Sette anni fa è arrivata in Grecia, da immigrata. Da allora si è battuta per i diritti delle ''schiave moderne'', le addette delle pulizie. Sino ad un drammatico tentativo di non farla parlare mai più. E' Konstantina Kuneva il simbolo dell'8 marzo in Grecia

06/03/2009 -  Gilda Lyghounis

La festa della donna, quest'anno in Grecia, è dedicata a una signora bulgara, Kostadina (o Konstantina, come viene traslitterato il nome in greco) Kuneva. Con un prologo: qualche giorno fa, nella notte fra il 3 e il 4 marzo, una ventina di uomini con le facce nascoste da maschere di Carnevale ha dato fuoco ad alcuni vagoni della metropolitana Kifissià-Pireo, fermo nella stazione di Kifissià, sobborgo chic di Atene, proprio "per vendicare Konstantina Kuneva", come il gruppo ha poi rivendicato su Internet, firmandosi "Banda della coscienza rivoluzionaria".

Ma chi è Konstantina, in onore della quale l'8 marzo sfileranno ad Atene migliaia di femministe, sindacaliste, studentesse universitarie e madri di famiglia, con figlie adolescenti e mimose al seguito, gridando slogan di protesta in una manifestazione che, partendo dalla stazione di Kifissià, e dopo aver fatto tappa davanti al Parlamento, arriverà fino all'ospedale Evanghelismos dove la signora Kuneva è ricoverata?

Konstantina è una 44enne laureata in Storia, arrivata in Grecia sette anni fa dalla città portuale di Silistra, nel nord est della Bulgaria al confine con la Romania, con al seguito una madre ultrasessantenne e un figlio che oggi ha dodici anni e che soffre di scompenso cardiaco.

Konstantina ha affrontato il lungo viaggio per cercare lavoro. Un'immigrata come tante che ha dovuto buttare nel cestino la sua laurea per accettare l'unico mestiere che le è stato offerto in Grecia: addetta alle pulizie in una ditta che lavora, in subappalto, per l'Isap (la società che gestisce la ferrovia elettrica metropolitana Pireo-Kifissia).

Ma Konstantina, di quel lavoro, ha fatto il vessillo della lotta per denunciare la situazione vissuta da lei e dalle sue colleghe, vere e proprie "schiave moderne" sino a riunirne 1700 nell'"Unione pan-attica del personale di pulizia e domestico" (PECOP), di cui è diventata segretaria generale.

In questi anni Konstantina non ha perso occasione per segnalare i soprusi subiti. Ad esempio all'Oikomet, la ditta di pulizie di cui la signora bulgara era (precaria) dipendente (e che "affitta" i servizi dei suoi addetti a imprese pubbliche su scala nazionale), i lavoratori, in maggioranza donne, sarebbero stati costretti a firmare contratti "in bianco" di cui non ricevevano mai la copia. Delle 6 ore al giorno effettivamente lavorate, poi, solo 4,5 sarebbero state ufficialmente retribuite, in modo da non raggiungere mai le 30 ore settimanali, limite oltre il quale l'attività viene riconosciuta come lavoro usurante, con i relativi benefici contributivi previsti dalla legge.

La controversia riguarderebbe anche la tredicesima, che l'azienda avrebbe voluto erogare solo nominalmente, versando però in realtà ai lavoratori solo una piccola somma. A questo riguardo, era già partita una vertenza legale.

Lottare contro questo genere di sfruttamento ha significato, per la sindacalista bulgara immigrata in Grecia, una condanna a morte: destino a cui la signora Kuneva è sfuggita per un pelo. Era bella e affascinante, Konstantina, prima di quella notte del 23 dicembre. Un gruppo di sconosciuti l'ha aspettata sotto casa, nel sobborgo popolare di Petralona, e le ha gettato vetriolo sul viso e sulle spalle, costringendola persino a ingoiare dell'acido, per tapparle la bocca per sempre.

Ora, a due mesi e mezzo di distanza, uno dei suoi occhi color verde mare ha ricominciato a intravedere le sagome di chi la va a trovare in ospedale, dopo tre operazioni chirurgiche: interventi plastici ricostruttivi, in attesa di curare a fondo anche gli organi interni bruciati dal veleno, stomaco e polmoni.

Le cure sono pagate grazie ad una maxi colletta a cui contribuiscono, oltre alle sue colleghe, tutti i sindacati greci, molte amministrazioni comunali, migliaia di cittadini ellenici o immigrati, ma anche persone di tutta Europa che hanno risposto all'appello via Internet pubblicato pure sul giornale francese Libération.

Lo Stato greco, invece, non paga le cure, perché Kuneva non ha diritto alla previdenza sociale. Nel frattempo proseguono senza frutto le indagini della polizia per individuare i suoi aguzzini: un immigrato albanese è stato fermato, per poi essere rilasciato per mancanza di prove.

"Ma questi sono 'pesci piccoli' - ha commentato in un'intervista al quotidiano ateniese Eleftherotypia la psichiatra Katerina Matsa, che non ha mai abbandonato Konstantina in questi mesi in bilico fra la vita e la morte nel reparto terapia intensiva. "Il movente", ha aggiunto la Matsa, "è da ricercare in chi tiene le fila di questa enorme rete di sfruttamento del lavoro nero, svolto soprattutto dagli immigrati".

L'altro occhio della sindacalista bulgara è perduto per sempre. "E solo da poco Konstantina ha ricominciato a parlare, con l'aiuto di una macchina specifica" ha raccontato la psichiatra. "Prima, comunicava toccandomi il viso e scrivendo a fatica messaggini su foglietti di carta. Mi ha detto di amare la musica: Mozart, ma anche Andrea Bocelli, perché è cieco come adesso è cieca anche lei...". Per non parlare delle cicatrici sul viso e sulle mani, arrossate da anni di lavoro duro, e che hanno cercato di difendersi dagli aguzzini come hanno potuto.

Quei segni esteriori di sofferenza, forse, si attenueranno grazie al bisturi estetico. Le cicatrici interiori, però, rimarranno, a urlare lo sdegno e il dolore contro chi la voleva morta, perché ha osato difendere le ultime fra le ultime, ridotte a schiave di un mercato del lavoro da Medioevo. Una missione alla quale Konstantina ha già detto che, con tutte le sue forze, continuerà a dedicarsi. Ma a modo suo.

Perché non è una donna che cerca di pubblicità, Konstantina. Ha rifiutato il seggio al Parlamento europeo offertole da due partiti dell'opposizione: il Pasok ("Offrirle un posto in lista sarebbe un segnale alla società intera, un'azione simbolica di rispetto e dignità verso una donna che non è stata certo accolta in modo ospitale in Grecia") e la coalizione della sinistra riformista Syriza ("Kuneva è il vessillo di tutto quello che significa oggi essere donna lavoratrice, immigrata, sindacalista").

La risposta di Konstantina: "No grazie. Scenderei in lizza solo se si presentasse al voto l'Unione pan-attica delle addette alle pulizie". La vicepresidente del sindacato, suo angelo custode insieme alla madre e alla psichiatra, sottolinea: "Si ricordano di lei solo ora che è ferita? Perché non l'hanno fatto quando stava bene, era forte e lottava per i nostri diritti?" Tanto più che pare che l'Oikomet, la società che subappaltava le pulizie nelle stazioni della ferrovia Kyfissia-Pireo, sia proprietà di un vecchio quadro del Pasok.

In ogni caso, le colleghe della Kuneva hanno occupato settimana scorsa gli uffici amministrativi della ferrovia e hanno ottenuto che il contratto con la Oikomet fosse stracciato, e di essere assunte a tempo indeterminato. Konstantina dall'ospedale, a sentire la notizia, ha sorriso. Il suo martirio non è stato vano.


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