Una passeggiata nel Kosovo che festeggia il primo anniversario dell'indipendenza. Lo spaccato di una società che fatica a trovare coesione e corre a tre diverse velocità. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

19/02/2009 -  Anonymous User

Di Francesco Gradari*

Klina, Kosovo centro-occidentale, domenica 15 febbraio 2009. Di nuovo in Kosovo. E' passato quasi un anno dalla dichiarazione di indipendenza di Pristina da Belgrado. Nella mente riaffiorano i ricordi del tripudio di bandiere rosso-nere sventolate un anno fa dal popolo albanese in festa nel centro di Peja/Pec, e il silenzio assordante dei villaggi serbi circostanti. Fotografie, istantanee calde e nitide che scorrono vorticosamente dentro di me. Da un parte l'euforia di un sogno diventato realtà, dall'altra la fine delle illusioni.

Esco a fare due passi, nel tentativo di cogliere, a mente fredda, le differenze tra oggi e un anno fa. Che cosa è cambiato? Il cuore, però, mi dice che le categorie con cui guardavo ieri sono ormai vecchie e non hanno senso. Mi suggerisce di soffermarmi sul flusso, su quello che passa e scorre oggi attorno a me.

Non ho nemmeno il tempo di fare i conti con questa intuizione, che il mio occhio viene colpito da una ragazzina di circa quindici anni che cammina davanti a me sul mio stesso marciapiede. Ha un passo fermo, ma lento. Ci sono cinque gradi sotto lo zero, oggi, a Klina. Io vesto una giacca a vento, jeans imbottiti e scarponi da montagna. Lei indossa i pantaloni di una tuta, una maglia lunga che le arriva sotto le ginocchia e ai piedi porta delle ciabatte. In mano ha una borsa della spesa con un po' di pane e poche altre cose dentro.

All'inizio penso che la ragazza abiti nei paraggi e sia uscita di corsa a fare delle compere. Poi però continua a lungo a camminare davanti a me. Infine volta a sinistra, per prendere una stradina che porta in campagna. Chissà quanto dovrà camminare ancora, mi chiedo, quando sento alle mie spalle il rombo di una macchina. Mi volto: è un BMW 4x4 che, accelerando all'impazzata, si lascia dietro una malconcia Yugo rossa, guidata da un serbo di un villaggio vicino, che per poco non finisce in una buca-cratere allargatasi a causa del ghiaccio.

Una ragazza di villaggio che, adagio, cammina in ciabatte lungo il marciapiede, mentre un BMW nuovo di zecca supera di gran velocità un'immortale Yugo. Il nuovo Kosovo mi appare tutto in questo frangente di vita quotidiana. Il Kosovo a un anno dell'indipendenza, mi viene da pensare, è tutto qui.

La ragazza racchiude in sé tutte le difficoltà e la tenacia di gran parte della sua popolazione che, nonostante tutto, tira avanti. E' il Kosovo dei volti scavati dal freddo, della gente che taglia la legna lungo la strada e negli spazi pubblici, perché i soldi quest'anno non sono bastati a comprarne per tutto l'inverno. E' il Kosovo di chi fatica ad arrivare a metà mese, ma che se chiedi come va ti risponde come sempre: "Bene", con un sorriso malinconico stampato in faccia. Lush, un amico albanese, mi ha confidato in questi giorni: "Davvero non so come certa gente faccia a trovare i soldi per tirare avanti. Per me è un miracolo". E a nulla serve, quest'anno, chiedere più soldi a parenti e conoscenti della diaspora che vivono in Europa, perché anche per loro i tempi sono duri.

Poi viene il Kosovo dei BMW e dei sempre più numerosi e apparentemente inspiegabili macchinoni tedeschi, che si fanno strada nelle polverose strade del paese. Alla guida giovani in giacca e cravatta, personale delle organizzazioni internazionali, politici, imprenditori, trafficanti. Questo è il Kosovo che va di corsa, che imita gli stili di vita europei e raramente si volta per vedere chi sta peggio.

Infine, c'è il Kosovo delle Yugo, il Kosovo che sfugge al controllo di Pristina, quello a nord di Mitrovica e dei villaggi a maggioranza serba sparsi a macchia di leopardo sul territorio. E' un mondo che procede come una macchina in folle, un mondo parallelo e sospeso tra i ricordi del passato e l'incapacità di pensare il futuro senza che la soluzione provenga da Belgrado.

Il Kosovo che si accinge a festeggiare il primo anniversario dell'indipendenza è dunque un paese che corre a tre velocità.

Intorno a me, intanto, fervono i preparativi per il "grande giorno". Quest'anno la moda vuole che, oltre a quelle immancabili sui balconi e nelle vetrine dei negozi, ogni macchina abbia tre bandierine appese sul tetto: quella albanese, quella del Kosovo e quella degli Stati Uniti. Si moltiplicano anche gli annunci di concerti serali per la "Pavaresia" (indipendenza) negli innumerevoli hotel del paese.

Prendo un caffè caldo nel bar-pasticceria "Dollomiti". La tv nazionale kosovara, la RTK, Trasmette interviste raccolte nelle piazze delle principali città del paese. Un filo comune lega le risposte dei tanti intervistati albanesi di qualsiasi età: "Sì,sono molto felice. Festeggerò il primo anniversario dell'indipendenza con amici e parenti. Ma il Kosovo non è cambiato dall'anno scorso, non abbiamo fatto grandi passi in avanti. Le riforme, soprattutto economiche sono troppo lente".

Un ragazzo, colpito dall'attenzione con cui seguo il programma, si avvicina e si siede al mio tavolo. "Prezzi europei e salari africani, amico italiano". Parole che mi colpiscono. "Prezzi europei e salari africani". Ismet non avrà studiato di certo alla Bocconi, ma la sua analisi rivela estrema lucidità. Il giorno prima un prete cattolico kosovaro mi aveva descritto la situazione attuale del paese con la stessa identica e lapidaria semplicità.

Si è fatto tardi, il buio è sceso e il freddo è diventato troppo penetrante. Salgo su un taxi per tornare a casa. Il taxista, un signore di mezza età, originario di Fushe Kosove/Kosovo Polje, è un tipo burbero e di poche parole. Guida lentamente. Durante il tragitto ci scambiamo solo qualche inevitabile convenevole, niente di più. Arrivati a destinazione, scendendo, auguro al taxista un felice anniversario dell'indipendenza. Per la prima volta si gira, mi guarda negli occhi e accenna un sorriso. Anche questo, però, è un sorriso malinconico.

Il sorriso di chi corre alla velocità della ragazzina persa nel freddo.

*Francesco Gradari, già operatore di Caritas Italiana e Coordinatore del "Tavolo Trentino con il Kossovo" in Kosovo, è attualmente desk-officer dell'area Balcani per Reggio Terzo Mondo-RTM


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