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Intervista con Alija Izetbegovic

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Pubblichiamo una traduzione dell'intervista che il settimanale di Sarajevo DANI ha fatto ad Alija Izetbegovic.
Di Senad Pecanin (DANI, Sarajevo 1 marzo 2002)
Traduzione a cura di Nicole Corritore

Ho avuto il merito e la responsabilità della promozione politica di Alija Izetbegovic, nella misura in cui era importante per lui mostrarsi in pubblico sugli schermi dei mass media bosniaci per la prima volta dopo la sua uscita da prigione. All'inizio del 1990, da giovane e inesperto quale ero ai tempi in cui lavoravo nel programma "Buone vibrazioni" sul terzo canale della TV di Sarajevo, decisi di parlare nella mia trasmissione dell'organizzazione politica dei musulmani, sfruttando l'allentamento del laccio disciplinare comunista sulla stampa. Attraverso voci provenienti da più parti mi era arrivata l'informazione che in città un gruppo di persone pressoché anonime stavano preparando la fondazione di un partito musulmano. Non so come arrivai al numero di telefono di Izetbegovic, ma lui accettò di partecipare alla mia trasmissione assieme ad Alija Isakovic (NdT: scrittore, saggista e drammaturgo, deceduto nel 1997)...

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Di quella trasmissione di un'ora mi sono rimasti impressi nella mente tre dettagli. Come mi rivolgevo agli invitati, secondo le etichette in uso a quei tempi, con "compagno Izetbegovic" e "compagno Isakovic". Come avevo pensato, guardando quell'uomo così riservato, da dove fosse venuta l'idea a qualcuno di considerarlo un possibile pericolo per il paese. Ed infine, perché dopo un processo montato era stato incarcerato e da dove gli era venuta l'idea di diventare leader di un partito...

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Dal 1990 ad oggi ho intervistato Izetbegovic una decina di volte. Rispetto a come ho riempito gli intervalli tra un'intervista e l'altra, cioè criticando duramente il suo governo, devo dire che anche lui non è stato da meno. Deduco che non gli facesse piacere leggere ciò che scrivevamo, ma anche per i redattori di Dani non era piacevole essere denunciati come nemici, traditori, mercenari, soprattutto in tempo di guerra. Nonostante questo, è interessante il fatto che generalmente non rifiutasse di essere intervistato da noi. L'unica condizione che poneva per rilasciare interviste a Dani era che gli mandassimo le domande a cui poi lui avrebbe risposto per iscritto. "Meglio che niente" mi dicevo...

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L'idea di realizzare una vera e propria intervista, seria e attraverso un'ampia discussione durante la quale Izetbegovic avrebbe potuto fare un riassunto della sua vita, e in particolar modo dell'ultimo decennio, mi è venuta in mente dopo l'uscita del suo libro di memorie "Ricordi" (Sjecanja).

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Con il timore di oltrepassare il confine della decenza, considerate le voci sul deciso peggioramento delle sue condizioni di salute, mi sono di nuovo rivolto a lui chiedendogli un incontro. Mi sono sentito a disagio quando durante la nostra conversazione telefonica, dopo avermi illustrato le sue attuali condizioni di salute, mi ha risposto "La mia ultima intervista, l'ho già fatta". Non ho voluto insistere, ma ho provato a chiedergli se potevo inviargli le domande a cui lui avrebbe potuto rispondere per iscritto. Ha accettato...

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Ha seguito l'inizio del processo a Milosevic? Cosa pensa della sua strategia di difesa? Se Milosevic o l'accusa le chiedessero di presentarsi di fronte al Tribunale, Lei andrebbe?

Mi aspettavo che si sarebbe difeso come sta facendo. Nella sua situazione è logico, anche se forse altri in quelle condizioni si sarebbero persi. Ciò che accade con lui non è un caso, anzi, e non mi sorprende affatto. Ma la fase spettacolare del processo finirà, e cominceranno i lunghi ed estenuanti giorni della presentazione delle prove, che dureranno per molto tempo. Sotto l'effetto di queste prove l'opinione pubblica serba potrebbe cominciare a ravvedersi, o per lo meno lo spero. Se dovessi essere chiamato a testimoniare mi presenterei in tribunale, sempre che le mie condizioni fisiche me lo permettano.

Il processo a Milosevic, quale significato ha per la Bosnia Erzegovina?

Sono convinto che durante il processo a Milosevic verrà dimostrata la tesi dell'aggressione alla Bosnia Erzegovina. Le prove sono evidenti e il Tribunale non farà fatica a dimostrarlo. Si parla dell'attacco delle unità paramilitari a Zvornik e a Bijelina il primo aprile del 1992, dell'assedio di Sarajevo, delle fosse comuni, di Srebrenica, del finanziamento dell'esercito serbo-bosniaco lungo tutta la guerra. Gli ufficiali di questo esercito risultavano iscritti nelle liste degli stipendiati da Belgrado e, per quanto ne so io, questo sistema si è protratto anche dopo la guerra. Verrà dimostrato che Milosevic aveva ordinato, approvato ed era a conoscenza di tutto il male che da Belgrado arrivava in Bosnia Erzegovina. Il processo a Milosevic e le prove che verranno presentate rafforzeranno la nostra denuncia presso il Tribunale de L'Aja, e tutto questo non può che avere sensibili ripercussioni sulla situazione in Bosnia Erzegovina, soprattutto rispetto alla posizione della Republika Srpska. Molte cose che oggi non sono possibili, lo diventeranno, perché il processo influenzerà il paese sia sul piano politico che su quello psicologico.

Come si spiega il fatto che Radovan Karadzic non è ancora stato arrestato?

Beh, i suoi non lo vogliono arrestare, le forze internazionali temono una sconfitta, ed esiste anche una terza ipotesi legata alle garanzie che erano state date a Karadzic nel 1996. Ma credo sia scaduto il tempo di tutti questi impedimenti, e penso che Karadzic si ritroverà presto a L'Aja.

Qual è la sua opinione sul principio della responsabilità dei vertici di comando, in base al quale il Tribunale ha costruito l'accusa contro Milosevic e su cui era stata preparata l'accusa nei confronti di Franjo Tudjman, così come dichiarato proprio a Dani dal Procuratore capo Carla del Ponte?

Sono sempre responsabili coloro che hanno ordinato, sottoscritto, tollerato o non hanno impedito le violenze, se erano obiettivamente in grado di farlo. E per questo considero che il principio della responsabilità dei vertici abbia un fondamento sia morale che legale.

Si pente di aver offerto a Tudjman dei pezzi di Bosnia Erzegovina? Ha detto che l'ha fatto con lo scopo di sondare quali fossero i suoi reali propositi. Pensa che questo suo metodo sia esemplare per un uomo di stato?

La mia strategia mirava alla salvaguardia della Bosnia Erzegovina come paese nella sua interezza. Questa è stata una costante di tutte le mie azioni ed esistono centinaia di fatti che lo provano, sia nelle trattative di pace che sono durate tutto il tempo della guerra, sia in tutti i miei interventi, a cominciare da quelli presso l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite fino ai discorsi fatti all'estero. Per l'integrità della Bosnia Erzegovina abbiamo rischiato molto, abbiamo accettato un governo straniero, un doloroso protettorato sul paese, che ad oggi colpisce soprattutto i bosgnacchi. Non abbiamo mostrato un egoismo nazionale, volevamo la Bosnia. Questa è stata la strategia e, quando la strategia è giusta, sul piano tattico molto è concesso e quindi anche sondare i reali propositi degli altri. Come affermano alcuni, la politica di Tudjman non era lineare ma duplice. Dovevo scoprire che cosa volesse in realtà. Se avessi realmente offerto dei pezzi di paese, lui non avrebbe annunciato la cosa a tutto il mondo? Perché con una notizia così sensazionale avrebbe aspettato che lo confermasse solo il Generale Klein?

Vorrei che lei cancellasse una delle più grandi macchie dell'eroica guerra di Sarajevo. Sono sicuro lei sia a conoscenza del fatto che Musan Topalovic Caco non è stato ucciso mentre tentava la fuga, così come è stato dichiarato nelle versioni ufficiali degli organi competenti. Ho due domande: lei ha approvato la proposta di uccidere Caco? Vista la presenza di suo figlio al funerale di Caco, lo considera un eroe o un criminale?

Io ho approvato l'azione contro Caco, ma non ho ordinato né accettato che Caco venisse ucciso. Non ho avuto e non ho tuttora motivi per dubitare che l'uccisione di Caco sia avvenuta mentre tentava la fuga. (...) Onestamente, non ho nemmeno cercato altre verità sul caso di Caco. Che cosa me ne sarei fatto di una verità diversa in quella situazione, in cui Caco la notte prima aveva tagliato la gola a nove tra poliziotti e militari? Che cosa me ne sarei fatto della verità se fosse stato ucciso volutamente? Rispetto alla domanda se era un eroe o un criminale, è stato l'uno e l'altro. Prima un eroe e poi un criminale. E l'informazione secondo cui mio figlio sarebbe stato al suo funerale è errata, correggetela.

Immagino che abbia seguito gli eventi legati all'arresto del cosiddetto "gruppo algerino" da parte degli Stati Uniti. Lei si sarebbe comportato come ha fatto Zlatko Lagumdzija? Al suo posto come avrebbe reagito?

Capisco ma non giustifico la sua decisione. Non avrei consegnato gli algerini senza una decisione legale dei nostri organi e contrariamente alle decisioni dell'Ufficio per i diritti civili. Il diritto del nostro paese, ma anche quello internazionale, è stato violato. Devo comunque ammettere una cosa: ho ringraziato Dio di non essermi trovato al posto di Lagumdzija in quei giorni...

Qual è il rapporto tra i benefici e i danni che la Bosnia Erzegovina ha ottenuto dall'arrivo di persone da paesi islamici?

Più danni che benefici.

Ne deduco che non concorda con chi sostiene che lei abbia sostenuto il loro arrivo e più tardi la legalizzazione della loro presenza con lo scopo di re-islamizzare i bosgnacchi?

Non sostenevo il loro arrivo, lo tolleravo. L'arrivo di persone sconosciute, 100, 200 o 300, poteva solo portare dei rischi. A noi non servivano gli stranieri, perché avevamo 200mila dei nostri giovani, dei quali conoscevamo sia i nomi sia gli scopi. Anche nel mio discorso tenuto al summit dei paesi islamici avvenuto nel gennaio del 1993 in Senegal, avevo detto: non spediteci uomini, uomini ne abbiamo, spediteci armi. Ma era stato un messaggio inviato all'indirizzo sbagliato, perché i governi non spedirono nulla. Gli uomini arrivavano di propria iniziativa o come membri di alcune organizzazioni. E quello che voi state chiamando re-islamizzazione dei bosgnacchi era un rinnovamento della fede. Io ero felice di questo, ma le origini di questa rinascita si trovavano in Bosnia, non venivano da fuori; è quello che chiamiamo "Islam bosniaco>", non wahabita o talebano. D'altronde quello che voi chiamate re-islamizzazione era già in corso nel 1990 - 1991, mentre gli stranieri sono arrivati ben più tardi. Loro non avevano alcun legame con questo fenomeno di massa, che rappresentava la semplice e diretta reazione ad una repressione della fede durata quasi mezzo secolo.

Lei gode di un'alta considerazione presso la famiglia reale dell'Arabia Saudita. Mi interessa sapere se è d'accordo con le valutazioni che considerano l'aggressivo allargamento della corrente wahabita in Bosnia Erzegovina, sponsorizzata dall'Arabia Saudita, come un tentativo di cambiare il carattere dell'Islam bosniaco. (...)

E' evidente che non conoscete la situazione in Arabia Saudita. L'intera dinastia reale non è assolutamente wahabita. In Arabia Saudita sono wahabiti solo alcuni singoli personaggi influenti. E comunque l'allargamento del wahabismo in Bosnia Erzegovina rappresenterebbe solo un danno sia per il paese sia per il popolo musulmano che ci vive. (...) Ciò che attira maggiormente la mia attenzione sull'Arabia Saudita è l'enorme e costante sviluppo di questo paese. Dovreste vedere con i vostri occhi. La città universitaria nei pressi di Riad conta più di 100.000 studenti e occupa uno spazio grande quanto metà città di Sarajevo. Una cosa è avere una dinastia ricca in un paese ricco, un'altra è invece una dinastia ricca in un paese povero. Il fasto della famiglia reale inglese non si distoglie molto da quello saudita. Come anche il nostro monarca Tito che aveva accanto al suo castello bianco un'altra decina di castelli in giro per la Jugoslavia, per non parlare di Brioni. Ma se i monarchi sono questi, gli perdonerei molto purché fossero in grado di far progredire il proprio paese. Questo è ciò che sta facendo l'Arabia Saudita, e si vede ad ogni passo.

Si ha la sensazione che l'allargamento del wahabismo non piaccia nemmeno alla comunità islamica, e che la sua passività sia comprata con i soldi sauditi. Come considera oggi la comunità islamica?

Non penso che la comunità islamica sia in alcun modo passiva, e come suo membro sono soddisfatto delle sue posizioni. Gli Imam sono rimasti con il loro popolo nei momenti più duri. Il Rais Ceric è un uomo molto attivo e oltre alla formazione religiosa ha anche una solida educazione laica. La comunità islamica non sostiene il wahabismo. Le mie impressioni sono completamente diverse dalle sue.

Dopo la guerra in Bosnia Erzegovina la ricostruzione di moschee, alcune volte talmente fastose da scontrarsi con la tradizione bosniaca, è stata una valida scelta di priorità rispetto alla ricostruzione di scuole, ospedali, centri pediatrici, fabbriche...?

Sono tutte moschee monumentali che abbelliscono la parte di città in cui sono posizionate, e non coprono che una parte delle circa mille moschee distrutte dall'aggressore durante la guerra. Se c'è bisogno di queste moschee? Sono sempre piene, e a Sarajevo si è dovuto usare la struttura dello Skenderija per accogliere tutti coloro che si sono riuniti in preghiera in occasione del Bajram-namaz. E poi per quello che so io, solo una piccola parte degli aiuti che i paesi islamici hanno investito in Bosnia Erzegovina è stata spesa per le moschee, mentre tutto il resto è servito a ricostruire o ristrutturare scuole, ambulatori, case per i rientrati e per aiutare i poveri. La sola Banca Islamica ha speso 15 milioni di dollari esclusivamente per la ricostruzione di scuole, mentre l'Alto Comitato Saudita ha ricostruito quasi 1.000 case a Brcko. Gli egiziani e i malesi hanno speso soldi principalmente per ambulatori e abitazioni; è in corso un progetto malese di aiuto agli abitanti di Srebrenica. Ci sono stati investimenti anche nel settore economico, ne è un esempio l'investimento del Kuwait sulle Ferrovie di Zenica. Ma va sottolineato che anche l'aiuto occidentale non è stato indirizzato all'economia, ma soprattutto verso la realizzazione di infrastrutture. Questa è stata la posizione dei donatori; qualcuno dice che è stato un errore. Chi lo sa? Allora si pensava che si dovesse rendere funzionanti le infrastrutture come condizione necessaria per riavviare l'economia, e che sarebbero stati i businessman stranieri a investire nelle realtà produttive e nelle imprese.

Cosa pensa dei talibani e della loro interpretazione dell'Islam, e come spiegate il fatto che un gran numero di musulmani nel mondo vedono in Bin Laden un idolo e non un noto criminale e delinquente?

I musulmani non hanno idoli ma modelli, persone di cui seguono l'esempio, e non sono sicuro che un gran numero di musulmani al mondo veda in Bin Laden un modello. Ma nel frattempo gli eventi si sono intrecciati, così la caccia a Bin Laden si è svolta parallelamente al bombardamento dell'Afghanistan a cui sono seguite scene di villaggi distrutti, uccisione di civili e di bambini. Non potete aspettarvi che i musulmani applaudano tutto questo, soprattutto considerando che i risultati dell'azione in Afghanistan non sono incoraggianti. Al potere si è istallato un governo che vede tra le sue fila un certo numero di soggetti compromessi, e la Russia ha sfruttato l'occasione per mettere il nord sotto il suo controllo. Rispetto ai talebani, non possiamo parlare di Islam. Il Corano proibisce chiaramente l'uso della forza e l'eccesso di fede.

E' d'accordo sul fatto che Al Qaeda, con l'uccisione criminale di migliaia di civili innocenti l'11 settembre, ha già raggiunto uno dei suoi obiettivi più significativi, quello di aumentare il livello di incomprensione tra il mondo islamico occidentale e orientale?

Non conosco Al Qaeda e i suoi reali scopi. Ne ho sentito parlare solo in occasione degli ultimi avvenimenti. Ma è un dato di fatto che l'attacco terroristico dell'11 settembre e tutto ciò che ne è seguito abbia approfondito il divario tra questi mondi islamici.

E' preoccupato per il futuro della Bosnia, dove devono vivere i suoi figli, e per il futuro del mondo dove dovranno vivere i suoi nipoti?

Avete toccato un punto dolente dei pensieri che mi accompagnano ogni giorno. Nei momenti di ottimismo, che non sono così frequenti, vedo che i confini del nostro paese non possono essere cambiati e che, messi di fronte a tutti gli aspetti della povertà, le persone di buon senso in tutti i tre popoli accetteranno uno spazio economico unico, affinché l'intera regione si avvicini all'Europa e ne diventi parte. Nel contesto europeo non esistono guerra e massacri, e così ai miei figli e ai miei nipoti verrà evitato di vivere la tremenda esperienza che ha vissuto la mia generazione. (...)

(...) Una delle domande a cui il suo libro non ha risposto in maniera esaustiva è quali sono stati nel mondo i più grandi amici della Bosnia Erzegovina durante la guerra?

Sono due paesi, per due aspetti distinti: gli Stati Uniti e l'Iran, i primi sul piano politico, il secondo su quello materiale. Sullo stesso piano ci sono anche l'Arabia Saudita, la Turchia, la Germania e la Malesia. Verso la Bosnia Erzegovina hanno avuto un comportamento amichevole il presidente Clinton, gli uomini di governo dell'Iran, il re Fahd, il presidente Demirel, il cancelliere Kohl, il premier Mahathir. La Germania in poco tempo ha accolto ben 250.000 dei nostri profughi e ha dimostrato verso di loro una grande umanità.

Quale tra le decisioni che lei prese mentre era al governo, con il senno di poi non ripeterebbe?

Penso di non aver fatto alcun errore di strategia, semmai di tattica. Quando parlo di decisioni strategiche intendo quelle prese sia durante la guerra sia in tempo di pace. Dopo l'uscita della Slovenia e della Croazia dalla Federazione, cosa che non ci aspettavamo, ci era rimasta solo la scelta tra restare in una Jugoslavia monca, con a capo Milosevic e Karadzic, e dichiarare l'indipendenza. La guerra in Bosnia Erzegovina non era evitabile, nemmeno se fossimo rimasti in quella Jugoslavia. Sarebbe iniziato sicuramente uno scontro serbo-croato sul nostro territorio, e anche così il paese sarebbe stato devastato, la gente sarebbe morta e i bosgnacchi sarebbero diventati carne da cannone tra i due belligeranti.

Gli accordi di Dayton non sono né corretti né buoni, ma erano sicuramente meglio che continuare la guerra. Ho dichiarato le stesse cose anche durante la cerimonia della loro firma il 21 novembre 1995. Ma davanti ai detrattori di questi accordi, va considerato uno strano fenomeno: non c'è nessuno che dica cosa si sarebbe dovuto fare altrimenti. Bisognava continuare la guerra? (...)

Due tre anni dopo la guerra, ho sfogliato la completa collana di Dani uscita in tempo di guerra. Sono rimasto scioccato dalla quantità di testi che io ed i miei colleghi abbiamo scritto su di Lei e sul Suo governo, per dire che con la coscienza della paura che ho acquisito, dei testi del genere oggi non li scriverei mai. Lei sa bene che non la consideravo un amico della libertà di stampa e su questo abbiamo sempre polemizzato pubblicamente. In questa occasione voglio ringraziarLa di una cosa: del fatto che la mia testa e quella dei miei colleghi giornalisti siano ancora sulle nostre spalle, malgrado in guerra sarebbe bastato un vostro cenno perché restassimo senza. Mi interessa sapere, rispetto al periodo in cui Lei era al governo e ci chiamava "traditori, mercenari...", se il suo giudizio su Dani è migliorato...

E' un bene che abbiate sfogliato i numeri di guerra del vostro giornale, da quello sguardo avreste potuto trarre ulteriori considerazioni. Già dall'attuale distanza storica si può vedere che da una situazione eccezionalmente difficile siamo riusciti a dare il massimo per la difesa e la ricostruzione della Bosnia Erzegovina. Per quanto riguarda la mia persona non sono stato, e non ho mai voluto essere, una forza violenta al cui solo cenno cadono delle teste. Durante la guerra, a Sarajevo vivevano sia gli accusatori che i giudici i quali solo per delle parole mi avevano spedito in prigione per 14 anni. A nessuno di loro è stato torto un capello. Non ricordo di aver mai dato del traditore a dei giornalisti, mentre non vi è alcun dubbio che alcuni di loro sono pronti tutt'oggi a scrivere le più grandi fandonie solo per vendere il proprio giornale. Le esagerazioni sulla questione della corruzione ha creato alla Bosnia Erzegovina parecchi problemi. E' realmente avvenuta l'appropriazione indebita di un miliardo di dollari nel Cantone di Tuzla, come era stato scritto? E potrei qui nominare una grande quantità di notizie sensazionaliste, o che mostravano solo gli aspetti peggiori del paese. Mentre si scrivevano notizie del genere, Sarajevo è riemersa dalle ceneri, sono state ricostruite tutte le infrastrutture, la gente è rientrata, la città si è riempita di giovani, ma di questo nessuno mai scrive. La cronaca nera ha cancellato l'alta considerazione che avevamo acquisito grazie alla nostra eroica resistenza e ha scoraggiato coloro che avevano intenzione di investire nella nostra economia. Credo che su questo ci si trovi d'accordo.

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