Il mandato di arresto tedesco nei confronti di Josip Perković

È scontro tra Zagabria e Bruxelles sulla cosiddetta “Lex Perković”, una legge che impedisce l’estradizione di cittadini croati nell'Ue per crimini commessi prima del 7 agosto 2002

20/09/2013 -  Drago Hedl

La Croazia ha due settimane di tempo per evitare gravi sanzioni che l’Unione europea potrebbe comminarle mettendo Zagabria, a poco meno di tre mesi dal suo ingresso, in una posizione scomoda. Alla Croazia , infatti, potrebbero venire bloccati i fondi (80 milioni di euro) in preparazione dell’ingresso nell’area Schengen e potrebbe essere imposto un ulteriore monitoraggio europeo.

Mandato di arresto europeo

Le tensioni tra Bruxelles e Zagabria sono sorte attorno al cosiddetto mandato di arresto europeo, secondo il quale i membri dell’Unione sono obbligati a estradare i propri cittadini, accusati di reati penali in uno degli stati dell’UE.

A soli due giorni dall’ingresso della Croazia nell’Unione, il 28 giugno – quando tutti i membri avevano già ratificato l’accordo di adesione della Croazia – il parlamento di Zagabria ha adottato una legge che impedisce l’estradizione se il mandato di arresto europeo è stato emesso per reati penali precedenti al 7 agosto 2002.

Il fatto che la Croazia abbia modificato una legge rilevante solo dopo aver concluso i negoziati con l’Unione, tra cui vi è anche il capitolo 23 relativo alla giustizia, ha fatto talmente arrabbiare la cancelliera tedesca Angela Merkel che quest'ultima ha rinunciato a presenziare alla cerimonia ufficiale per l’ingresso della Croazia nell’Unione.

Effetto Perković

Perché proprio la Germania è stata così sensibile alla mossa di Zagabria? La mancata presenza di Angela Merkel a Zagabria è stato un chiaro messaggio che indica come la Croazia non può pensare di rivaleggiare con il più forte stato europeo e ignorare le ripetute richieste di Berlino di estradare Josip Perković (uno dei capi degli ex servizi segreti jugoslavi prima e poi di quelli croati). Gli organi giudiziari bavaresi lo sospettano di complicità nell’omicidio dell’emigrante croato Stjepan Đureković. Questi fu ucciso in Germania il 28 luglio 1983 da membri degli allora servizi segreti jugoslavi, uno dei quali era in quel periodo sotto processo a Monaco.

Dato che la Croazia , dopo l’ingresso nell’UE, avrebbe dovuto estradare i suoi cittadini in uno dei paesi dell’Unione, se richiesto ovviamente per atti penali, la modifica della legge con cui Zagabria ha limitato temporalmente quest'obbligo è stata letta non solo come uno screzio a Berlino ma anche all’intera Unione europea.

Con la modifica della legge (ripetiamo, a soli due giorni dall’ingresso nell’UE) è stata impedita l’estradizione di cittadini croati per crimini commessi prima del 7 agosto 2002: era chiaro a tutti che in questo modo Perković non sarebbe mai stato estradato in Germania.

Escalation

Zagabria aveva sperato che l’assenza della cancelliera tedesca alla cerimonia di ingresso nell’Unione sarebbe stata l’apice della crisi riguardante la controversa legge, e che l’intera vicenda sarebbe presto caduta nel dimenticatoio. Invece la vicepresidente della Commissione europea e Commissario per la giustizia , Viviane Reding, dopo vari colloqui con i funzionari croati e dopo aver insistito affinché la legge venisse modificata, ha perso la pazienza.

Viviane Reding aveva richiesto, il 23 luglio scorso, che nell’arco di un mese il ministero della Giustizia croato rispondesse chiaramente su quando sarebbe stato in grado di modificare la legge togliendo il limite temporale che protegge chi ha compiuto crimini prima del 7 agosto 2002.

Il ministro della Giustizia croato ha ignorato tale richiesta e il giorno dopo la scadenza del termine di un mese da Bruxelles è giunta un secco comunicato: “L’atteggiamento della Croazia significa che alcuni criminali sospettati dell’omicidio di emigranti croati in un altro paese europeo, al tempo del regime comunista, possono continuare a nascondersi dietro le frontiere croate. Per questo motivo la vicepresidente Reding informerà la Commissione di questa questione e suggerirà un’azione in accordo con l’articolo 39 del trattato di adesione con la Croazia”, recita il messaggio di Bruxelles.

Più che sufficiente per far sì che al premier Zoran Milanović – il maggiore oppositore alla modifica della legge – salisse la pressione sanguigna. “A noi in Croazia fa impressione quando qualcuno alza la voce e ci minaccia. E quello che abbiamo sentito in questi giorni non ci è mai capitato prima d’ora. Un funzionario che ha parlato a nome della Commissione europea ha accusato il governo croato di proteggere all’interno delle sue frontiere assassini di dissidenti croati. Ciononostante questo non mi avrebbe colpito così tanto se non avessi notato come il vocabolario usato è identico a quello dell’opposizione in Croazia e che si tratta dello stesso orientamento politico”, ha tuonato Milanović alludendo al fatto che Viviane Reding appartiene allo schieramento politico democristiano, così come il principale partito di opposizione in Croazia, l’Unione democratica croata (HDZ).

La risposta del capo dell’opposizione Tomislav Karamarko, presidente dell’HDZ, non ha tardato ad arrivare. Insistendo sulla “lex Perković (come è stata ribattezzata la legge che limita temporalmente l’estradizione di cittadini croati) il premier espone la Croazia ad un possibile danno politico ed economico, ha sottolineato Karamarko, aggiungendo: “A loro non va bene questo sviluppo degli eventi perché condurrebbe allo smascheramento delle linee di comando di quei crimini che sono stati compiuti durante il periodo di pace, contro croati, contro emigranti croati”.

L’inutile guerra con Bruxelles si è così riversata sul fronte politico interno. Karamarko, che sfrutta ogni possibile occasione per accusare l’SDP - partito del premier Milanović che non nasconde la sua eredità comunista - di ogni male del mondo, anche questa volta ha mantenuto la tradizione. Ma sono emerse anche opinioni secondo le quali l'eventuale estradizione di Perković avrebbe nuocerebbe molto di più all’HDZ, al suo fondatore, il defunto presidente Franjo Tuđman e al suo ministro della Difesa, anche egli defunto, Gojko Šušak.

Perché?

La Radio Deutsche Welle ricorda che Perković, dopo il crollo della Jugoslavia, aveva organizzato e guidato i servizi segreti del nuovo stato croato e riporta la dichiarazione del giornalista Željko Peratović che ha indagato sul lavoro dei servizi jugoslavi e croati, il quale afferma che Perković conosce molte cose su uomini importanti della Croazia, “quelli che si sono occupati dell’importazione di armi e si sono arricchiti, ed ora sono tycoon oppure hanno ancora una forte influenza politica”.

A nessuno in Croazia, però, è chiaro perché Zagabria mostri così tanta testardaggine nel difendere Perković, una persona che in patria non ha mai goduto di alcuna celebrità e la cui estradizione non avrebbe certo causato una sommossa popolare.

Forse la più vicina alla risposta è l’ex premier Jadranka Kosor. “Sbagliare non è la cosa peggiore né una tragedia. La tragedia c’è nel momento in cui non si vuole riconoscere l’errore e quando non si desidera, non si può o non si vuole correggere”, ha precisato la Kosor alludendo alla caparbietà del premier e alla sua vanità.

 

Questa pubblicazione è stata prodotta con il contributo dell'Unione Europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto Racconta l'Europa all'Europa


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