Numerosi esponenti della società civile dei Balcani hanno scritto a Ban Ki-moon nel giugno scorso, lamentando la perdita di credibilità del Tribunale dell'Aja. La lettera non ha mai ricevuto risposta. Intervista a Dženana K. Druško, prima firmataria

04/12/2013 -  Caterina Bonora

Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (TPI) è sempre stato fortemente contestato, ed ha spesso causato proteste specialmente, ma non solo, tra i gruppi nazionalisti il cui ultimo eroe di guerra era stato condannato all’Aja. Ma questa volta è diverso. Le proteste non vengono dai gruppi nazionalisti che scendono in piazza brandendo le rispettive bandiere nazionali, ma da quegli stessi attivisti per i diritti umani che hanno sempre sostenuto il lavoro del Tribunale. Insieme a loro ci sono anche diversi intellettuali, sia della regione che dall’estero, che hanno seguito i passi del Tribunale fin dalla sua creazione. Anche se non sono tutti ugualmente critici dei recenti sviluppi del Tribunale, tutti concordano su un punto: le sentenze Gotovina/Markač, Perisić e Simatović/Stanišić, emesse tra novembre 2012 e giugno 2013, costituiscono una sorta di svolta nella storia del Tribunale dell’Aja.

Tutte e tre queste sentenze avevano il potenziale di mostrare il coinvolgimento diretto della Croazia o della Serbia nei crimini commessi in altri paesi (Bosnia Erzegovina e Croazia) durante le guerre jugoslave. Per esempio, la condanna di Gotovina e Markač avrebbe sanzionato la responsabilità dell’esercito croato per i crimini commessi contro i civili serbi in Croazia e in Bosnia Erzegovina durante l’operazione Oluja (Tempesta) nel 1995, quella di Perišić avrebbe potuto provare il coinvolgimento dello stato serbo nei crimini commessi dall’esercito della Republika Srpska in Bosnia Erzegovina, tra cui l’assedio di Sarajevo e il genocidio di Srebrenica; quella di Stanišić e Simatović, la responsabilità dei servizi segreti serbi per i crimini commessi dai gruppi paramilitari attivi in Bosnia Erzegovina e in Croazia.

Invece, in tutti e tre i casi, il ruolo della Serbia e della Croazia è stato negato, e non tanto sulla base della mancanza di prove. Le decisioni erano piuttosto basate su un’interpretazione di alcuni principi legali e standard per l’attribuzione della responsabilità che, secondo alcuni esperti (ad esempio, Marko Milanović e Eric Gordy ), si distacca dalla precedente giurisprudenza del Tribunale.

Questo apparente cambio nell’approccio del TPI, peraltro negato da altri esperti (Marko Attila Hoare e Bogdan Ivanisević ), insieme alla presenza del presidente del Tribunale Meron nella camera d’appello delle prime due sentenze (il suo voto in entrambi i casi è stato a favore dell’assoluzione degli imputati) ha suscitato i primi dubbi sull’imparzialità del Tribunale.

La successiva pubblicazione di una lettera personale di un giudice del TPI, Frederik Harhoff, dove si sostiene che Meron abbia esercitato pressione sui giudici perché assolvessero gli imputati in tutti e tre i casi, ha ulteriormente consolidato i sospetti.

Infine, a fine settembre, il panel internazionale che giudica i crimini dell’ex presidente liberiano Charles Taylor ha esplicitamente confutato l’interpretazione del concetto di complicità sostenuto dal TPI nel caso Perišić, rafforzando in tal modo l’impressione che gli standard adottati ultimamente dal TPI siano troppo rigidi.

Abbiamo chiesto a Dženana Karup Druško, giornalista del settimanale di Sarajevo Dani, di darci la sua opinione di esperta del TPI e di commentare sulla reazione degli attivisti bosniaci e della regione.

Pensa che ci sia stato un cambio cosciente nel modo in cui il Tribunale prende le sue decisioni?

La maggior parte delle persone che segue il lavoro del Tribunale è d’accordo su un punto: questo improvviso cambio è causato da paura. Paura che gli standard [per l’attribuzione della responsabilità] stabiliti all’Aja possano essere potenzialmente applicati da altri tribunali internazionali nei riguardi di altri paesi. Alcune potenze che sono coinvolti in paesi a migliaia di chilometri dai loro confini hanno un preciso interesse a che questi standard non vengano sanzionati dal Tribunale.

Perché ora e non prima?

È innegabile che il Tribunale abbia emesso alcune sentenze eccellenti in passato. Io seguo il TPI fin dalla sua creazione: è un’istituzione importantissima per la Bosnia Erzegovina. Se non fosse per il TPI, nessun altro tribunale avrebbe emesso tali sentenze e raccolto una documentazione così estesa, quindi è un’istituzione di valore inestimabile per noi. Ma ci sono due problemi. Il primo è che il Tribunale è stato creato più che altro per lavare la coscienza sporca della comunità internazionale per non essere intervenuta in maniera più efficace durante il conflitto. Quindi, gli architetti del Tribunale non avrebbero mai immaginato che sarebbe arrivato così lontano. È grazie ai giudici e ai procuratori che lavoravano per il TPI in quei primi anni che abbiamo queste sentenze eccellenti.

Il secondo problema è che nei casi di Gotovina, Perišić e Simatović/Stanišić c’è una nuova dimensione internazionale. Queste sono sentenze che avrebbero potuto mostrare il carattere internazionale del conflitto in Bosnia Erzegovina e provare la responsabilità dei politici e degli alti ufficiali di altri paesi [Serbia e Croazia].

Finora, la maggior parte delle decisioni del TPI riguardava criminali locali che agivano all’interno dei confini della Bosnia Erzegovina e per conto di forze locali. Quando ci fu l’occasione per fare un passo in avanti, con la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia nel caso Bosnia Erzegovina contro Serbia, nel 2007, non se ne fece nulla. La comunità internazionale avrebbe potuto riconoscere che la Serbia deteneva la responsabilità di ciò che era successo durante la guerra in Bosnia, ma le potenze internazionali non erano pronte per questo. Anche se hanno riconosciuto che un genocidio fu commesso a Srebrenica, hanno proclamato come principale responsabile dei fatti l’esercito della Republika Srpska, mentre la Serbia è stata solo considerata responsabile per non aver adeguatamente prevenuto e punito il genocidio. In modo simile, Gotovina e Perišić, un ufficiale croato e uno serbo, non sono stati ritenuti responsabili per i crimini commessi in Bosnia Erzegovina e in Croazia. E questo ha bloccato tutto.

Poi è arrivata la sentenza nel caso Stanišić e Simatović, e avete deciso di reagire…

Sì, il caso Stanišić e Simatović ha solamente confermato ciò che era stato deciso nei casi di Gotovina e Perišić. Ed è stato interessante vedere le numerose reazioni da parte di media e intellettuali stranieri. Voglio dire, non avevano mai contestato il Tribunale in precedenza, per esempio Eric Gordy sul New York Times. Infine è stata pubblicata la lettera del giudice Harhoff, che ha confermato la nostra tesi. Con queste tre sentenze e la lettera è diventato molto chiaro ai nostri occhi ciò che stava accadendo, e abbiamo cominciato a pensare a cosa fare. Per noi era significativo il fatto che non ci fosse stata alcuna reazione da parte del TPI in seguito alla pubblicazione della lettera del giudice Harhoff, che accusava Meron di esercitare pressioni sui giudici. I miei informatori al TPI dicono che al Tribunale si diceva di non reagire in nessun modo alla lettera, e che Harhoff stesso aveva subito pressioni in seguito alla sua pubblicazione.

Quindi cosa avete fatto?

Abbiamo deciso di scrivere una lettera alle Nazioni Unite . All’inizio c'eravamo solo noi dell'associazione Giornalisti della Bosnia Erzegovina [Novinari BiH] insieme al Centro per il Diritto Umanitario di Belgrado. Poi il Centro per il Diritto Umanitario in Kosovo, l’Iniziativa dei Giovani per i Diritti Umani di Zagabria e di Belgrado si sono aggiunte, e insieme abbiamo scritto una lettera e una petizione, e le abbiamo mandate ai nostri contatti nella regione. Sono rimasta sorpresa di come è successo tutto velocemente, della prontezza con cui le persone rispondevano alle nostre mail, anche persone che normalmente non seguono il Tribunale, e alcune persone da cui non mi sarei mai aspettata una risposta positiva su una questione simile. Ma nelle prime 48 ore abbiamo raccolto circa 300 firme, 100 in un paio d’ore soltanto: giornalisti, professori, dottori, e molti altri.

Cosa diceva la lettera?

Abbiamo chiesto a Ban Ki-moon che venisse aperta un’inchiesta sul ruolo di Meron, sulla base delle accuse che Harhoff aveva espresso nella sua lettera, visto che nessuno ha mai commentato su quello che è successo.

Alcuni esperti della regione (Marco Attila Hoare Bogdan Ivanišević) sostengono che, anche se si ha sempre il diritto di non essere d’accordo con il Tribunale, protestare contro il TPI per l’assoluzione di un paio di ufficiali vuol dire non comprendere la natura delle decisioni giudiziarie. Secondo loro il Tribunale ha il diritto di decidere secondo la legge e le prove di cui dispone. E che il fatto che il Tribunale decida in modi diversi in casi diversi, è prova di “genuino pluralismo”, come Marco Attila Hoare ha detto, e testimonia della sua imparzialità…

Tutti quelli che hanno sempre sostenuto il Tribunale ora protestano, sì. E allora? Anzitutto non stiamo protestando contro il Tribunale, ma contro tre precise sentenze e una persona concreta. E perché non dovremmo avere il diritto di commentare le sentenze? Credo che abbiamo il diritto di commentare, come chiunque altro. È facile difendere il Tribunale sulla base del fatto che è un tribunale e che le decisioni spettano ad esso, e che può assumere diverse posizioni in diversi processi. Il problema non è che il Tribunale ha assunto posizioni diverse, ma che nelle ultime sentenze le sue posizioni sono state le stesse. Prima gli standard per l’attribuzione della responsabilità erano meno rigidi e ci sono state sentenze che hanno stabilito fatti importanti: il coinvolgimento della Serbia, della Croazia, l'esistenza di “associazioni criminali”, il genocidio. Ma ora, per la prima volta, abbiamo a giudizio ufficiali di grado elevato che dovrebbero rispondere di tutto ciò. Sarebbe normale se ci fosse solo una sentenza che rigetta la loro responsabilità, o forse due, Simatović e Perišić, o Gotovina e Perišić, ma tutte queste sentenze insieme negano la responsabilità, proprio quando il carattere internazionale della guerra di Bosnia avrebbe potuto essere confermato.

Tuttavia le ultime decisioni del TPI stabiliscono chiaramente che questi crimini sono stati commessi e che questi paesi (Croazia e Serbia) hanno avuto un ruolo. Semplicemente non è stata provata la responsabilità di queste specifiche persone…

Quando è stata resa nota l’ultima sentenza [Stanišić e Simatović], Dino Mustafić, uno dei registi bosniaci più famosi, mi chiama e dice: “Quindi nulla è stato provato”. Io rispondo: “Tutto è stato provato: il Tribunale ha confermato che tutti questi crimini sono stati commessi, ma nessuno è responsabile”. Lui mi chiede di spiegare e io “sì, gli Scorpioni e le altre unità paramilitari sono state armate e pagate dalla Serbia, hanno ricevuto aiuto logistico da là, e sì, hanno commesso crimini di guerra, ma nessuno è responsabile di queste cose.” Dino mi ha detto: “Il mio cervello umano non arriva a comprendere cosa tu stia dicendo…”

Quindi sì, certamente queste sentenze parlano dei crimini commessi e non li negano, ma le responsabilità di questi paesi non vengono sanzionate. Alla fine, solo la storia sarà in grado di respingere o confermare quello che il Tribunale ha fatto, ma potrebbe essere troppo tardi. Come verrà interpretata questa guerra, e il fatto che sul territorio bosniaco hanno operato tutti questi eserciti e forze paramilitari? Non c’è ricerca seria su questi fatti nei nostri paesi, e quando c’è, è spesso falsata da opinioni nazionaliste.

Quindi è per questo che le decisioni del Tribunale sono così importanti per voi, e avete sentito il bisogno di reagire a quello che è successo…

Sì, quello che il Tribunale dice è importante per noi perché al momento solo il Tribunale detiene l’autorità per scrivere la storia di quello che è successo in Bosnia Erzegovina. I giudici questo non lo capiscono, nemmeno i più bravi. Pensano che sia sufficiente emettere le sentenze, ma non pensano al contesto più ampio, che queste sentenze possono essere usate dai nostri politici per i loro scopi. L'ho anche chiesto al capo della Procura dell'Aja, Brammertz: non è strano che le vittime siano scontente di queste sentenze, mentre i politici ne siano soddisfatti?


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