Il pensatore di A. Rodin

Giustizia internazionale, rispetto dei diritti umani e interventi armati dieci anni dopo i bombardamenti Nato su Serbia, Montenegro e Kosovo. La nuova realpolitik porta a pensare che oggi una guerra aerea contro Belgrado non verrebbe fatta

19/03/2009 -  Luka Zanoni

"I veri criminali sono i leader di Stati Uniti e dei Paesi europei". Non è una frase celebre pronunciata da Slobodan Milošević il 24 marzo di dieci anni fa, giorno in cui iniziarono i bombardamenti della Nato su Serbia e Kosovo. È la frase pronunciata da Omar Al Bashir presidente del Sudan il 4 marzo scorso, giorno in cui ha ricevuto la notifica dell'ordine di arresto emesso dalla Corte penale internazionale.

Oggi come allora ciò che sorregge l'azione legale internazionale - Milošević incriminato dal Tribunale per la ex Jugoslavia tanto per la guerra 91-95 che per la guerra in Kosovo, Bashir per i pesanti massacri nel Darfur - è il rispetto dei diritti umani.

Ma se forse si può anche sostenere l'esistenza di una coscienza globale, mondiale, a favore dei diritti umani e del loro pieno rispetto, resta certamente da capire chi ne sia il garante. Le Nazioni Unite? Se è vero quanto scriveva l'ex direttore del quotidiano bosniaco Oslobodjenje Zlatko Dizdarević l'Onu è morta a Sarajevo. E l'Onu non ha nemmeno autorizzato la Nato ad intervenire contro la Serbia nel 1999. È allora la Nato a garantire il rispetto dei diritti umani, come è accaduto in Kosovo esattamente dieci anni fa con 78 giorni di bombardamenti dall'alto, vero e proprio collaudo di una guerra condotta tutta alla debita distanza?

Occorre di conseguenza domandarsi perché la Nato non sia ancora intervenuta in Sudan. Geograficamente e strategicamente poco interessante? Ma se andiamo per prossimità e interesse geostrategico, la Georgia è uno dei paesi dell'ex blocco sovietico a voler entrare il prima possibile nella più forte alleanza militare del mondo. Eppure nessun paese occidentale ha invocato la minaccia della sicurezza occidentale di fronte all'intervento russo in Abkhazia e Ossezia del Sud.

In Serbia alcuni intellettuali ritengono che senza le bombe dell'Alleanza atlantica non sarebbe caduto Milošević. Per qualcuno senza le bombe della Nato probabilmente si sarebbe verificata una nuova Srebrenica. Ovviamente non tutti concordano. Ma forse è meno problematico affermare che senza gli aerei della Nato non si sarebbe arrivati nell'autunno del '95 all'Accordo di Dayton che pose fine a 3 anni di guerra.

Ce lo ricorda lo scrittore bosniaco Miljenko Jergović, quando nel maggio 1999 scriveva: "Finché è durato l'assedio di Sarajevo e per i primi quindici mesi di guerra da me trascorsi in rifugi e scantinati senza luce, né acqua, né cibo, non è passato giorno senza che invocassi il bombardamento della Nato su Belgrado". E poi: "All'indomani della guerra in Bosnia era chiaro che l'invio di qualche aereo militare nei cieli della Serbia sarebbe bastato a far tacere le armi una volta per tutte". Ma questo, come sappiamo, non accadde. Ci fu invece, secondo Jergović, un tardivo bombardamento simbolico che pose fine alla guerra di Bosnia.

Certo, si dirà, non si può mettere tutto sullo stesso piano: Kosovo e Bosnia, Darfur e Ossezia del Sud. Il fatto è, però, che il concetto che sottende l'intero discorso è fondato sulla logica della difesa dei diritti umani.

Secondo Jürgen Habermas sono due le vie che ci si pongono davanti: "Il rispetto del classico diritto internazionale e il diritto cosmopolitico della società dei cittadini del mondo". Dieci anni dopo la guerra in Kosovo è probabile che la coscienza mondiale sui diritti umani sia cresciuta fornendo quindi un avallo più sicuro e una maggiore condivisione su scala mondiale delle decisioni emesse dalla ancora giovane Corte penale internazionale. Ma anche se siamo disposti ad accettare che oggi un passo in più verso l'"istituzionalizzazione della società mondiale" è stato fatto, resta pur sempre valida la domanda su chi decide se e quando intervenire, chi è preposto a far rispettare i diritti umani nel mondo, chi è il poliziotto internazionale? Quando diventa necessario l'intervento? Quando una violenza impiegata per impedire una violenza maggiore ha legittimità?

Un implacabile senso comune sostiene che la colpevolezza di Al Bashir o Milošević non può essere stabilita da un tribunale che non incriminerebbe mai George Bush.

E la coscienza incalza: la guerra in Iraq è stata un intervento internazionale o un crimine internazionale?

"È triste dirlo - rispondeva Antonio Cassese in questi giorni ai lettori di Repubblica.it - ma la giustizia penale internazionale si ispira ancora alla massima dei due pesi e due misure, perché vari leader occidentali che hanno avallato o addirittura ordinato crimini di guerra non sono stati e non saranno mai processati".

Inoltre il vincolo della giustizia internazionale alla realpolitik è stato più volte sottolineato tanto dall'ex presidente del Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia che da Carla del Ponte, già capo procuratore dello stesso tribunale.

Oggi, dieci anni dopo, sembra soffiare il vento di una nuova realpolitik. Se fino a pochi anni fa gli Stati Uniti erano quella forza mondiale egemonica che poteva farsi vanto di volere e dovere far rispettare i diritti umani su scala planetaria, oggi, perduto lo smalto egemonico, sono gli stessi Stati Uniti che chiedono di poter trattare con i nemici (persino con i talebani).

Allora viene da pensare che oggi, nelle nuove condizioni internazionali, nell'attuale realpolitik, una guerra aerea contro la Serbia non verrebbe fatta.


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