Un tappo di acqua Borjomi

Un tappo di acqua Borjomi (oopsfoto.nl/flickr)

Da Mosca è arrivata qualche apertura sulla possibilità di porre fine all'embargo sull'importazione di acqua e vini georgiani. Questa mossa è percepita in Georgia come una moneta di scambio per facilitare l'ingresso della Russia nel WTO. Ma il governo di Tbilisi non sembra disposto a cedere

15/09/2011 -  Tengiz Ablotia Tbilisi

La produzione di vino e acqua in Georgia è stata legata a doppio filo con la Russia nel corso degli ultimi due secoli. Proprio la Russia, infatti, in qualità di repubblica principale e la più dedita al bere dell'Unione sovietica, rappresentava il mercato più importante per il vino georgiano e per la nota acqua minerale Borjomi. Ecco perché nel 2006, quando Mosca annunciò con il pretesto di carenze igienico-sanitarie un embargo all'importazione di acqua e vino, questi settori sembravano destinati alla decadenza. Non si può negare che i produttori di vino georgiani, contando sulla scarsa selettività di molti consumatori russi, non destinassero certo a questo mercato i propri migliori prodotti. Tuttavia, l'embargo fu annunciato così improvvisamente che il carattere politico della decisione risultò evidente, soprattutto perché questo avveniva in corrispondenza di un forte inasprimento delle relazioni fra i due Paesi.

Conseguenze

A soffrire di meno dell'embargo è stata l'acqua minerale Borjomi, nonostante una parte significativa del suo mercato fosse legata alla Russia. La situazione per la “Borjomi” è semplificata dal fatto che in pratica si tratta di un unico grande stabilimento e l'imbottigliamento di acqua ha costi limitati. Benché i profitti siano calati drasticamente, quindi, l'azienda non è stata costretta a ridurre i posti di lavoro, una questione particolarmente delicata nella Georgia di oggi.

Visita il dossier "Vino e viticoltura in Georgia"

Al contrario, i problemi del settore vinicolo sono aggravati dallo stretto legame con la viticoltura, che impiega oltre 100.000 persone nella Georgia occidentale. L'embargo sul vino ha ridotto drasticamente la domanda di uva, il che ha a sua volta colpito agricoltori e contadini. Al momento, le aziende vinicole sono in parte riuscite a far fronte all'embargo. Secondo quanto comunicato recentemente dal ministro dell'Agricoltura, l'esportazione di vino arriva attualmente a 10 milioni di bottiglie annue, per il 40% destinate all'Ucraina e per il resto soprattutto a Bielorussia, Kazakistan e Paesi baltici. Una piccola parte della produzione finisce anche in Europa occidentale, ma questo resta per il momento un mercato di nicchia rispetto a quello delle repubbliche ex-sovietiche.

Un certo miglioramento della situazione si è registrato grazie a un innalzamento della qualità del vino dei produttori georgiani, costretti dalla concorrenza globale a fare davvero il vino con l'uva e non con miscugli di dubbia origine, come spesso avveniva in tempi sovietici. Di conseguenza, oggi, in una bottiglia di vino finisce molta più uva che prima dell'embargo. Questo non è però abbastanza per far fronte alle conseguenze dell'embargo. Fino al 2006, la Georgia esportava 20 milioni di bottiglie, di cui il 60% destinate alla Russia. Il pur significativo miglioramento registrato nel 2011 non basta quindi a riportare il volume d'affari ai livelli del 2006, come testimoniano i sussidi statali (circa 14 milioni di dollari nel 2011) elargiti all'industria per temperare lo scontento sociale.

Nonostante tutto, l'impatto dell'embargo sull'economia georgiana è stato limitato, dato l'indebolimento dei rapporti fra i Paesi in seguito al crollo dell'Unione sovietica, il costante peggioramento delle relazioni russo-georgiane e la conseguente diminuzione della dipendenza economica dalla Russia. Ecco perché il governo georgiano non è disposto alle concessioni politiche richieste da Mosca per levare l'embargo. La posizione di Tbilisi qui è semplice: levare l'embargo è prerogativa di Mosca e non materia di scambio.

L'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO)

Fra le questioni poste sul banco dalla Russia c'è quella che riguarda l'Organizzazione mondiale del commercio. Ad oggi, la Georgia rimane l'unico Paese membro del WTO in una posizione di irrimediabile conflitto con Mosca. In particolare, il governo georgiano esige dal Cremlino l'accesso doganale ai tratti osseto e abkhazo del confine russo-georgiano, ora controllati da Mosca e dai separatisti. Formalmente, si tratta di una questione esclusivamente economica: dalle zone di confine fuori controllo potrebbero transitare beni di contrabbando che metterebbero a repentaglio la stabilità dell'economia georgiana, come in parte già avveniva fino al 2007. Solo il brusco peggioramento dei rapporti fra Tbilisi e Mosca, Sukhumi e Tskhinvali aveva portato all'esaurimento dei flussi contrabbandieri, ma questo problema in teoria rimane.

Secondo Mosca, invece, si tratta di una inaccettabile condizione politica. E visto che la Georgia non è disposta a far entrare la Russia nel WTO in cambio della ripresa delle importazioni di vino e acqua minerale, la situazione sembra attualmente in stallo.

Politica

La questione embargo è ritornata attuale quando Gennadij Onishenko, capo dell'ente russo per la tutela dei consumatori incaricato di vigilare sulla salubrità di cibi e bevande importate nel Paese (Rospotrebnadzor), ha annunciato che la Russia avrebbe eliminato gli ostacoli giuridici alla ripresa delle importazioni e attendeva le proposte dei produttori georgiani di vino e acqua minerale. Il carattere politico di questo annuncio è confermato dal fatto che i colloqui con Onishenko erano stati mediati da Kakha Kukava, una figura d'opposizione di secondo piano. Sembra quindi che questo fosse parte di una strategia di Mosca mirata a rafforzare l'opposizione filo-russa agli occhi dell'opinione pubblica meno interessata alla politica, come i produttori d'uva che avrebbero grandi benefici in caso di fine dell'embargo.

Non è però ancora chiaro a che cosa porterà questa iniziativa. Le aziende vinicole non sono al momento particolarmente attive e dichiarano di non voler fare del mercato russo una priorità. Dichiarazioni analoghe arrivano dal governo, che in teoria non dovrebbe più occuparsi della questione. Secondo la maggioranza degli esperti, questa passività si spiega con due principali motivazioni. La prima è legata ad un tacito divieto del governo, che non vuole la fine dell'embargo al prezzo di una crescita, anche solo simbolica, del prestigio dell'opposizione. La seconda è legata ai timori degli imprenditori stessi, per cui il ritorno sul mercato russo comporterebbe ingenti spese di logistica e marketing, senza nessuna garanzia sul fatto che Mosca non cambi idea di nuovo.

Tuttavia, il fatto stesso che il governo in un modo o nell'altro abbia deciso di immischiarsi in scelte di competenza del mondo imprenditoriale è già oggetto di dibattito fra politologi ed economisti.


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