Prijedor, Bosnia Erzegovina - foto di Daniele Dainelli

Malgrado i legami di amicizia sono rari in Bosnia gli investitori che provengono da paesi musulmani. Non rappresentano che il 3% del totale dei capitali esteri nel paese. Troppo piccolo e troppo povero, la Bosnia non rappresenta un obiettivo strategico per i paesi arabi

02/04/2013 -  Mirna Sadikovic

(Quest'articolo è stato originariamente pubblicato da Radio Free Europe e selezionato da Le Courrier des Balkans)

“Secondo la Banca centrale i sauditi hanno investito, nel 2011, 109 milioni di marchi convertibili (55 milioni di euro, ndr). Ma analizzando i dati che abbiamo a disposizione non vi è alcun investimento da segnalare per il primo semestre del 2012”, spiega Jasmina Dževlan, portavoce della FIPA, Agenzia per la promozione degli investimenti esteri in Bosnia. “Al 31 dicembre 2011 gli Emirati arabi uniti avevano investito 93 milioni di marchi convertibili (46,5 milioni di euro, ndr)”, continua. Non desta sorpresa il fatto che il paese musulmano a risultare in cima alla lista per gli investimenti in Bosnia è la Turchia che “occupa il nono posto assoluto, con i suoi 10,5 miliardi di Km (5,25 miliardi di euro) investiti in questi anni, cioè il 2,6% di tutti gli investimenti esteri realizzati dopo la guerra”.

Enes Ališković, direttore dell'Agenzia per la promozione dell'export della Camera di commercio della Bosnia Erzegovina sottolinea che la distanza spiega solo in parte questo vuoto di investimenti. “Il commercio della Bosnia Erzegovina con i paesi dell'Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC) è stato nel 2012 di appena 415 milioni di euro. I nostri principali partner sono la Turchia e i paesi del Golfo. Avevamo anche buone relazioni con i paesi dell'Africa del nord, per esempio con la Libia, ma la guerra ha bloccato i nostri progressi nella regione”.

Investimenti nulli

Per rinnovare legami che altrimenti hanno tendenza ad allentarsi la Bosnia Erzegovina ha recentemente inviato una delegazione in Qatar e presso gli Emirati arabi uniti. Sotto la direzione del ministro degli Esteri, Zlatko Lagumdžija, quest'ultima aveva come obiettivo l'elaborazione di progetti più concreti di quelli passati. Ma, nonostante questi sforzi, Sarajevo non è riuscita ad attirare nuovi investimenti provenienti da questa regione del mondo.

Nel 2008 una delegazione proveniente dall'Arabia Saudita aveva visitato la Bosnia Erzegovina, incontrando anche il presidente Haris Silajdžić. Ma con scarsi risultati. Nonostante qualche proclama, l'influenza dei paesi musulmani rimane molto marginale per la Bosnia. Gli investimenti del Kuwait si sono limitati all'acquisto delle acciaierie di Zenica, poi cedute agli indiani di Mittal e alla ricostruzione delle Torri unite di Sarajevo.

Anche i malesi hanno contribuito alla costruzione di qualche edificio, i sauditi non hanno invece fatto nulla, ad eccezione della costruzione di qualche moschea. Altri paesi ricchi di risorse petrolifere come il Bahrein, l'Oman, il Qatar o il Pakistan non hanno dato alcun seguito alle promesse iniziali. Stessa constatazione per l'Iran, che aveva annunciato l'investimento di 100 milioni di dollari per la costruzione di una centrale elettrica.

Moschee e nient'altro

Secondo alcuni esperti i paesi arabi non hanno alcun interesse a sviluppare relazioni economiche con la Bosnia Erzegovina, un paese piccolo e povero alla periferia dell'Europa. Da un altro punto di vista, occorre sottolineare come Sarajevo non faccia niente per incoraggiare questi investimenti, data l'instabilità cronica che regna nel paese e la drammatica mancanza di infrastrutture.

“Gli arabi non amano i rischi, soprattutto dal punto di vista finanziario”, sottolinea Hasan Muratović, ex diplomatico e professore di economia presso l'università di Sarajevo. “Nella pratica la Bosnia Erzegovina non ha nemmeno una propria Banca centrale che possa dare sostegno alle banche straniere".

Questi ultimi vent'anni i paesi musulmani hanno investito soprattutto per costruire edifici religiosi, per sostenere progetti umanitari e infine per acquistare alcuni beni immobili. I soldi indonesiani hanno permesso di costruire una moschea a Sarajevo e la Giordania ha eretto una moschea a Grbavica. La moschea di Re Fahd a Sarajevo è stata costruita grazie ai petroldollari sauditi, un'altra è stata costruita con i soldi del Kuwait.

I paesi musulmani hanno quindi raramente investito nello sviluppo economico della Bosnia e gli investimenti che sono stati fatti mancano spesso di trasparenza. Dalla fine della guerra i paesi musulmani avrebbero, secondo alcune stime, investito più di 3,5 miliardi di euro in Bosnia, senza che alcuna istituzione del paese abbia controllato l'utilizzo di queste risorse.

In Bosnia Erzegovina non esiste alcun registro che dia conto degli edifici religiosi costruiti grazie a donazioni straniere. La commissione incaricata di studiare la provenienza e l'utilizzo di questi fondi non è riuscita a dare indicazioni precisi se non nel 30% dei casi analizzati. La direzione della “Vakufska Banka” conferma che è impossibile individuare i destinatari di questi aiuti economici. Anche in seno alla Comunità islamica della Bosnia nessuno sembra in grado di fornire ulteriori informazioni sull'utilizzo di questi fondi.

 

Questa pubblicazione è stata prodotta con il contributo dell'Unione Europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto Racconta l'Europa all'Europa


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