty pur sapendo che la sua immunità non sarebbe molto probabilmente stata revocata, e comunque troppo tardi per poter espandere le indagini al livello politico. Il rifiuto del Consiglio d'Europa ha fornito ad Eulex la risposta impeccabile alla domanda sul perché fosse solo riuscita a condannare coloro che erano stati colti in flagrante: la testimonianza cruciale non era disponibile.

Ma questa è una spiegazione debole, perché Eulex avrebbe potuto e dovuto indagare le ramificazioni del caso anche senza l'assistenza di Marty: la relazione indica nomi, connessioni, luoghi e pratiche, e andava presa “molto sul serio”. Infatti, Eulex ha ora annunciato una seconda indagine, probabilmente concentrata sul coinvolgimento di funzionari pubblici, tra cui presumibilmente il consulente per la sanità del primo ministro. Ma perché aspettare due anni e mezzo dal caso Medicus? Inoltre, la politica di Eulex (giustamente) non prevede il commentare le indagini in corso: perché tale insolita dichiarazione?

Due le possibili risposte. La prima è che Eulex abbia semplicemente voluto prevenire possibili critiche per essersi accontentata di un risultato molto limitato senza indagare le conseguenze più ampie del caso. La seconda è che la missione abbia cambiato politica e sia ora determinata a perseguire questo caso senza riguardo per la convenienza politica. Un editoriale  recentemente pubblicato da uno dei giornali più autorevoli del Kosovo opta per la seconda interpretazione e intona un panegirico a Ratel, “l'unico a scuotere le fondamenta della criminalità organizzata in Kosovo. Coloro che sono coinvolti in attività criminali dovrebbero iniziare a sudare non appena sentono il nome di Jonathan Ratel”. Questo entusiasmo appare prematuro: il procuratore lavora a questo caso dal marzo 2010 e finora ha ottenuto solo la condanna di cinque persone colte in flagrante dalla polizia ONU, senza riuscire a trovare i loro complici nelle istituzioni (gli unici due indagati sono stati assolti).

A dire il vero, che una seconda indagine è stata aperta è un buon segno, ma non implica necessariamente che Eulex sia pronta a perseguire i reati di alto livello. Dal 2008, la missione ha manifestamente seguito una politica di non interferenza negli interessi dell'élite del Kosovo: solo alcuni rinvii a giudizio e condanne di primo piano dimostrerebbero il cambio di rotta. Ma potrebbe non esserci abbastanza tempo, perché Eulex (o almeno i suoi poteri esecutivi) durerà probabilmente solo altri dodici mesi. Questo depone a favore dell'interpretazione pessimistica: Eulex potrebbe semplicemente voler chiudere in bellezza, lasciandosi alle spalle un sistema giuridico nazionale ancora assolutamente incapace di affrontare i crimini dell'élite (perché esposto a intimidazioni e interferenze politiche, inefficiente e vulnerabile alla corruzione). Ma se questa interpretazione è sbagliata – come potrebbe – alla missione dovrebbe essere dato il tempo sufficiente per liberare il Kosovo da almeno parte dell'élite che blocca il suo sviluppo economico e democratico.

 

Questa pubblicazione è stata prodotta con il contributo dell'Unione Europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto Racconta l'Europa all'Europa


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