Un monumento dedicato alle vittime della pulizia etnica a Kozarac, villaggio della Bosnia settentrionale - foto di Simone Malavolti

Prijedor 1992-2011: ad un anno dalla ricorrenza del ventennale del massacro, quale significato riveste il ricordo di quegli avvenimenti per le varie nazionalità coinvolte? Un'intervista ci permette di cogliere qual è la situazione della gestione della memoria pubblica nella regione

21/12/2011 -  Simone Malavolti

Sudbin Musić appartiene all'associazione Logorasa Prijedor 92, istituita per ricordare le vittime dei campi di prigionia di Prijedor, Bosnia Erzegovina (BiH). A quasi vent'anni dall'apertura di quei campi, che sconvolsero l'opinione pubblica mondiale, lo abbiamo incontrato per farci raccontare di cosa si occupa la sua associazione e qual è la situazione della gestione della memoria pubblica nella regione di Prijedor.

Di cosa si occupa la vostra associazione?

L'associazione Logorasa Prijedor '92 (Associazione degli internati Prijedor '92) è nata nel 2007. Si tratta dell'unico gruppo di ex-internati della BIH che non è membro di alcun Consiglio di secondo livello a vocazione nazionale. La nostra politica consiste nel non farsi influenzare dai rapporti tra le persone e la loro nazionalità. Il presidente, Mirsad Duratović, è bosgnacco, mentre il vice-presidente è croato. Il nostro principale obiettivo è conservare il ricordo delle sofferenze degli internati, oltre che permettere alla società civile di potersi confrontare con il proprio passato.

Qual è lo stato della gestione della memoria pubblica e, in particolare, dei monumenti per le vittime degli anni '90 nel contesto di Prijedor? Nelle settimane scorse, nel villaggio di Kozarac, ne è stato inaugurato uno nuovo...

Il monumento a Kozarac è stato sostenuto dai poteri locali, lo stesso sindaco di Prijedor ha presenziato alla sua inaugurazione. Tuttavia, si tratta di un monumento che appartiene a quello che chiamo “mondo parallelo”: è una statua per la popolazione non serba, all'interno di una circoscrizione non serba quale appunto è Kozarac. Bello, dal punto di vista architettonico. Però non riporta i nomi delle vittime, e questo rappresenta un approccio sbagliato alla memoria e alla conservazione della verità storica.

Sul passato vengono condotti discorsi paralleli. Ognuno ha il proprio passato, non esiste un passato condiviso o una sua conservazione condivisa. Il centro di Prijedor, per esempio, non ha niente che ricordi le migliaia di vittime della pulizia etnica.

Il principale problema di una società postbellica sta nel confrontarsi col passato in maniera seria, cercare di affrontarlo attraverso la ricerca della verità. La BiH su questo punto non ha fatto niente. Esistono le mie vittime e le tue vittime, i mondi paralleli, i miei e i tuoi monumenti.

Omarska rappresenta forse più di tutti il luogo simbolo del terrore sul territorio di Prijedor. Quali attività promuovete per tenere viva la memoria di quel campo?

La commemorazione per il campo di Omarska (che si svolge ogni anno il 6 agosto, data della chiusura del campo) viene organizzata da noi. Purtroppo fino ad ora tale manifestazione è stata molto strumentalizzata dal mondo politico. L'anno scorso, per evitare ciò, ho proposto di creare qualcosa di artistico, con la lettura dei nomi dei caduti e un evento musicale di contorno. La Arcelor Mittal (attuale proprietaria della miniera dove si trovava il campo) ha consentito che venisse montato uno schermo nella mensa per proiettare il film girato nel '92 dalla rete televisiva ITN. Accanto a esso abbiamo installato una mostra sugli orrori del campo. L'intera manifestazione si è pertanto focalizzata sulle vittime, scevra da ogni discorso pubblico. La nostra prerogativa, infatti, consiste nel non voler passare per associazione affiliata a qualche partito politico.

Qual è la situazione attuale rispetto alla memoria del campo di Omarska?

Coloro che sono sopravvissuti ad Omarska sostengono che essa rappresenti l'eco di Auschwitz. La tragedia peggiore che sia accaduta in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Ciononostante in BiH è in corso una privatizzazione dei campi di concentramento. Quest'area, infatti, è proprietà della compagnia internazionale Arcelor Mittal Steel, divenuta quindi proprietaria di un campo di concentramento.

Qualche anno fa furono avviati dei colloqui per la realizzazione di un memoriale nei pressi del campo di Omarska. Quali risultati hanno sortito?

Era un'idea e rimane un'idea. In un progetto iniziale si stipularono persino alcuni accordi scritti per ottenere la Casa Bianca (l'edificio utilizzato per le torture e le uccisioni più efferate) e gli spazi adiacenti. L'opinione pubblica si divise: alcuni richiedevano l'intera area, poiché il campo andava ad interessare l'intera superficie, altri sostenevano di acquisire intanto questa parte, in modo tale da poter muovere subito dei passi concreti.

I primi sostennero, però, che se si fosse accettata soltanto una parte non si sarebbe ottenuto mai più il resto. Alla fine non si ottenne niente. La faccenda si trascinò per tre anni, dal 2003 al 2005. In quel periodo vi era una positiva congiuntura politica, poiché la Republika Srpska si trovava in una fase di crisi economica e politicamente era in una pessima posizione. Nonostante vi fosse al governo il Partito Democratico Serbo (SDS), si respirava un clima migliore in BIH: si parlava di integrazione, di riforma della polizia, vennero create le forze armate unite della BiH, le riforme erano già state avviate. In quel periodo la comunità internazionale era così forte che poteva fare le leggi anche per istituire aree memoriali. Poteva avvenire anche per Omarska, nello stesso modo in cui hanno preso la decisione di costruire il centro memoriale di Potočari.

Poi è subentrato Milorad Dodik, ed è ancora lui a tenere in pugno la Republika Srpska.

L'anno prossimo ricorrerà il ventennale di quei tragici eventi. Quali sono i progetti, e chi li svilupperà sul territorio di Prijedor?

Esiste una rete costituita dalle associazioni delle vittime di nazionalità non serba, ovvero bosgnacca e croata. Con loro abbiamo stipulato un accordo, proprio per tale occasione. L'anno prossimo si terranno infatti numerosi eventi pubblici, ma impediremo in ogni modo che essi possano essere politicizzati. Ho riflettuto molto su come muoversi, su come poter organizzare particolari momenti, senza badare alla loro quantità. Ci concentreremo pertanto solo sulle date più significative, partendo dal 30 aprile.

Perché proprio il 30 aprile?

Si tratta del giorno in cui, con l'aiuto delle forze militari e dell'SDS, i serbi hanno assunto il potere, privandoci di quei diritti umani che dovrebbero essere garantiti a tutti: tra le altre cose ci hanno tolto il lavoro e ci hanno impedito di professare la nostra religione.

Lei parla di una totale mancanza di capacità a confrontarsi col passato da parte dell'intera società bosniaca. Quali sono le ragioni principali?

Alla radice del problema vi è la mancanza di una concezione generale della società bosniaca. Se una tale idea esistesse, sarebbe diverso anche l'approccio verso il passato. Non esiste buon senso, quando ancora oggi una segretaria siede e lavora in un ufficio dove alcuni uomini sono stati uccisi. Come ti sentiresti, se qualcuno fosse stato ucciso qui? È una cosa terribile. Quando muore qualcuno in un incidente per strada, si pone una croce. Ed invece qui, dove sono morte centinaia di persone, niente. È una situazione malata.

Se questa questione fosse stata risolta, se avessimo risolto 5 anni fa la questione della memoria, i politici non parlerebbero delle vittime, non abuserebbero del passato per questioni politiche, non ci sarebbe stato un aumento delle tensioni nazionaliste. Avremmo potuto fare prevenzione 5 anni fa, confrontarci sul passato e segnare in qualche modo questi luoghi.

Invece oggi i 22.000 disoccupati di Prijedor cercheranno un colpevole tra i musulmani, così come fecero i tedeschi con gli ebrei, considerati colpevoli di tutto. E così i musulmani sono per i serbi colpevoli di tutto, mentre i serbi lo sono per i musulmani.

Anche la comunità internazionale, però, ha avuto un ruolo negativo. È colpevole, perché è stata presente qui per 16 anni. Cosa ha fatto in tutto questo tempo? Si tratta di ferite che devono essere prima di tutto guarite. Si tratta di una questione morale che deve essere risolta.

La posizione serba ufficiale, sia a livello di Republika Srpska che a livello del comune di Prijedor, ritiene che sia troppo presto per parlare di queste cose e che sia meglio concentrarsi sul futuro. Qual è la sua posizione a riguardo?

Sa cosa dice Marko Pavić, sindaco di Prijedor? “Non possiamo parlare del passato, dobbiamo guardare al futuro”; “Non ci scuseremo”, e ancora “Prijedor è un esempio di convivenza”. Chi lavora però negli enti locali? Soltanto serbi. Nessun musulmano o croato. E nessuno si sta muovendo in tal senso. E questo sarebbe un esempio di convivenza? Ma nella stessa situazione, o forse persino peggio, si trovano i serbi che sono tornati a vivere nella Federazione croato-musulmana. E questo perché nessuno li tiene in considerazione, poiché sono reputati come traditori in quanto i serbi dovrebbero vivere tutti in uno Stato.

La guerra viene condotta ancora oggi, ma con l'arma della memoria. Si svolge una guerra psicologica. Si alimenta un clima di odio che consiglia a chi si trova all'estero di non tornare, e a noi che viviamo qui di andarcene. Si sta svolgendo l'ultima fase della pulizia etnica, qualcosa di cui spesso ho paura. Dato che il numero di chi rientra qui è sempre più basso, tra 5 anni si avrà una Republika Srpska etnicamente pura, e nessuno potrà più dire no all'indipendenza.


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