A due mesi dall'ingresso nell'Ue l'entusiasmo dei bulgari verso le stelle dell'Unione non è più incondizionato. Ultima delusione, la parziale chiusura del mercato del lavoro inglese ai cittadini bulgari e romeni

30/10/2006 -  Francesco Martino Sofia

Questo articolo viene pubblicato oggi contemporaneamente su Osservatorio Balcani e Il Manifesto

Assomiglia sempre meno ad una festa spensierata ed euforica l'ingresso della Bulgaria nell'Unione europea, previsto in compagnia della vicina Romania per il primo gennaio 2007. Non che i bulgari abbiano messo da parte le speranze di un futuro migliore sotto la bandiera stellata dell'Unione. Il processo di adesione, però, così lungo e pieno di esitazioni e mezzi ripensamenti da parte dei "vecchi membri", inizia a far pensare a molti che la Bulgaria in realtà entra in Europa dalla porta di servizio, e come membro di seconda classe.

A rinforzare questa sensazione, sicuramente una delle cause più visibili del successo del partito nazionalista "Ataka", che proprio oggi ieri per chi legge, ndr si gioca con il suo leader Volen Siderov il ballottaggio delle elezioni presidenziali contro il presidente uscente Georgi Parvanov, è arrivato l'annuncio del governo inglese, per bocca del ministro degli Interni John Reid, che il mercato del lavoro in Gran Bretagna non sarà aperto anche a bulgari e rumeni, così come lo era stato ai cittadini dei nuovi membri dell'Europa orientale entrati nel maggio 2004. L'anno prossimo, infatti, soltanto 20mila bulgari e rumeni avranno la possibilità di lavorare in Gran Bretagna, ma esclusivamente nei settori dell'agricoltura e dell'industria agro-alimentare. Per i lavoratori più qualificati si prevedono altri permessi, ma che dovrebbero essere in numero piuttosto limitato.

La decisione di Londra rappresenta un voltafaccia alla politica delle porte aperte sostenuta due anni fa, quando la Gran Bretagna, insieme all'Irlanda del boom economico e alla Svezia, fu l'unico dei grandi membri ad aprire senza limitazioni ai lavoratori dei nuovi stati membri. Ne è nata un'ondata migratoria che ha portato nell'isola almeno 600mila cittadini dell'est europeo, soprattutto dalla Polonia, di fronte a previsioni iniziali che parlavano di circa 13mila nuovi arrivi l'anno. I famigerati "idraulici polacchi", in realtà, sembrano aver dato un solido contributo all'economia inglese. Il governo laburista, però, teme che un nuovo flusso di immigrati da Bulgaria e Romania possa provocare un'ondata di rigetto, mettendo in forse le capacità della società britannica di assorbire i nuovi venuti.

L'annuncio di Reid, in realtà, non è arrivato del tutto inaspettato. La questione è stata dibattuta per tutta l'estate, raggiungendo forti picchi polemici anche a causa della pressione di alcuni tabloid britannici come il "Sunday People", che hanno paventato una vera e propria invasione "dei mafiosi bulgari", che non aspetterebbero altro che la caduta delle frontiere per esportare a Londra i loro giri di droga e prostituzione. Sulla stampa inglese è stato dato ampio spazio ad un altro fenomeno, quello dell'acquisizione del passaporto bulgaro da parte di cittadini di stati come Moldavia e Macedonia, dove esistono forti minoranze bulgare.

Anche sulle cifre le stime di Sofia e di Londra divergono sostanzialmente. Secondo rilevamenti effettuati in Bulgaria, sarebbero circa 50mila i bulgari che avrebbero intenzione di emigrare in altri stati dell'Unione nel corso dei prossimi anni. La maggior parte dei bulgari, inoltre, intenderebbe dirigersi verso paesi dell'Europa mediterranea piuttosto che in direzione del Regno Unito. Secondo "Migration Watch", invece, nella sola Gran Bretagna potrebbero arrivare, nei prossimi venti mesi, 80mila bulgari e 200mila rumeni.

In Inghilterra molti analisti ritengono comunque che le misure intraprese dal governo di Londra si riveleranno inutili e addirittura controproducenti, visto che non potranno fermare l'ingresso di lavoratori bulgari e rumeni, ma contribuiranno a spingerli verso il lavoro in nero.

All'annuncio della decisione britannica di imporre limitazioni così drastiche, il governo di Sofia ha espresso tutto il suo rammarico. Miglena Kuneva, ministro degli Affari Europei e probabile prossimo Commissario europeo alla difesa del consumatore, ha dichiarato che "la politica di Londra di aprire le porte nel 2004 è stata molto coraggiosa e sensata. Mi sembra strano che verso la Bulgaria ci si comporti in modo diverso". Il ministero degli Esteri, per mezzo del suo portavoce Dimitar Tzanchev, ha anche minacciato di ricorrere a misure speculari verso i paesi che non apriranno le porte ai lavoratori bulgari. La minaccia sembra però soprattutto frutto della delusione, simile alla protesta simbolica dagli abitanti di un villaggio dei monti Rodopi che quest'estate, in risposta della campagna mediatica in atto sui tabloid inglesi, imposero il visto ai turisti britannici.

In Bulgaria, intanto, si attende con interesse sempre maggiore la decisione del governo italiano, che per il momento, però, sulla questione dell'apertura del mercato del lavoro ha deciso di non decidere. La maggior parte dei bulgari emigrati nell'Unione europea si trova in tre paesi mediterranei, Grecia, Spagna e Italia, dove si stima vivano e lavorino in 60mila. Se si parla di rumeni, l'Italia è la prima destinazione di emigrazione. Sulla stampa bulgara ci si interroga sul comportamento dell'Italia, visto che il suo atteggiamento influenzerà direttamente quello degli altri due paesi.

La speranza, è che stavolta sia proprio l'Italia a prendere una decisione coraggiosa, e a restituire a bulgari e rumeni, almeno in parte, la sensazione di gioia ed euforia di entrare nell'Unione a testa alta, pari tra pari, e non come cittadini e lavoratori di seconda classe.


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