Si è concluso da poco il 24° Trieste film festival, con una partecipazione-record da parte del pubblico. Il premio Trieste al miglior lungometraggio in concorso è andato all’ottimo “V Tumane – Anime nella nebbia” del bielorusso Sergej Loznica

25/01/2013 -  Nicola Falcinella Trieste

Un bel festival, il 24° Trieste Film Festival concluso ieri sera, e un bel palmarès. E complimenti al pubblico, che ha affollato le proiezioni e soprattutto assegnato i premi ai film migliori all’interno di selezioni buone.

Il premio Trieste al miglior lungometraggio in concorso (del valore di 5000 euro) è andato all’ottimo “V Tumane – Anime nella nebbia” del bielorusso Sergej Loznica, ambientato nel ’42 nell’Urss occidentale occupata dai nazisti. Una pellicola di guerra non convenzionale, antieroica, con pochi combattimenti, già premio Fipresci della critica lo scorso anno a Cannes e distribuito in Italia a maggio da Moviemax. Un film potente e spiazzante, fatto di lunghi pianisequenza e camminate nei boschi innevati, che fanno uscire la fatica dei soldati e dei partigiani. Loznica mostra ancora una volta che ciò che si vede non sempre è ciò che è e pone dilemmi morali non da poco, dentro una pellicola dura e rigorosa.

Berlino anni '70

Il premio Alpe Adria Cinema al miglior documentario è stato assegnato a: “Dragan Wende – West Berlin” di Lena Müller, Dragan von Petrovic e Vuk Maksimovič, coproduzione serbo-tedesca. Un sorprendente ritratto di un emigrato serbo da Mladenovac a Berlino Ovest a fine anni ’70, ma anche un nuovo tassello del racconto della specificità jugoslava al tempo della Guerra fredda e dei Paesi non allineati.

Tutto parte dal nipote dell’uomo, Vuk, cresciuto in Serbia tra i racconti familiari sullo zio. A Berlino il giovane trova un uomo ormai alcolizzato che lavora all’ingresso dei locali notturni e rimpiange tempi più avventurosi e stimolanti. Intorno a Dragan c’è una corte di vecchi emigrati, cinquanta-sessantenni che sono diventati ricchi in fretta e han perso tutto, che hanno sfruttato il passaporto jugoslavo che gli permetteva di passare senza controlli dalla parte Ovest a quella Est della città e sfruttare il privilegio per traffici poco leciti o anche per azioni illegali e furti in grande stile. Ora sopravvivono in modo tragicomico e un po’ patetico, visto con partecipazione e affetto dai registi, ma senza nessuna indulgenza.

Altro personaggio, quasi un controcampo, nonno Mile, ultra ottantenne padre di Dragan che emigrò a Berlino nei ’60 per lavorare come muratore e che ha lavorato in molti dei principali cantieri cittadini. Ora si sente sempre “jugoslavo” e torna una volta l’anno nella città che non riconosce più a trovare un figlio che sente così lontano da lui.

Documentari

Il tema del passaggio attraverso la vecchia cortina di ferro e i punti nei quali la barriera tra le due Europe era permeabile, soprattutto tra la Germania e l’est, è stato il filo rosso di altri documentari in concorso. Per esempio l’appassionante “This Ain’t California” di Marten Persiel sul mondo dei “rollbrettfahrer”, gli skater che negli anni ’80 importarono una moda occidentale e ne fecero una bandiera di libertà. Il film riunisce alcuni di quei giovani per ricordare la morte del loro leader, detto “Panik” per le sue imprese spregiudicate, ucciso come militare in Afghanistan dopo una giovinezza all’insegna della ribellione al sistema.

“German Unity @ Balaton” di Peter Forgacs è una ricerca meticolosa di immagini e documenti d’archivio ( filmini di famiglia o riprese della Stasi o del ministero degli Interni ungheresi) per raccontare le vacanze congiunte che tedeschi della Ddr e della Rft potevano trascorrere insieme sulle sponde del lago Balaton. Periodi che portavano anche ad amori tra le due parti, che potevano vivere di brevi periodi sospirati ad ogni estate, o di tentativi di fuga (alcuni riusciti) organizzati con l’incoscienza dei grandi sentimenti.

Aspettando la mamma

Come miglior cortometraggio in concorso è stato votato il georgiano “Deda – Aspettando mamma” di Nana Ekvtimishvili. Una storia breve e simpatica che coinvolge da subito lo spettatore, lo sorprende e lo diverte. Un giovane dimentica in casa le chiavi dell’auto e chiama la madre affinché gliele lanci dalla finestra, ma in questo coinvolge tutto il condominio in un gioco che ha la leggerezza del miglior cinema georgiano.

La selezione dei corti era molto interessante. Da segnalare il croato “Uskrsnja jaja – Uova di Pasqua” di Slobodan Karajlovic, ambientato negli anni ’70. Due bambini sono divisi tra il padre, militare comunista, e la madre, cattolica che vuole celebrare la Pasqua con le uova,all’insaputa del marito. Nell’austriaco “Hatch” di Christoph Kuschnig due immigrati illegali dall’ex Jugoslavia vogliono rinunciare al loro neonato perché non in grado di crescerlo e non capaci di rinunciare ai loro sogni di gioventù. Nella loro vicenda si inserisce una coppia gay che vorrebbe tanto un figlio, con risultati a tratti divertenti e a tratti toccanti.

Il premio Cei (Central European Initiative) è andato al regista ungherese György Pálfi, che ha presentato nella serata finale “Final Cut – Ladies and Gentlemen”, curioso film di montaggio - per la gioia dei cinefili - che racconta una storia d’amore prendendo spezzoni da centinaia di film celebri. Suo anche uno degli 11 frammenti del film collettivo “Ungheria 2011”, prodotto dal grande regista Bela Tarr come grido di denuncia della situazione creata dal governo di destra contro la cultura e i diritti delle minoranze.

Zone di cinema

Infine il premio Zone di cinema, per film prodotti nell’area di confine tra Friuli e Slovenia, è stato assegnato a “Vedo rosso. Anni '70 tra storia e memoria degli italiani d'Istria” di Sabrina Benussi. Questa sezione ha ospitato inoltre la prima italiana di “Archeo”, dello sloveno Jan Cvitkovic e “Making Archeo Films” di Ivan Gergolet. Il lavoro più recente del regista di “Kruh in mleko” e “Odgrobadogroba”, girato sul Carso, avrebbe meritato una collocazione più prestigiosa,come “evento speciale”, dentro il festival, non fosse altro che si tratta di uno dei talenti più importanti del cinema europeo. Il film sperimentale, con pregi e difetti, oscilla tra immagini molto belle, suggestioni molto forti e un sincretismo di luoghi comuni d’autore zeppo di citazioni cinematografiche (da Kubrick a Lynch a Tarkosvkij) e riferimenti, dall’antica Grecia al cristianesimo alle filosofie orientali.

 

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