Una scena del film Family Meals/Nije ti život pjesma Havaja

Una scena del film Family Meals/Nije ti život pjesma Havaja

E' stata una delle rivelazioni del Balkan Florence Express, il festival dedicato al cinema del sud est Europa recentemente svoltosi a Firenze. Dana Budisavljević, autrice di Family meals, racconta se stessa e la società croata attraverso la lente del desco famigliare. Intervista

10/12/2012 -  Jelena Škuletić Firenze

Tagliare il pane, sbucciare le patate, sbattere le uova, compiere i gesti risoluti che occorrono alla preparazione di un buon pranzo. Sedersi a tavola, rilassarsi, e provare a far in modo che anche la propria storia, insieme a quella difficile della Croazia dei primi anni Novanta, venga raccontata e rivisitata come una ricetta. Dana Budisavljević, regista e protagonista del film Family Meals/Nije ti život pjesma Havaja, ci invita a far da spettatori ai suoi pranzi di famiglia. Chiede spiegazioni alla madre, al padre, al fratello dell’accoglienza rabbiosa, indifferente o muta alla notizia della sua omosessualità. Il cibo fa da veicolo comunicativo eccellente, le ricette, in cui non mancano emozione ed ironia, diventano quasi incantesimi che sciolgono la tensione, e la propria vita si fa organo che accoglie, si nutre, e metabolizza le parole dette, e i gesti compiuti in passato, con naturalezza. Un film che seduce per la sua profonda intimità, facendo della videocamera un varco attraversato da gioie e amarezze condivise come un buon piatto di minestra, condito.

Che cosa ti ha portato a girare un documentario così intimista?

Personalmente mi sono sempre piaciuti i film intimisti ma in Croazia sono poco presenti. Questo film di fatto è una critica che rivolgo al sistema nel mio paese, dove l’autore non è sincero, non ha un particolare sentimento rispetto alla tematica che tratta e sceglie un soggetto in quanto allineato politicamente oppure perché pensa che possa piacere all’Europa. Un approccio che non condivido.

Il mio primo film Sve pet , che ho finito nel 2004, tratta la controversa storia della prima donna croata che ha ammesso di essere stata oggetto di un traffico di schiave. Questo lavoro ha ottenuto vari riconoscimenti in Croazia, ha girato in quasi tutte le regioni ed è stato trasmesso anche in tv. Questo mi ha fatto conoscere al pubblico come regista.

Poi ho cominciato a provare rimorso nei confronti delle persone che compaiono nei film, per il fatto che usi e manipoli le loro vite senza però mai esporti in prima persona. Pensavo di non essere leale e sincera fino in fondo, né come persona né tanto meno come regista. Mi sono presentata al pubblico raccontando le vite altrui mentre la mia la tenevo in serbo. A quel punto mi sono ripromessa che un giorno avrei trovato le forze per farlo. Sentivo tutto ciò come un dovere artistico e morale. Negli anni avevo collaborato con alcune associazioni LGBT, facendo alcuni spot per le loro campagne, senza mai espormi personalmente, come se le loro tematiche non mi riguardassero. Ad un certo punto ho pensato fosse mio dovere fare un film dove apertamente parlavo del mio essere lesbica, soprattutto per tutte quelle persone che vivono in contesti familiari molto più difficili e rigidi del mio.

Essere donna, lesbica e regista negli anni ‘90 in Croazia non era semplice. Come te la sei cavata?

Nel 1994 quando mi sono iscritta all’accademia, essere gay  era un tabù, essere lesbica e regista non ne parliamo. In Croazia le donne non facevano i film. Solo due anni fa hanno cominciato a ricevere i finanziamenti. C’era una sola donna regista, Snježana Tribuson, che con un po’ di sovvenzioni è riuscita a fare qualcosa nel corso degli anni, benché sempre molto meno dei suoi colleghi uomini. Il messaggio che avevo ricevuto dalla società era che non avrei mai potuto esercitare il mio mestiere in quanto donna e lesbica. Spesso scherzavo con i miei amici dicendo che l’unica lesbica della quale si era sentito parlare apertamente da noi era Martina Navratilova, che però viveva in un’America lontana e parlava una lingua incomprensibile.

Come hai fatto a convincere i tuoi genitori a far parte del documentario? Pur non essendo attori professionisti sei riuscita a mantenere un livello molto alto. Come?

Innanzitutto posso dire che il loro consenso l’ho vissuto come un enorme regalo, perché voleva dire che mi avevano accettato, a modo loro. Ho sempre saputo che hanno un carattere straordinario. Se ti occupi di arte te ne accorgi se uno ce l’ha o meno, però non ero sicura che sarebbero stati capaci di tenerlo davanti alla macchina da presa. Proprio per questo motivo ho lavorato con una sola videocamera. Inoltre la scelta di fare le riprese nei loro appartamenti con i loro vestiti ha reso possibile una situazione naturale e di quotidianità. Mentre riflettevo su come avrei potuto concepire il tutto, mi sono resa conto  che di fatto l’unica cosa che continuiamo a fare insieme è mangiare ed è per questa ragione  che ho svolto tutte le azioni intorno al cibo. D’altronde mi ha sempre affascinato il fatto che da anni vado a questi pranzi dove non si toccano mai determinati argomenti. Sai che gli vuoi bene, che loro ti vogliono bene e i temi scottanti e scomodi li lasci sempre per una prossima volta.

Benché a volte nel film vi scambiate delle accuse piuttosto pesanti, nessuno di voi perde mai le staffe. È questo il clima che si respira nella tua famiglia oppure l’hai voluto rendere tale?

Effettivamente la cultura del dialogo nella mia famiglia esiste ed è proprio per questo che ho potuto fare un film del genere. I miei hanno un talento naturale e piuttosto evidente come attori, che io non potevo non sfruttare. Di solito i documentari inseguono un soggetto per lungo tempo, ci sono un sacco di azioni e poi c’è un archivio consistente con foto dell’infanzia. Noi come famiglia non avevamo nulla o molto poco e di conseguenza sapevo che l’unico modo per sostenere il tutto era il dialogo.

La mia scelta in qualche modo voleva anche essere una risposta al diluvio di confessioni dei reality show che da noi sono molto popolari, dove si mette in scena una falsa sincerità facendo perfino finta di struggersi dal dolore davanti alle telecamere. Ho scelto una forma rigida con dei dialoghi veri e reali, senza ovviamente trascurare il contenuto. La precisione e la pulizia dovevano essere eccellenti, altrimenti avrei rischiato di cadere nei cliché di alcuni lavori dove si segue il soggetto scordandosi completamente della forma. In più era il mio primo film ad essere impostato in questo modo. In alcuni momenti ho pensato che non ce l’avrei fatta perché di fatto la storia che racconto è piuttosto complicata, ma alla fine credo di aver fatto un lavoro dignitoso.

Per questo film hai avuto dei finanziamenti?

Sì, ho ricevuto 20.000 euro che si possono considerare una cifra ridicola. Soltanto adesso, per la mia prossima produzione, ho ricevuto dei finanziamenti europei e croati. Una somma che mi potrà permettere di guadagnarmi da vivere come regista. Tutto quello che ho fatto finora è stato praticamente un hobby, ed è per questo che ci ho messo così tanto tempo.

Nella produzione cinematografica velocità, spesa e tempo sono le voci principali, anche se averle tutte e tre contemporaneamente è molto difficile, se non impossibile per quanto mi riguarda. Se non hai soldi devi avere tempo o viceversa. Dato che io i soldi non li avevo mi sono concessa un sacco di tempo per le riprese e il montaggio che da solo mi ha impegnato, con qualche pausa, quasi due anni. Un’altra ragione che mi ha portato a impiegare così tanto tempo è il fatto che la nostra industria cinematografica è scadente e che i film come questo non servono a nessuno. Allora mi sono detta: ”Almeno fai qualcosa che ti possa soddisfare il più possibile!”.

Com’è la situazione della cinematografia in Croazia?

In Croazia è accaduta una cosa straordinaria, l’unione delle professioni. Soprattutto i produttori e i registi si sono impegnati a cambiare lo statuto e a cercare di migliorare le condizioni. Dopo tre anni il loro impegno ha portato dei risultati. Tutto ciò poteva accadere soltanto nel momento in cui tutti erano rimasti senza lavoro e nessuno difendeva più i propri interessi personali. Grazie a questa unione in Croazia è nato il centro HAVC – Hrvatski audovisuelni centar, organo indipendente che si occupa della promozione e della trasparenza nell’investimento delle risorse economiche. Molte persone competenti si sono impegnate con un immenso entusiasmo riuscendo a smuovere la situazione dal punto di non ritorno in cui eravamo precipitati. Con le risorse economiche che il centro riceve dallo stato, sono stati realizzati tanti film. Benché la situazione non sia del tutto risolta, la presenza del centro HAVC è diventata di tale importanza, che si ha la sensazione che qualcuno pensi a te, rispetti la trasparenza delle procedure e i tempi di scadenza. In questo nuovo riassetto anche le donne hanno finalmente gli stessi diritti degli uomini.

Quanto l’imminente ingresso della Croazia nell’Unione europea ha inciso sui cambiamenti del paese?

Moltissimo, il governo ha dovuto adattarsi ai requisiti che gli sono stati imposti. Tutto ciò di cui abbiamo parlato finora chi sa quando sarebbe successo se non ci fossero state precise richieste da parte dell’Unione europea. Anche l’attuale governo ha portato dei cambiamenti, per esempio quest’anno ha permesso la manifestazione della comunità LGBT a Spalato, cosa che sarebbe stata impossibile prima. Questo è un forte messaggio del governo ai cittadini, soprattutto quelli meno tolleranti. Credo inoltre che ai cambiamenti abbia giovato anche la durata dei preparativi e che se gli anni fossero stati di meno, oggi ci saremo trovati in una situazione molto più compromettente. Benché il  paese abbia ancora tanti problemi da risolvere almeno si percepisce un vago sentore che si è iniziato a vivere in uno stato di diritto.

Hai mai pensato di andare via?

Sì, anche perché il mio primo legame serio,  dopo le esperienze adolescenziali, è stata una ragazza olandese.  Se non ci fosse stata lei chissà quanto tempo ci avrei impiegato. Stare per un po’ in un paese dove vigono altre regole mi ha permesso di guardare le cose da un altro punto di vista. Ho pensato di trasferirmi là,  però alla fine non ci sono riuscita. Ho sempre il bisogno impellente di essere utile e ho pensato che in Olanda non hanno bisogno di me, mentre a casa mia riesco almeno a fare qualcosa. Credo che ogni periodo abbia dei valori che bisogna difendere e per i quali bisogna lottare. Tutto quello che abbiamo oggi non lo abbiamo da sempre. Credo che la mia presenza in Olanda sarebbe semplicemente un numero in più, mentre in Croazia posso fare la differenza.

 

Questa pubblicazione è stata prodotta con il contributo dell'Unione Europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto Racconta l'Europa all'Europa


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