Nunu Geladze Fusco è una delle maggiori interpreti della letteratura italiana in Georgia e di quella georgiana nel nostro Paese. Il fascino della traduzione, la ricchezza dei legami italo-georgiani. Prima parte

01/08/2008 -  Maura Morandi* Tbilisi

Nunu Geladze Fusco è una giornalista e traduttrice georgiana. Da anni vive a Borgomanero (Novara). Nel 2006 le è stato conferito il Premio Internazionale "Donna dell'anno" dal Centro Culturale Universum di Massagno (Svizzera) "per aver onorato la cultura italiana nel mondo e per il suo lodevole e instancabile impegno nel campo didattico e sociale, atto a tenere sempre vivo il rapporto di amicizia e di fratellanza fra le genti"

Secondo lei, come sono percepite in Italia la cultura e la letteratura georgiane?

Nunu Geladze in costume tradizionale georgiano

In questo momento ho sulla mia scrivania 7 o 8 libri tradotti dal georgiano all'italiano. Essi stessi sono la testimonianza di quanto sia apprezzata la letteratura georgiana in Italia. I legami di amicizia tra i nostri Paesi risalgono al pre-cristianesimo, basti citare il rapporto d'amicizia cha aveva l'imperatore Vespasiano nei confronti della Georgia. L'imperatore Adriano (117-138 d.C.), poi, ammirando il valore e le qualità militari del re d'Iberia uno dei due Regni georgiani, ndr Pharsman II (113-122 d.C.), lo invitò a Roma e gli fece perfino erigere una statua equestre sul Campo Marzio. La prima testimonianza scritta di questi legami tra i due Paesi cristiani è la lettera di Papa San Gregorio I Magno (590-604 d.C.) ai vescovi georgiani intitolata "Ad Episcopos Hiberniae".

Nei secoli successivi i missionari cattolici ebbero un ruolo decisivo nel promuovere la conoscenza della Georgia in Italia. Tale conoscenza si riscontra anche in alcune opere di letteratura italiana. Ad esempio nel 1724 fu tradotta in italiano e messa in scena al Teatro Sacchi di Torino "Radamisto e Zenobia" di Crebillon, un'opera teatrale ispirata agli "Annali" di Tacito in cui si parla della Georgia. Bisogna menzionare, inoltre, le opere teatrali "La bella georgiana" di Goldoni ambientata in Georgia e "La donna serpente"di Gozzi ispirate alle fiabe georgiane.

A proposito di fiabe georgiane, alcune sono state tradotte in italiano da Francesco Maria Maggio, missionario in Georgia nonché autore della prima grammatica georgiana in latino. Grazie al grande impegno dei missionari in Georgia, nel 1629 fu stampato il primo libro georgiano: il dizionario italiano-georgiano di Stefano Paolini e del georgiano Nikofore Irbakhi.

Degno di nota è il fatto che i missionari italiani abbiano scritto libri che forniscono preziose informazioni sulla storia della Georgia. Meritano una citazione i teatini Arcangelo Lamberti, che scrisse "Colchide Sacra", e Cristoforo Castelli che considerava la Georgia "il paradiso terrestre, il Paese che germogliò l'antica cultura greca". Castelli visse per ventisei anni in Georgia, e ci ha lasciato uno splendido album di disegni e descrizioni di questa terra di cui era innamorato tanto da fargli scrivere: "La Georgia fu sposa mia per il corso di molti anni".

L'annessione russa e poi bolscevica pongono fine a questi rapporti sociali e culturali. Solo negli ultimi anni è stato possibile divulgare di nuovo la cultura georgiana in Italia e sempre per merito degli italiani. Qui ritengo doveroso ricordare con grande stima e ammirazione il gruppo di italiani guidati da Adriano Alpago Novello e Nina Kauchtshishwili che nel periodo del regime totalitario hanno promosso la cultura georgiana in Italia, organizzando diversi convegni e mostre a Bari, Lecce, Torino, Venezia, Firenze. Nel 1996 per merito loro è stato pubblicato lo splendido album "L'arte della Georgia".

Sia la musica che le danze georgiane sono abbastanza note in Italia. Anche il cinema georgiano è conosciuto: nel 2000 fu allestita a Milano "La mostra dei capolavori del cinema georgiano". Tanti cineasti italiani ravvisarono la peculiarità del cinema georgiano, basti citare Tonino Guerra e Marcello Mastroianni. Mi ricordo che, quando quest'ultimo venne a Tbilisi, mi fece aspettare tanto per intervistarlo perché non faceva altro che guardare i film georgiani uno dopo l'altro.

Quali opere sono state tradotte dal georgiano all'italiano? Lei è autrice di alcune di queste traduzioni? Quali sono le difficoltà che ha incontrato nelle traduzioni dalla lingua georgiana a quella italiana e viceversa?

Parlando della letteratura tradotta in italiano, vorrei menzionare innanzitutto un grande conoscitore non solo della cultura georgiana, ma anche di quella russa: il professor Luigi Magarotto, instancabile artefice della letteratura georgiana. Il prof. Magarotto è stato il primo a tradurre i nostri classici tra i quali "Poesie" di Galaktion Tabidze, "Alla forca" di Ilia Ciavciavadze, "Luomo che mangiò carne di serpente a altri poemetti" di Vaja-Pshavela. Inoltre ha curato la traduzione di Donata Banzato de "L'Aragvi nero", di Goderdzi Ciocheli.

L'opera che ha avuto più "fortuna" è stata forse "L'uomo dalla pelle di leopardo" di Shota Rustaveli, scritto fra il 1184 e il 1207. Il libro è stato tradotto ben tre volte in italiano.

Non meno considerevoli sono le traduzioni in italiano degli studiosi e traduttori georgiani di alcuni classici, fra cui citerei in primis "Martirio di Abo" di Ioane Sabanisdze, con introduzione e commenti ampi e accurati di un brillante studioso e professore, nonché scrittore e saggista: il prof. Gaga Shurgaia, instancabile divulgatore della cultura e spiritualità georgiana in Italia.

Altrettanto meritevoli sono il "Cantico penitenziale" di David IV L'edificatore, tradotto da Nodar Ladaria, e "Le fiabe georgiane" tradotte da Thamar Akhvlediani De Giovanni.

Per quanto mi riguarda, mi ritengo una modesta cultrice della letteratura italo-georgiana. In Georgia mi occupavo della letteratura italiana. Da quando mi sono trasferita in Italia, dove partecipo spesso a convegni interculturali e a festival internazionali della poesia, mi sono permessa di tradurre poeti georgiani contemporanei quali Tabidze, Ciladze, Sturua, Ciarkviani, Kalandadze, Alkhazishvili, Gonashvili, Khornauli, K. Arabili e B. Arabili.

Ho tradotto inoltre alcune fiabe folcloristiche e le fiabe di Guram Petriashvili. Recentemente ho tradotto le poesie di Magradze, che ha partecipato ai festival internazionali di poesia a Genova e poi a Firenze dove ha riscosso grande successo.

La mia più grande difficoltà è la scarsa conoscenza della lingua italiana. Laureata in filologia e lingua e letteratura georgiana, mi rendo conto che sapere una lingua vuol dire conoscere almeno 4 o 5 sinonimi (nonché contrari) di una parola. Poi esistono parole addirittura intraducibili, e la difficoltà di riprodurre i versi in rima.

Ha tradotto anche opere italiane in georgiano? Quali? Come e perchè le ha scelte?

Sinceramente trovo meno difficile tradurre dall'italiano, poiché seguo l'insegnamento del grande cultore Kikodze e cioè "cercare di tradurre l'originale così come avrebbe detto l'autore se fosse stato un georgiano". Mi spiego: il significato del proverbio italiano "al contadino non far sapere come è buono il formaggio con le pere" si traduce in georgiano con parole completamente diverse: "Quando ha fame Zakaria, la polenta fredda gli sembra zucchero". Cerco quindi di catturare l'anima dell'originale, il che oltre ad un alto livello di cultura richiede un'enorme sensibilità. Così mi è successo traducendo "Seta" di Baricco, "Lo scialle Andaluso" di Morante, le poesie di Cardarelli, "Colombre" di Buzzatti, "Le anime barattate" di Papini, "Suicidi" di Pavese.

Ho tradotto anche opere di San Francesco D'Assisi, di Luzi, Morina, Ladolfi, Quasimodo, Saba, Montale; Moravia, Calvino, Cassola, Eco, Pirandello, Guerra, Palazzeschi.

Come li scelgo? Durante la lettura se scopro l'anima dell'autore molto vicina alla mia, spontaneamente mi viene la traduzione e non vedo l'ora di riportarlo sulla carta. D'altronde sono molto esigente con me stessa e con gli autori, per questo traduco poco: aspetto in me il momento giusto che mi suggerisce il cuore.

*Programme Officer, UNHCR Georgia. Le opinioni espresse nell'articolo sono da attribuirsi unicamente all'autrice e non riflettono necessariamente la posizione dell'UNHCR


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