Dal film "Knjiga Rekorda Šutke"

Gli abitanti di Šutka, cittadina a pochi chilometri da Skopje, sembrano condividere una passione: diventare dei campioni. Un documentario intenso e spassoso, girato dal regista Aleksandar Manić. Un'intervista

06/02/2006 -  Nicola Falcinella

Dal film "Knjiga Rekorda Šutke"

"Tutto quello che si vede nel film è vero. Anche se sembra incredibile, io non sono intervenuto a indirizzare i protagonisti". Aleksandar Manić, regista serbo del documentario "Knjiga Rekorda Šutke", mette subito le mani avanti. Il suo film fra i rom di Šutka, la cittadina a pochi chilometri da Skopije dove si dice ci sia la più numerosa comunità gitana d'Europa, racconta personaggi e situazioni talmente estremi e incredibili da non essere credibili. È invece il tipico caso in cui la realtà supera la fantasia. Ogni persona un record, dai bambini musicisti prodigio agli anziani che vantano performance amatorie invidiabili. Ciascuno degli abitanti del paese si sente detentore di un record, il più bravo di tutti in qualcosa. La pellicola, un'ora e venti minuti spassosissimi, è stata presentata nel concorso documentari al recente Trieste Film Festival.

"Sono partito per questo film pensando al cinema - spiega Manić - ho girato in pellicola super16 perché ho sempre pensato alle sale cinematografiche come destinazione del lavoro. Ho scritto il progetto senza essere mai stato a Šutka, ma solo basandomi sui racconti che avevo sentito. Avevo scritto una cosa di 3-4 pagine molto "politically correct" per chiedere un finanziamento alla televisione ceca. Solo due settimane prima di iniziare a girare sono andato a Šutka, vicino a Skopije e mi sono accorto che ero nel luogo giusto, che c'erano storie straordinarie e avevo trovato un mondo ancora più ricco di quanto mi aspettassi"

"Non avevo scritto una sceneggiatura prima di girare - continua Manić - è stato tutto frutto di pura improvvisazione. È stato anche un rischio perché avevo un budget di circa 500.000 euro, un budget grosso per un documentario in quella parte di Europa e quando abbiamo iniziato le riprese non avevamo idea di dove ci avrebbe portato la storia. C'era il rischio comunque di sfondare il budget".

Lei ha in passato collaborato anche con Emir Kosturica? "Ho studiato alla Famu di Praga, la stessa scuola che ha fatto Kusturica e dopo il diploma ho fatto un documentario su di lui sul set di "Underground". Ho passato un anno e mezzo sul set e mentre non filmavo, osservavo Emir girare e ho imparato molto da lui. È stata un'esperienza fatale e incredibile, fa tutto il contrario di quello che insegnano a scuola, di quello che c'è sui libri. Un mio amico, Slobodan Dedejć, suo aiuto regista che fece il casting di "Gatto nero, gatto bianco" proprio a Šutka, mi raccontò di questo luogo incredibile. Furono le sue parole a farmi venire l'idea".

"Alcuni personaggi del mio documentario erano già in quel film, ma io li rappresento nella loro vita reale, senza pressioni o alterazioni. Per esempio dottor Koljo, che è il mio personaggio principale, che ci conduce in questo mondo assurdo, era già in "Gatto nero": è l'uomo che all'inizio cade in acqua con il frigorifero. Quando lo incontrai a Šutka la prima volta mi disse: sono il più famoso qui, come Robert Redford in Italia! Parlammo un po' e mi disse di essere appassionato di pesca. Mi sembrò una metafora interessante per il film e che potessi trasformalo in un pescatore di storie. Così è nato l'inizio del film. Ma con i miei film cerco di non fare la brutta copia di quel che ha già fatto Kusturica. Nel mio Paese c'è tutto un filone di cinema sui rom. Per esempio Aleksandar Petrović che aveva fatto "Ho visto anche zingari felici" negli anni '60 si arrabbiò con Emir perché aveva avuto più successo di lui con "Il tempo dei gitani" e per anni non si parlarono".

Nella colonna sonora ha usato un brano di Nino Rota, forse un'influenza felliniana? "Ricordo che Kusturica sul set, nelle pause, vedeva e rivedeva "Amarcord" di Fellini e ambiva a rifarne intere scene. Io volevo evitare ogni riferimento a Fellini, ma la musica composta da Nino Rota per "8 e mezzo" si adattava talmente bene al mio film che non ho potuto evitare di usarla".


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