A quattro anni dal lancio dell'Appello "L'Europa oltre i confini" arrivano sintonie inaspettate a quanto allora espresso da Osservatorio e dalla società civile italiana. Un commento ad un articolo di Gianfranco Fini pubblicato recentemente sul Corriere della sera

03/05/2005 -  Davide Sighele

Quattro anni fa Osservatorio sui Balcani lanciò l'appello "L'Europa oltre i confini", per un'integrazione rapida, certa e sostenibile dei Balcani nell'Unione europea. Nel 2001 è stato l'appello è stato presentato a Roma da Walter Veltroni e dal sindaco di Sarajevo Muhidin Hamamdzic, poi una significativa iniziativa a Sarajevo, nell'aprile 2002, con la presenza di Romano Prodi.

L'atteggiamento generale che questa proposta incontrava era quello di scetticismo. In Italia, ma come anche altrove in Europa, i Balcani erano ancora visti attraverso i pregiudizi di chi ha interpretato ciò che è accaduto negli anni '90, e nel prologo della Macedonia, come uno scontro barbaro tra etnie e religioni.

Una visione sterile che ha portato ad una non-comprensione di quanto avvenuto e delle dinamiche estremamente moderne delle guerre nell'ex Jugoslavia. L'unico modo per uscire dalla "pace fredda" in atto nei Balcani e dalle forti contraddizioni che ancora li caratterizzavano, era avviare un cammino verso la famiglia europea. Un allargamento dell'UE necessario a fondamentale anche per quest'ultima.

Davanti ad una situazione di grave instabilità dei Balcani, scrivevamo allora dell'appello, "l'Europa può e deve svolgere una funzione decisiva, specie oggi che con la caduta di Tudjman e Milosevic è finito forse l'uso patologico dei nazionalismi e si aprono spazi di dialogo e di possibile integrazione. Ma per rendere credibile questa prospettiva di integrazione piena dei Balcani in Europa crediamo occorra fissare date certe e percorsi rapidi ... Il futuro dell'Europa è unito ai Balcani. Oltre tutti i nostri confini".

"Se è vero infatti che il futuro dei Balcani è nell'Europa è altrettanto vero che negli stessi Balcani è anche il futuro di questa nostra Europa". Quest'ultima non è però una frase dell'appello né di qualche nostro giornalista, amico o collaboratore - anche se molto assomiglia al nostro stile - ma di Gianfranco Fini ed è posta a conclusione di un articolo a firma del Ministro degli esteri pubblicato lo scorso sabato 30 aprile sul Corriere della Sera.

Fini nell'articolo pone molte questioni del tutto condivisibili che ricalcano in modo stupefacente quanto anche noi, assieme ad altri esponenti della società civile italiana, andiamo ripetendo con convinzione da anni.

All'Europa viene richiesta la capacità di "articolare in maniera più concreta il richiamo del suo messaggio riformatore. A maggior ragione dopo il recente accesso della confinante Ungheria e nella prospettiva dell'adesione di Romania e Bulgaria a partire dal 2007. Anche per aspetti solo apparentemente secondari ma ad alta sensibilità presso la gente comune, come le perduranti restrizioni dei visti d'ingresso, che effettivamente accentuano il senso di frustrazione di popolazioni che vorrebbero sentirsi parte di un'unica famiglia Europea".

Un'apertura all'alleggerimento dell'umiliante sistema dei visti che da tempo auspichiamo (e che non ci si attendeva da un Ministro che ha messo il suo imprinting in una delle leggi più restrittive mai approvate in Italia rispetto alle comunità immigrate). Un invito all'Unione europea che alcuni passi concreti vengano adottati da subito. Come pretendere che i cittadini dei Balcani si sentano europei con un'Europa che appare ai loro occhi come una fortezza?

E poi uno sguardo non in bianco-nero sulla Bosnia e sulle sue contraddizioni: "La Bosnia Erzegovina racchiude in sé tutte le contraddizioni dei problemi regionali e delle soluzioni adottate. Il quadro attuale giustifica tanto il plauso di quanti esaltano il conseguimento di una pace decennale dopo le sanguinose vicende dei primi anni '90 quanto le critiche di coloro che rilevano l'ambigua precarietà di fondo della soluzione adottata a Dayton".

Infine il Kosovo, argomento che ha suscitato in questi giorni il dibattito sulle pagine del Corsera con gli interventi, in seguito alla pubblicazione di una rapporto della Commissione internazionale sui Balcani - istituzione composta da personalità di spicco dell'unione europea, statunitensi e dei Balcani - di Giuliano Amato, che la presiede, Boris Tadic, Presidente della Serbia ed infine del Ministro degli esteri Fini. Quest'ultimo non si sbilancia sullo status finale ma pone una condizione importante. Si afferma che l'eventuale soluzione adottata sarà duratura solo se le intese "sapranno incontrare il consenso delle parti coinvolte". Siamo ben lontani dalla recente proposta dell'ICG che indica come unica soluzione possibile quella dell'indipendenza, costi quel che costi, anche se Belgrado non dovesse starci.

Infine un appello ad una politica europea convinta: "Sta all'Unione Europea, alle sue istituzioni ed ai suoi Paesi membri, dimostrare di avere il coraggio di assumere responsabilità coerenti con le proprie ambizioni, di essere capaci di far seguire ai proclami sull'Europa come protagonista globale e superpotenza civile, iniziative coerenti e conseguenti".

Piacevole leggere parole di Gianfranco Fini e chiedersi se per caso ci si sia ispirati a quanto a suo tempo è stato scritto da Osservatorio. Soprattutto quando sono parole che sono nate da un forte processo di elaborazione dal basso, cresciuto attraverso le centinaia di relazioni forti che sono state strette oltre Adriatico. Come però Fini si augura una capacità di concretezza da parte dell'Unione europea, una capacità di spingere fortemente per realizzare una linea programmatica di apertura nei confronti dei Balcani che oramai sembra affermata, così noi ci auguriamo che quelle di Fini non rimangano le belle parole scritte da un ghost writer particolarmente sensibile ed informato ma piuttosto riescano ad ispirare l'attività di governo.


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