Il 28 dicembre 2001 Commercio Alternativo ha importato il primo container di miele dalla Croazia. In futuro sarà la volta della Bosnia. Si inaugura così il primo progetto di commercio equo e solidale italiano proveniente dalla regione balcanica.

29/01/2002 -  Anonymous User

Il progetto ha dovuto superare non piccoli problemi burocratici, ma alla fine è riuscito a partire. Di seguito presentiamo il racconto di Paola Lucchesi, collaboratrice di Commercio Alternativo in questo progetto e responsabile per l'area balcanica del GEVAM Onlus.
"Non ce la fara' mai..". Gli angoli della bocca di Anita sono piegati verso il basso, in quell'espressione stanca e pessimista che conosco bene, sul volto di tante donne croate. Anche una giovane avvocatessa dinamica come lei sente il peso di questo eterno trascinarsi del suo paese, massacrato da dieci anni di guerre, dopoguerra, disavventure politiche, per le anticamere dell'Europa. Finanziamenti ed aiuti eternamente promessi ed eternamente in ritardo, la chiarezza legislativa che ancora non c'e' su troppe cose, e la burocrazia che invece c'e' gia', su tutto. Ad Anita avevo chiesto informazioni su quel che serve per registrare in Croazia una filiale di una ditta estera. Le avevo raccontato di Commercio Alternativo, del progetto sul miele e le grappe di frutta, primo passettino di una visione molto piu' ampia per i prodotti tradizionali della Croazia e della Bosnia.
Ho problemi a portare sul mercato i piccoli produttori - spiegavo ad Anita - che non hanno status di azienda e non possono esportare, ne' risolvere da soli questioni complicate come tutta la documentazione rigorosissima che l'Unione Europea richiede per i prodotti alimentari. Giusto per la salute nostra, ma di fatto e' una specie di barriera commerciale in piu': per questo forse sara' necessario aprire un ufficio di Commercio Alternativo sul posto, per sbloccare la situazione, perche' dove la trovano, i contadini, bravissimi ad allevare api, produrre miele, distillare grappe, la competenza tecnico-legale per destreggiarsi con tutto cio'? Dove trovano i mezzi per dotarsi di attrezzature moderne, confezionare, imballare? E non parliamo del marketing ... Il marketing tradizionale e' quello al bordo strada, un banchetto con un po' di vasetti di vetro dal contenuto che varia da un bronzo carico all'oro pallido: acacia, castagno, tiglio, "livada" ovvero "prato", quel che noi chiamiamo "millefiori". Funziona per chi abita vicino a strade di grande traffico, ma dove vado io, a caccia dei produttori migliori nascosti fra le colline, in villaggi sperduti, non basta neanche questo.
La Bosnia, poi, per il miele e' addirittura esclusa: uno degli ennesimi effetti boomerang dell'avere un paese spezzato in due "unita' costituenti", ovvero due mini-stati con regole diverse e contrastanti. La diplomazia internazionale spende capitali immensi per sostenere qualcosa di artificiale che si chiama "Dayton" e che io chiamo sbrigativamente "zombie". Soddisfazione di facciata per tutti, e per tutti miseria. Ognuno deve avere le sue leggi, i suoi ministri, le sue bandiere. Quindi, niente servizio veterinario nazionale in comune, niente "piano residui" (=analisi sull'eventuale presenza di sostanze proibite in prodotti alimentari) come vuole l'UE per queste cose, ergo, niente esportazione del delizioso miele dei miei apicoltori. Si', li sento "miei", mi vedo davanti le facce, i nomi, le storie, ho passeggiato con loro fra colline verdi e altipiani sperduti, guardando le loro apine operose fabbricare quelle delizie che ora riempiono la mia cucina. L'Europa affamata di prodotti biologici e' un acquirente ideale per questi paesi, oggi poveri ma ricchi in potenza di sterminate distese di natura ancora intatta. Paesi ancora fondamentalmente agricoli, regioni con numeri di abitanti sostanzialmente piccoli, che potrebbero vivere comodamente di agricoltura e turismo. Se. Se ci fosse una strategia di sviluppo, che non c'e'. Assenza ancora piu' fatale dell'assenza di strumenti finanziari adeguati: dove ci sono piani ben concepiti, il denaro si trova. Ma qui siamo ancora alla preistoria.
Miele serbo e miele bosniaco musulmano, e miele croato. Li metto in cestini che regalo agli amici, tutti insieme, quasi una preghiera su quella terra costellata di fosse comuni non meno che di arnie. Ci aggiungo delle bottigliette con dentro la grappa di susine, di mele, di pere, di miele: anche questa, dritta dritta dagli alambicchi casalinghi dei contadini, che passano lunghe giornate da disoccupati a distillare tonnellate di frutta che non arriveranno mai sul mercato "globale", per quanto deliziosa e ignorante di cosa sia un pesticida.

Sara' ancora piu' dura che per il miele, con le grappe: bisogna risolvere i problemi con le accise di quattro legislazioni diverse (croata, serbo-bosniaca, federal-bosniaca e, ovviamente, italiana ovvero UE). Intanto, non potendole vendere, le regalo. Alla fine, il problema sul miele l'ha risolto proprio uno dei "miei" piccoli produttori, anche se fra me gli ho mandato una cordiale maledizione per non averlo fatto prima. Lo so, lo so, benedetta furbizia balcanica, sperava di cavarsela senza un terzo attore, guadagnar di piu', pur senza esser pronto ad accollarsi le scocciature e spese di trasformarsi in ditta capace di operare indipendentemente sul mercato: alla fine pero' mi ha messa in contatto col suo grossista, col quale peraltro lavora da anni. Una bella aziendina, piccola (per modo di dire, comunque da' lavoro a venti persone!) ma attrezzatissima, moderna, competente, lavora gia' con l'estero. Ma soprattutto, ha una filosofia che sembra fatta apposta per tutti i bei progetti di commercio equo e solidale che mi frullano in testa da mesi: spinge l'istruzione per i piccoli produttori (alimentazione e cura delle api, ed altre tecniche di produzione), ed aiuti anche piu' concreti, come la fornitura di apparecchiature cosi' necessarie in cambio di merce. E la filiale in Bosnia, che ci aiutera' a risolvere il blocco per i nostri apicultori di laggiu'.
Passiamo una serata di grandi sogni in comune con Ivan Bracic, il direttore, che pazientemente mi aspetta fin tardi a Zagabria. Facciamo mezzanotte a parlare di apicultura, del mercato del miele in Croazia e Bosnia, fare grandi progetti di azioni comuni per il futuro, passeggiando nel laboratorio scintillante fra un tino d'alluminio e l'altro, gli apparecchi per filtrare, pastorizzare, misurare, travasare, impacchettare. Cataste ordinate di vasetti di vetro con etichette che mi fanno venire l'acquolina in bocca e risvegliano affetti antichi, perche' accanto ai classici (acacia, castagno, tiglio, millefiori...) trovo anche gli aromi specialissimi, mediterranei, della Dalmazia, mio grande amore fin dall'infanzia: miele di lavanda, rosmarino, salvia, erica. La Dalmazia, ormai meta prediletta delle vacanze estive degli italiani, a parte quel paio di mesi di frenetico boom turistico estivo, e' una terra povera. Non speravo che saremmo riusciti cosi' presto ad includerla nel progetto, che e' nato e cresciuto lontano dalla costa, nella Valle di Smeraldo, dove scorre la dolce Una dalle acque verdi. Ma questa e' un storia troppo lunga per raccontarla tutta qui.


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