Bacio a Sarajevo (Emilie Houwat/flickr)

E' un'attrazione fatale, tanto fatale da rischiare di rientrare nel cliché. Ma quale amore non lo rientra? Riceviamo e volentieri pubblichiamo

10/03/2014 -  Irene Caverni

Conoscevo già Sarajevo. Dentro di me esisteva questa città fatta dei ricordi di una guerra scoppiata quando ero piccola, che i miei genitori e i telegiornali raccontavano al di là del mare, in un territorio chiamato Bosnia, in una città di nome Sarajevo.

Sono cresciuta con questo nome in mente e con una domanda continua: come mai in un territorio così vicino a noi sia potuta scoppiare una guerra così terribile.

Le risposte le ho trovate molti anni dopo, durante la scrittura della mia tesi di laurea sulle commissioni d’inchiesta dell’ONU, che iniziano proprio con quella creata per il conflitto in Bosnia Erzegovina. La prima Sarajevo che ho conosciuto e immaginato è stata questa.

La seconda Sarajevo l’ho incontrata la scorsa estate, durante una delle tappe del viaggio on the road nei Balcani, ed è stato amore a prima vista.

Sono arrivata a Sarajevo piangendo, perché finalmente il sogno di poter vedere e vivere questa città si avverava. Venivamo da quel gioiellino che è Mostar e percorrendo alla guida della mia auto il lungo viale Zmaja od Obosne, gli occhi lentamente mi si inumidivano mentre scrutavo attentamente ciò che vedevo cercando, come una macchina fotografica, di catturare più immagini possibili.

Ricordo l’ostello in cui siamo state, lungo la Miljacka col suo colore marrone, e il sorriso della ragazza che ci ha accolto, Elvina. La prima volta in cui ho camminato per le vie e viuzze della Baščaršija, dove mi sentivo veramente a casa, perché nella Sarajevo dalle mille facce e culture ti senti davvero accolto, non importa da dove vieni o come sei. Oppure la prima volta in un ristorante turco dove ho assaggiato i cevapčici diventati poi il mio pasto principale. La Sarajevo delle tante moschee, come quella piccola di Alipašina, ma anche la Sarajevo famosa per le sue partite a scacchi nella piazza della Liberazione, e poi ancora la “piazza dei piccioni”, come ormai è conosciuta la fontana Sebilj, il Ponte Latino e la Sarajevsko pivo bevuta nel pub accanto all’omonimo birrificio.

Per me però Sarajevo non era solo questa. Avevo anche un tremendo bisogno di confrontarmi e toccare con mano i tanti luoghi che avevo immaginato e studiato. Per questo ho deciso di cercare le testimonianze della guerra. L’Holiday Inn, il museo di Storia, nel cui giardino vi sono ancora i carri armati e le mitragliatrici, il Markale, dove la lapide e il buco della granata sulla strada ricordano ancora la strage che vi è stata fatta, il cimitero del Koševo, dietro al quale si può vedere la torre dei giochi olimpici invernali del 1984, e il Tunnel della Speranza, davanti al quale si staglia l’imponente monte Igman.

Verso la fine della nostra permanenza mi sono resa conto che la guerra è il passato di questa città, che certamente deve rimanere nella memoria, ma Sarajevo non è ripiegata su sé stessa. Al contrario è una città viva che si è ripresa il suo futuro e che coraggiosamente va avanti.

Più della bellezza dei palazzi, delle strade e delle tantissime vie, sono i suoi abitanti ad avermi colpito. Forse, per totale ignoranza, mi aspettavo di trovare gente chiusa o schiva, invece ho trovato persone gentilissime, sorridenti, accoglienti e disponibili. Ricorderò sempre tutti coloro che, pur non conoscendo una parola d’inglese, ci hanno aiutato in tutti i modi possibili a trovare una strada o un posto buono dove mangiare.

Tutte le emozioni che ho provato in questa per me sconosciuta Sarajevo le conservo in tre ricordi.

Il primo è legato proprio agli abitanti della città e riguarda un tassista. Mentre scendevo a piedi la strada che dal Koševo mi avrebbe riportato verso il centro della città presi un taxi. Dopo aver dato al tassista l’indicazione del ponte latino, lui mi chiese da quale città venissi e io risposi Firenze. Da lì iniziò la nostra conversazione, in un misto di inglese e qualche parola di italiano. Mi raccontò un po’ della sua vita, di conoscere l’Italia e di aver potuto visitare da giovane per ben due volte Venezia, trovandola una città bellissima. Quell’uomo aveva sentito un vero e proprio bisogno di condividere con me una parte dei suoi ricordi, ricordi di una vita lontana. Questo ha reso quella breve corsa diversa da quelle spesso noiose fra tassista e passeggero. La felicità che provai in quei momenti fu immensa perché quell’uomo, dal nulla, si era aperto con me e mi aveva donato una parte di sé.

Il secondo riguarda il panorama della città. La sera prima di partire, su consiglio di Elvina, siamo andate a visitare un punto panoramico dal quale si può ammirare Sarajevo dall’alto. Lo spettacolo che avevamo davanti agli occhi era incredibile, il sole tramontava piano piano, le prime luci della città si accendevano, mentre dai minareti delle moschee si alzava il canto del muezzin, che diffondendosi da una parte all’altra della città diventava una sola e unica voce. In quegli attimi si facevano strada dentro di me non solo stupore e meraviglia, ma soprattutto un senso profondo di pace con sé stessi e col mondo intero.

Il terzo ricordo è una camminata mattutina e solitaria per le vie della Bašcarsija. L’ultimo giorno, avendo programmato alle 10 la visita al Tunnel della Speranza, mi sono alzata presto e sono scesa nella Bašcarsija quando ancora i negozi erano chiusi. Ho percorso da sola tutte le sue strade, ho fatto colazione in una buonissima Pekara in “piazza dei piccioni” e ho visto la città svegliarsi a poco a poco. A farmi compagnia soltanto il rumore dei miei passi e il ticchettio degli artigiani, che nelle piccole botteghe appena aperte iniziavano a incidere il rame e l’argento. Mi sono sentita parte integrante della città, come se ci avessi vissuto da sempre, come se lei mi avesse sempre aspettato, e finalmente potevo dire “io ci sono, sono qui con voi”.

Mi sono innamorata di questa città da subito. I sui volti, i suoi colori, i suoi profumi e i suoi suoni, queste sono adesso le immagini che porto nella mente e nel cuore. Si sono affiancate alle altre permettendomi così di avere una visione completa di quella che è Sarajevo.

Sono arrivata piangendo e piangendo me ne sono andata, perché l’unica certezza è che quando la lasci hai solo il desiderio di tornare di nuovo.


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