Il sito di Belene - Francesco Martino

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Il primo referendum della Bulgaria democratica, in cui i cittadini dovevano esprimersi sul futuro dell'energia nucleare (ma soprattutto su quello del progetto della centrale di Belene) non ha raggiunto il quorum. La questione torna in parlamento, mentre tutti i partiti cantano vittoria. Il progetto resta in sospeso, come il futuro degli strumenti di democrazia diretta nel paese

30/01/2013 -  Francesco Martino Sofia

“La Bulgaria dovrebbe sviluppare il settore dell'energia nucleare attraverso la costruzione di una nuova centrale?” La domanda, posta agli elettori bulgari nel primo referendum nazionale dal 1989, è rimasta senza una risposta chiara. Al voto, in una domenica d'inverno coperta e stretta da un freddo intenso, si sono presentati alle urne poco meno di un milione e mezzo di elettori, un'affluenza pari al 20,22% degli aventi diritto. Il 60% di chi ha votato ha risposto “sì”, il 40% ha messo la croce sul “no”.

Il quorum richiesto per rendere vincolante l'opinione espressa dal referendum è rimasto molto lontano. Per raggiungerlo, avrebbero dovuto esprimersi quasi quattro milioni e mezzo di bulgari, quanti si erano presentati alle urne nelle ultime consultazioni politiche. L'aver superato, seppure di un soffio, la soglia del 20% obbliga però ora il parlamento di Sofia a riesaminare la questione, anche se con tutta probabilità questo avverrà nella prossima legislatura.

Belene e il nucleare: temi della campagna elettorale

Quello del referendum è stato un risultato in qualche modo atteso, che lascia in sospeso il destino della centrale di Belene, vero oggetto del contendere, ma anche sufficientemente interlocutorio per permettere a tutte le principali forze politiche di cantare vittoria. Belene e il nucleare, dopo il voto di domenica, sono destinati a diventare uno dei temi di scontro più caldi della campagna elettorale per le politiche della prossima estate.

Il Partito socialista (BSP), oggi all'opposizione, principale sostenitore delle prospettive atomiche in Bulgaria (ha raccolto le 700mila firme per richiedere il referendum) sottolinea l'ampia maggioranza di “sì” tra chi ha votato, ed incassa il risultato minimo: riaprire in parlamento il dibattito sulla questione nucleare. Per Sergey Stanishev, leader del BSP (e del Partito socialista europeo), il voto rappresenta una sconfitta personale e politica per il partito di governo GERB e il suo carismatico leader Boyko Borisov.

Il premier, naturalmente è di tutt'altro avviso. GERB aveva bloccato il progetto Belene nel marzo 2012, ma alla convocazione del referendum il partito si è inizialmente dichiarato a favore del “sì”. Tutto fino a poche settimane dal voto, quando Borisov ha dato indicazione ai propri sostenitore di votare “tre volte 'no'”. Acrobazie politiche che non sono nuove al premier bulgaro, mago nel mantenere indefinita la propria linea politica, girando poi a proprio vantaggio il risultato, qualunque esso sia.

Finora gli elettori bulgari non hanno punito le “astuzie contadine” di Borisov, anche se all'approssimarsi delle prossime elezioni politiche la stella del premier pare ormai piuttosto appannata. Nel frattempo arriva la conferma che se Borisov padroneggia la tattica dell'esercizio del potere, il leader di GERB non riesce ad offrire al paese la minima strategia sullo sviluppo di medio-lungo termine.

Un dato interessante: mentre il paese si esprimeva in larga maggioranza a favore della nuova centrale, la capitale Sofia votava “no” seppure con una maggioranza risicata (50,2%). La percentuale di “sì” più alta è arrivata invece da piccoli centri e villaggi (67%). Riemerge quindi dal voto una frattura storica della politica bulgara: i piccoli centri “pendono” per il campo socialista, la città e la sua “intelligencija” a destra. Anche i voti della diaspora, prevedibilmente, si sono allineati a quelli della capitale: ha vinto il “no” col 51%.

Considerazioni sul primo referendum bulgaro

Per chiudere, alcune considerazioni su cosa lascia il primo esercizio di democrazia diretta nella Bulgaria post-socialista. Per molti il referendum è stato semplicemente un flop, anche se il 20% di affluenza, viste le condizioni, è un risultato meno anemico di quanto le cifre lasciano percepire.

Ad inficiare il quesito su Belene, oltre alle strategie politiche dei vari partiti (l'invito al boicottaggio di parte della destra e del movimento guidato dall'ex commissario europeo Meglena Kuneva, il dietrofront improvviso di GERB), hanno contribuito fattori oggettivi.

Innanzitutto la data scelta per la consultazione, nel mezzo del freddo inverno bulgaro. C'è poi la natura stessa della domanda. Le firme sono state raccolte citando esplicitamente il progetto di Belene, riferimento poi depennato dopo l'intervento della Corte Costituzionale. Per gli elettori, comunque, è rimasto evidente che si stava votando su un preciso e determinato investimento economico. Solitamente, i referendum chiamano i cittadini a esprimersi su grandi temi di carattere generale: chiedere agli elettori il parere su uno specifico progetto d'investimento, la cui desiderabilità dipende da precisi parametri economici e di sicurezza, non sembra una procedura adatta ad una consultazione nazionale.

Il referendum ha comunque creato un precedente importante nel panorama politico bulgaro. Ispirati dal recente esempio, esponenti della destra tradizionale dell'Unione delle Forze Democratiche (SDS) hanno già annunciato la raccolta di firme per una nuova consultazione su un tema che divide appassionatamente la società bulgara: il divieto totale di fumo, recentemente introdotto. Per rendere questo strumento realmente fruttuoso, le modalità di funzionamento del referendum devono essere profondamente riviste.

La campagna referendaria, considerata la complessità del quesito, è stata breve e insufficiente a garantire un voto informato. Ma, sono soprattutto le regole del referendum a essersi dimostrate inadatte. Legare il quorum al numero degli elettori che hanno esercitato il voto nelle precedenti politiche (in questo caso il 60.2%), e non richiedere, ad esempio la maggioranza assoluta del 50%, ha poco senso, visto che solitamente in Bulgaria le parlamentari portano alle urne il numero massimo di elettori.

Aspettarsi che un referendum possa fare lo stesso, significa condannare al naufragio l'idea stessa di democrazia diretta, quale che sia il quesito posto ai cittadini.


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