Sarajevo

La Bosnia dopo le elezioni: si conferma la frenata dei partiti storici SDA, SDS e HDZ. Ma il nazionalismo è un motore che si autoalimenta nella cornice politica imposta da Dayton. Uno scenario da crisi permanente. Dal nostro corrispondente

13/10/2006 -  Zlatko Dizdarević Sarajevo

Nonostante i risultati finali delle elezioni parlamentari e presidenziali della settimana scorsa in Bosnia Erzegovina (BiH) non siano stati ancora resi noti, le cose fondamentali si sanno: alla presidenza della Bosnia ed Erzegovina, per la prima volta dalla fine della guerra, non compare il rappresentante di nessuno dei tre partiti nazionali "storici" ( SDA bosgnacco, SDS serbo e HDZ croato). A livello parlamentare è quasi lo stesso. Nella Republika Srpska (RS), il partito che all'epoca fu fondato da Radovan Karadžić è stato calpestato dal partito, si dice, socialdemocratico, di Milorad Dodik. Questo partito, oggi, obiettivamente assomiglia molto di più al partito populista di Janez Janša in Slovenia, anche lui, una volta, "socialdemocratico". Nella Federazione, la posizione finora inattaccabile dell'SDA, il cui padre fu Alija Izetbegović, è stata minacciata in modo serio e da qualche parte sconfitta dal Partito per la BiH di Haris Silajdžić, che viene generalmente considerato più moderato. Fra i croati, infine, una drastica divisione. All'HDZ, da anni al governo, è stato tolto il trono in quasi metà dei seggi elettorali da parte del "nuovo" HDZ 1990. Per molti è stato sorprendente, ma l'avanzata formalmente più seria delle forze anti-nazionalistiche è avvenuta proprio in campo croato: alla presidenza della BiH, nella loro "quota", è entrato il membro dell'SDP (socialdemocratici) Zeljko Komšić. Oltre a questo, in molti parlamenti cantonali, nel parlamento della Federazione e anche nel Parlamento nazionale è entrato il "Partito per il miglioramento", un partito multinazionale. Si tratta di un partito sostenuto dai proprietari di una famosa compagnia erzegovese e dalla famiglia Lijanović.

Il nazionalismo di Dayton

Per un osservatore politicamente neutrale, sulla base di questi risultati, la conclusione è chiara: l'esito era quello atteso perché discende naturalmente dalla realtà costituzionale e sociale dello Stato esistente. In secondo luogo, i risultati sono disastrosi per il futuro della Bosnia ed Erzegovina e per la prospettiva del suo assestamento e del suo sviluppo. Detto più francamente, soltanto i politici ciechi non riescono a riconoscere ciò che tutti sanno: la realtà politica della BiH, che viene dalla cornice di Dayton, favorisce in ogni modo il nazionalismo rispetto a tutte le altre forme di organizzazione e di funzionamento. Il nazionalismo ha un vantaggio comparativo su tutti gli altri concetti e idee politiche. Non si tratta più della volontà dei cittadini della BiH, nemmeno della volontà degli elettori, si tratta di un meccanismo e di una cornice fuori dalla quale non è possibile uscire.

Nazi-bonton

Soltanto una decina di giorni dopo le elezioni, come tipico corollario di questo stato di fatto, nasce il "caso" di Željko Komšić, il membro della Presidenza della BiH eletto legalmente sulla "lista croata". La sua scelta, in molti ambienti dei cosiddetti "partiti croati puri", viene considerata un imbroglio, un tradimento e uno scandalo. Anche gli ambienti della Chiesa si sono uniti al coro e pubblicamente, a questo proposito, si è fatto sentire anche il cardinale Vinko Puljić. Il giornalista, analista e docente alla Facoltà di Scienze Politiche di Sarajevo Nerzuk Čurak, descrive in questo modo la situazione: "L'argomentazione che viene usata contro la vittoria di Komšić appartiene al registro del nazi-bonton. Purtroppo sia mentalmente sia culturalmente che giuridicamente-politicamente siamo abituati a questo tipo di bonton: le regole di "buon" comportamento etno corporativo sono inserite nella nostra incostituzionale normativa costituzionale. Dal punto di vista politico Komšić, con la sua posizione progressiva, nella funzione assegnatagli dai cittadini, diventerà il nemico numero uno dello Stato, il nemico del sistema..."

Ingegneri stranieri e crollo sociale

Nei giorni dopo le elezioni gli osservatori politici locali non sono stati molto occupati dalle molte combinazioni possibili nella formazione del governo. Il popolo ha votato come ha votato e tutti hanno una spiegazione legittima del proprio voto. La macchina pre elettorale ha prodotto la paura che si è inserita perfettamente nella deforme cornice costituzionale esistente, e il risultato è quello che è. D'altra parte, gli analisti in genere sono d'accordo che con le elezioni si è legalizzata un'altra volta la matrice nazionalistica, soltanto che è sotto un nome diverso. Gli ingegneri stranieri della realtà bosniaco-erzegovese sono convinti che il principale compito locale, dato già con l'arrivo di Paddy Ashdown, sia stato realizzato: è stato tolto il trono ai partiti politici nazionali inseriti in modo fondamentale nella tragedia della guerra in BiH. Guardando in modo formale, forse hanno ragione. Quello che loro non vedono, o non vogliono vedere, è molto più pericoloso, più profondo e più complicato. Il principale crollo della Bosnia ed Erzegovina durante gli anni passati non si è svolto sul territorio dello stato, ma sul territorio della società. Molte cose che nei rapporti sociali una volta non si potevano nemmeno immaginare, oggi sono una realtà accettata. E' affascinante quanto i rappresentanti più responsabili della comunità internazionale, sia a Sarajevo che a Bruxelles, desiderino dichiarare la situazione in BiH e quindi anche i risultati di queste elezioni come un grande successo! Gli importa soltanto avere una cornice formale dove, è vero, si può mettere in modo parziale il menzionato compito di Ashdown: aver tolto il trono a SDS, HDZ, SDA. Ma gli stranieri o non hanno intelligenza e saggezza per vedere, oppure proprio non vogliono vedere un fatto manifesto: i risultati delle elezioni promuoveranno almeno tre politiche completamente separate e contrapposte. Come è stato fino ad ora, nessuna di queste politiche separate può da sola vincere, sicché in modo caricaturale si "prenderanno in considerazione" in modo reciproco e si sosteranno in modo formale. Ancora di più perché la RS adesso si è liberata anche in modo formale dell'SDS, e la sua esistenza non si appoggia più sul crimine. All'interno di questo, a porte chiuse, lo scopo strategico di tutta questa politica sarà la distruzione di quell'altra. Su questa piattaforma c'è l'assoluta illusione di poter costruire qualsiasi stato. Chi cercherà di uscire da questo cerchio del diavolo è condannato alla rovina. L'esempio tipico è la BiH dei socialdemocratici che per la sostanza della sua piattaforma si trova sempre dal lato opposto della Bosnia di Dayton. E la comunità internazionale ama in modo appassionato questa Bosnia di Dayton. Una cosa simile succede persino al presidente dell'SDA che c'è stato finora, Sulejman Tihić, sconfitto in modo drammatico come candidato alla Presidenza della BiH. Perché? Perché ha osato, nel suo mandato, "ammorbidire" il radicalismo del suo partito e perché non è andato fra gli elettori con una retorica aggressiva e combattente. Si è legittimato come il sostenitore della linea della tradizione presso i bosgnacchi che non credono che debbano governare gli altri. E ha perso.

Crisi permanente

Gli stranieri continuano a ripetere che stanno per fare le valigie e che stanno per partire dalla BiH. Hanno già messo nel loro saldo il successo della missione bosniaca. In una valutazione superficiale della situazione, si scambiano i complimenti fra di loro. In realtà, lasceranno la Bosnia in una situazione di "crisi permanente a bassa intensità". Nessuno si occuperà della vita, dell'economia e della prosperità. La forza andrà esaurita nel tentativo di far funzionare qualcosa che non può funzionare. Esistono solo due ragioni possibili per cui questa inesatta valutazione straniera è così. O veramente non sanno quello che qua sta succedendo, con i loro punti di vista semplificati e catastroficamente uniformi su come si instaura una democrazia, oppure c'è interesse a che la crisi diventi più profonda. Questa, però, è un'altra storia.


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