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Quello del peacebuilding è un lavoro difficile. Richiede interventi a livelli diversi, dalle più alte istituzioni alla commessa di negozio. Ne parliamo con Christopher Selbach di Conciliation Resources

10/03/2010 -  Maria Elena Murdaca

Quando Conciliation Resources ha deciso di affrontare la sfida del Caucaso del Sud?

Conciliation Resources lavora sin dal 1997 sul conflitto abkhazo-georgiano e sul processo di pace in quell'area. Tuttavia, alcuni membri del nostro attuale staff hanno sostenuto gli attivisti della società civile da entrambi i lati ben da prima.

Il nostro impegno per il conflitto del Nagorno-Karabakh è invece più recente. Nonostante avessimo anche prima progetti e iniziative, ufficialmente la nostra attività risale al 2007, quando abbiamo lanciato la Consortium Initiative per il Nagorno-Karabakh.

Abbiamo iniziato a lavorare su questi due conflitti perché vi abbiamo visto un’opportunità per contribuire a un cambiamento positivo fornendo consulenza ai decision-makers locali e internazionali, facilitando il dialogo e aiutando a costruire ponti fra le varie parti in causa.

Cosa vuol dire peacebuilding? Qual'è il vostro approccio nell'accostarvi ai conflitti del Caucaso?

Se si pensa al peacebuilding, la prima immagine che viene in mente è quella di due leader nemici che un mediatore neutrale tenta di indirizzare verso un accordo. Tale percezione è semplicistica e non riflette la complessità della realtà. I negoziati sono importanti, ma i risultati ricadono sulla popolazione locale, che in ultima istanza determina la riuscita o il fallimento di un accordo. Anni di mediazione fra i presidenti di Armenia e Azerbaijan non hanno prodotto alcun risultato, proprio perché si tratta di un processo lontano dalla popolazione locale.

Il nostro approccio è centrato sulle persone, sulle loro percezioni, preoccupazioni, paure, interessi. L'esperienza di un conflitto violento ha un impatto devastante e di lunga durata sulla società, intesa come unicum: la trasformazione di un conflitto richiede interventi a tutti i livelli, dal presidente alla famiglia sfollata, alla commessa dietro l'angolo. Questi processi devono essere pilotati da individui che fanno parte della società. La cooperazione con i partner locali è imprescindibile.

Chi sono i vostri partner locali?

Individui, organizzazioni della società civile, media. Condividono valori e idee messi continuamente in discussione dalla società in cui vivono. Si tratta di persone sinceramente impegnate, pronte a sacrificarsi personalmente per la ricerca di soluzioni pacifiche, il che conferisce loro una grande credibilità. Senza partner determinati e capaci di sfidare la propria società a pensarla in modo diverso sul conflitto, il nostro lavoro sarebbe impossibile.

Noi forniamo loro diversi tipi di assistenza. Come “outsider” abbiamo un accesso più facile alle varie componenti della società. Facilitiamo quindi incontri e dialogo, che aiutano soprattutto a superare il taboo del “parlare con il nemico”: questo ha una grande valenza simbolica.

Infine, attraverso la raccolta di fondi, li aiutiamo a migliorare le proprie capacità organizzative.

Quali sono i prerequisiti che una Ong straniera deve avere per operare in quella zona? Cosa consente di lavorare in un contesto così suscettibile?

I conflitti rappresentano ovviamente contesti complessi e delicati in cui operare. Bisogna essere accettati e rispettati da tutte le parti in causa. La neutralità è fondamentale. Non potremmo permetterci di perorare la causa di un determinato piano di pace, o sostenere una delle parti in conflitto: minerebbe la nostra credibilità. Piuttosto, ci focalizziamo sul processo, sottolineando l'inclusività nel peacebuilding, ovvero la necessità che tutte le parti in causa in un conflitto, chiunque sia toccato dal conflitto, abbia la possibilità di dire la propria, o almeno la certezza che i propri interessi siano stati tenuti in considerazione.

Lavorate molto con i media locali: come garantite la circolazione dei vostri prodotti mediali ? Che feedback ricevete?

Lavoriamo con i nostri partner in radio, TV e stampa, per aiutarli a influenzare il dibattito nella società e mettere in discussione gli stereotipi e i taboo collegati al conflitto. Non tutti amano essere sollecitati in questo senso, per cui evitano la visione o l’ascolto di programmi ritenuti “provocatori”. In più, i governi in Caucaso hanno una presa solida sui media, per cui spesso è difficile, se non rischioso, parlare apertamente di argomenti politicamente sensibili.

Per ovviare a questi limiti seguiamo due tipi di approccio. Il primo è diffondere il più possibile i nostri prodotti mediali, concentrandoci sui gruppi di utenti che vogliamo raggiungere. Oltre alla distribuzione attraverso i partner locali e i loro contatti ci serviamo di internet - con siti come youtube - uno strumento davvero eccellente.

La seconda strategia è piuttosto semplice: andiamo ad incontrare le persone che ci interessano. Nel progetto “Dialogo attraverso film”, armeni del Karabakh e azeri si incontrano per realizzare brevi documentari che mostrano come la guerra abbia colpito le persone da entrambi i lati. Abbiamo distribuito i filmati tramite la nostra rete e internet. Inoltre, tramite i partner locali, sono stati diffusi nella regione e fra le vittime del conflitto.

Il regista Mamuka Kuparadze viaggia con il suo coraggioso documentario “Assenza di volontà” per la Georgia, organizzando proiezioni in associazioni giovanili e cinema o centri collettivi per sfollati. Riceve spesso feedback diretti. E' grandioso sentire qualcuno che dice “Che bel documentario”. Però, quello che veramente vogliamo è che le persone inizino a riconsiderare le proprie posizioni, che parlino liberamente fra di loro di cosa sia andato storto nel passato e di cosa dovrebbe essere fatto per plasmare un futuro migliore. Queste reazioni sono spia di un primo passo verso un cambiamento a livello personale

Come mai la vostra attenzione è diretta al Caucaso del Sud e non coinvolge il Caucaso russo?

Il Caucaso del Nord non è mai stato completamente al di fuori del nostro interesse: quanto accade in quell'area influenza la parte meridionale. Perciò monitoriamo gli eventi, perché è rilevante per il nostro lavoro.

Le dinamiche fra i due gruppi di conflitti, però, differiscono notevolmente. Per esempio, la religione gioca un ruolo di maggior rilievo nel Caucaso del Nord, mentre i fattori geopolitici sono meno importanti. Nel sud, invece, è più o meno l'inverso. Lavorare sul conflitto abkhazo-georgiano non aiuta necessariamente a comprendere le dinamiche in Daghestan, Cecenia o Inguscezia.

Che effetto ha avuto la guerra dell'agosto 2008 sulle vostre attività in Georgia e Abkhazia? Quanto è andato distrutto del vostro lavoro, e quanto invece è rimasto?

Il rinnovato scoppio delle ostilità è stato un'esperienza traumatica. La questione dell'indipendenza dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud ha diviso la comunità internazionale, che blocca ogni sforzo per raggiungere un accordo. All'interno della società, la sfiducia verso l'altra parte ha guadagnato terreno. Infine, una differenza fondamentale sulla percezione del conflitto: mentre in Georgia è dipinto come scontro internazionale fra Russia e Georgia, l’Abkhazia sottolinea la dimensione locale.

La guerra è stata una terribile battuta d'arresto. Alcune nostre attività, come gli incontri con politici georgiani e abkhazi ad un tavolo informale, non sono più realizzabili. Entrambe le parti manifestano un'estrema riluttanza a cooperare direttamente. In più, abbiamo dovuto ridefinire il nostro lavoro e i nostri obbiettivi. E' sempre stato ovvio che la società civile non potesse servire la pace su un piatto d'argento, ma solo predisporre il terreno per la risoluzione del conflitto. Oggi una soluzione politica del conflitto sembra essere più lontana che mai, per cui è legittimo chiedersi per che cosa stiamo predisponendo il terreno.

Il fatto che i negoziati siano bloccati non significa che non si possa agire. Al contrario, l'inasprimento delle posizioni indica un potenziale aumento della violenza. Per prevenirla è cruciale affrontare la ricorrente retorica belligerante e le idee nazionaliste. Mentre il contenuto del nostro lavoro è rimasto immutato, gli obbiettivi a breve e medio termine sono diventati meno ambiziosi.

Ci sono nuove cose da fare. La guerra può aver distrutto molto lavoro e molta fiducia, ma ha anche aperto nuove possibilità in ciascuna delle società, per una rinnovata riflessione sul conflitto e sul ruolo di ciascuna parte. In Georgia la gente si è resa conto che le politiche degli ultimi anni hanno condotto ad un'impasse e sono sempre più desiderosi di ritornare sui propri passi e di riconsiderare il ruolo della Georgia e il loro proprio ruolo per trovare una via d'uscita. In Abkhazia il nuovo sentimento di sicurezza dopo il riconoscimento e l'esercizio di costruzione istituzionale consente di affrontare antichi taboo : la situazione dei georgiani di Gali, la sofferenza causata non solo dalla Georgia, ma anche dall'Abkhazia durante la guerra, il destino degli sfollati.

Se riusciamo ad aiutare georgiani e abkhazi a riesaminare il proprio passato e ad imparare dalle proprie esperienze, piuttosto che a mitizzare gli eventi recenti, saremo già più vicini di un passo alla pace, anche se una soluzione politica al momento rimane lontana.

Christopher Selbach è Direttore del programma Caucaso della ONG britannica Conciliation Resources




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