Bambini nel cimitero di Halifakovac (Foto © Danilo Krstanović)

Bambini nel cimitero di Halifakovac (Foto © Danilo Krstanović)

Esce in italiano per Casagrande editore l'antologia dell'opera poetica di Abdulah Sidran, mentre le edizioni ADV pubblicano Le lacrime delle madri di Srebrenica e il testo inedito Sulla Drina. La riscoperta del bardo di Sarajevo, tra appartenenza e racconto

20/09/2010 -  Piero Del Giudice

Il grasso di lepre e Le lacrime delle madri di Srebrenica assicurano al lettore italiano il corpus portante della poesia di Abdulah Sidran, la sua evoluzione, le motivazioni profonde. Con la pubblicazione di questi due libri, Sidran invita a una pausa e a una riflessione. Sta passando alla stesura letteraria del romanzo sulla sua famiglia, che è insieme il romanzo della nascita e della fine della Seconda Jugoslavia.

Il grasso di lepre - scelta antologica della intera opera poetica del sarajevese - comprende testi che vanno dagli anni Settanta ad oggi, dai primi successi letterari nella Jugoslavia di Tito alle poesie della guerra e dissoluzione del Paese, dell’assedio di Sarajevo (aprile 1992-febbraio 1996) e del dopoguerra.

Le lacrime delle madri di Srebrenica è un prezioso incunabolo costituito da due traduzioni di una stessa lunga poesia che, con andamento da coro di tragedia greca, dà voce alle madri delle vittime dell’olocausto musulmano ed è insieme un’ampia prosa sul dopo-Srebrenica in cui il poeta chiede agli uomini e ai potenti giustizia e verità.

I temi dell’opera di Sidran

Tema costante dell’intera opera di Abdulah Sidran – poesia, cinema, teatro e romanzo – è la presenza del padre: Mehmed Sidran - operaio metalmeccanico, militante comunista e combattente nella resistenza al nazifascismo nella Seconda guerra mondiale, fondatore della nuova Jugoslavia, dirigente politico nella Repubblica di Bosnia Erzegovina Federata, poi prigioniero politico nell’isola di Goli Otok a seguito della purghe antistaliniane di Tito.

La parabola paterna – il figlio assiste da bambino nell’aprile 1949 all’arresto e alla deportazione del padre e ne farà testimonianza memorabile – la rovina politica ed economica dei Sidran di Sarajevo, la malattia del genitore tornato dal carcere e dal confino, la sua morte, sono capitoli inesauribili delle varie scritture di Abdulah Sidran.

Sentimenti e ragioni contraddittorie tengono vivo il vincolo e il confronto tra padre e figlio. Vi è conflitto in questo rapporto, vi è controversia nella attrazione e ammirazione del figlio per la straordinaria esperienza umana e storica del padre. Quando appare, la figura del padre muove un costante muto rimprovero, una interrogazione ansiosa senza parole. E’ questa una moderna vicenda amletica e, come nell’Amleto, il padre chiede muto al figlio una sorta di riscatto se non una domanda, muta, di giustizia.

Mehmed Sidran, protagonista nella generazione che ha sconfitto la teoria e la pratica della “piramide delle razze” del nazismo e ha mutato il corso della Storia, padre tra i padri fondatori della nuova Jugoslavia pluriculturale.

La figura del padre è allora – nella frammentazione dell’oggi, nella guerra condotta per supremazie “etniche” – la consapevolezza nel figlio che il passato è migliore del presente, più nobile e alta l’esperienza dei padri, mediocre avida e volgare l’attualità. Inadeguata la prova dei figli. Padre e jugonostalgia si mescolano, morte del padre e Paese dissolto si confondono nello smarrimento del figlio e nel cittadino rimasti senza habitat, appartenenza familiare e nazionale sono un’unica Terra promessa, paradiso perduto in un presente in cui “nessuno vuole un paese multiculturale, almeno nessuno di coloro che hanno voluto la guerra e occupano oggi i posti di potere. La Bosnia-Erzegovina è occupata da un ristretto numero di famiglie che, nel nome proprio o a nome d’altri, si sono divise proprietà e beni e vivono una posizione di rendita su base comunitaria. Queste comunità etniche rendono asfittica, priva di intelligenza, l’intera situazione. Il succo è che ormai questo Paese viene divorato dall'avidità dei suoi dirigenti, dalla rapina e spartizione privata di quelle che erano le grandi proprietà collettive. C’è l’uomo in transizione. L’uomo nuovo dei Balcani. Una sorta di uomo transitivo, transitante. Sulla scala evolutiva di Darwin è a livello del topo: sopravvivere, rubare, uccidere, consapevolezza sociale uguale a zero, solidarietà zero, disprezzo per l’uomo buono, che fa del bene. L’uomo di buoni sentimenti deve essere ucciso perché non esiste amicizia, amore”.

Sarajevo, la Storia, la quotidianità

La città di Sarajevo, la sua storia, la sua gente e i poveri miracoli che vi accadono sono al centro dell'ispirazione di questa poesia, il territorio principale della sua azione. Sidran e la sua città, il poeta e i vivi e i morti di Sarajevo. In questo confronto con la peculiare realtà urbana vi è un antecedente fondante - cui apertamente Sidran si riferisce anche in alcune poesie - Mula-Mustafa Bašeskija (Sarajevo 1731/32 - 1809) l’autore dei corposi Ljetopis (Cronache), annali in cui il cronista e scriba – Bašeskija era un pubblico scritturale – scrive dei fatti salienti accaduti nella città di Sarajevo e sintetizza le vite e i profili dei suoi cittadini scomparsi in memorabili epigrafi.

Quando Sidran scrive di Juraj Marek - il padre spirituale che presiede, come docente al liceo, alla sua formazione letteraria, e insieme kapò nel gulag del padre - o mette in versi la figura della professoressa di tedesco Zoja Rusanova, l’epos del calciatore e benefattore Asim Ferhatović, la vicenda di Hamid-beg Karpov in fuga dalla rivoluzione d'Ottobre, gli ultimi giorni del teorico di una letteratura mondiale Detko Petrov o la morte del senzatetto Sakib Neimarlija - Sake, il poeta ci parla oggi di esistenze e caratteri, di tipi e persone come ne scriveva, ricordando i defunti, Bašeskija negli Annali.

L’assedio della città

La poesia per Sarajevo si esalta negli anni dell’assedio della città (aprile 1992-febbraio 1996). Quando il luogo, insieme ai suoi abitanti, è a rischio di estinzione e ogni ora è scandita da notizie di morte, diventano più vivide le fisionomie degli abitanti, luminosi i volti dei difensori che combattono in difesa di Sarajevo lungo la cornice di montagne che circonda la città, necessari i nomi degli scomparsi nella commemorazione e nella elencazione della memoria.

Ma anche qui, nei giorni in cui ogni appiglio ogni risorsa – anche retorica – soccorre gli uomini nella paura quotidiana, pone qualche freno alla perdita di senso che tutto coinvolge, Sidran non perde mai la capacità di dispiegare una narrazione.

Se la Storia è il padre e la Jugoslavia la saga della famiglia Sidran di Sarajevo, la quotidianità, la giornata che vive nella gente, è l’ambito e lo spazio, il tempo e l’ora in cui si invera, prende forma la Storia.

Nella sua poesia è allora sempre possibile una narrazione, un racconto. Dietro questa straordinaria forza di Sidran non c’è solo il cinema – il mestiere di sceneggiatore vincolato alla immagine, la prosa che deve rendersi plastica, suggerire immagini e sviluppo drammatico al regista - c’è una tradizione letteraria che attraversa la Jugoslavia e gli scrittori danubiani jugoslavi – da Crnjanski a Ivo Andrić, a Alexandar Tišma – e si spinge più lontano ancora, nei più vasti territori delle grandi letterature panslave. Poco importa se Sidran volge in grottesco o nelle cadenze del grand-guignol – come nel suo teatro - la potente semplicità di quegli autori. E’ la capacità di narrare la Storia nel quotidiano, di assumere le due dimensioni e ottenere suggestioni vitali da entrambe ciò che rende originale, nuova, potente, questa poesia d’Europa.

Srebrenica, sola da tutti

Abdulah Sidran mette in scena con il poemetto Suze majki Srebrenice (Le lacrime delle madri di Srebrenica) il genocidio – avvenuto a metà del luglio 1995 - della popolazione bosniaca musulmana residente e rifugiata nella “enclave protetta” di Srebrenica.

Nei quindici anni che la Storia ha messo tra noi e il lutto di Srebrenica, tutto è stato documentato e ricostruito: i luoghi, i nomi, i corpi, i resti, le tracce degli scomparsi – riconosciuti e senza nome – nell’olocausto musulmano; le identità e i profili dei carnefici e dei colpevoli.

Già prima (1993) con la lunga poesia Razvlačenje pameti (Lo stiramento della ragione) scritta nell’assedio di Sarajevo e con l’opera teatrale U Zvorniku ja sam ostavio svoje srce (A Zvornik ho lasciato il mio cuore) terminata nel 2000 e rappresentata per la prima volta il 6 aprile 2001 al Teatro Nazionale di Sarajevo, Sidran affronta la repressione e il massacro della popolazione musulmana della Bosnia Erzegovina e in particolare della regione della P odrinjia .

Sia nel primitivo lungo testo poetico su Sarajevo bombardata, e sulla popolazione sarajevese decimata dai cecchini, sia nella pièce teatrale sulle mutazioni bestiali ingenerate dal nazionalismo nella città di Zvornik lungo la Drina, la tragedia, la cadenza delle morti non impediscono una nobile e vitale resistenza, le torture e i lutti non chiudono la scena del crimine alla vivacità dei caratteri e dei tipi, ai profili fortemente espressivi delle vittime e dei torturatori.

Qui, nel poema per Srebrenica, è solo il pianto dei sopravvissuti, la non appartenenza al mondo dei viventi, una sterilità del grembo delle madri che si inscrive nel paesaggio lunare dei luoghi concimati dai corpi del genocidio.

Srebrenica è, infatti, punto di non ritorno, il delitto di massa che amputa fisicamente l’appartenenza e il senso della intera popolazione della Bosnia Erzegovina, lo stigma, il crimine-peccato originale, il delitto alla radice del male, la “peste etnica” che ammala e segna l’Europa del nuovo millennio.


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