La crisi politica in Bosnia Erzegovina e il percorso di integrazione europea. Il letargo di Bruxelles dopo Lisbona, la crisi economica internazionale, il ruolo della società civile: le proposte per il nuovo Alto Rappresentante, Valentin Inzko

24/04/2009 -  Vedran DžihićChristophe Solioz

Questo testo appare su Osservatorio Balcani e Caucaso e Oslobodjenje

Se si volesse misurare l'attuale situazione in Bosnia Erzegovina (BiH) in base alle dinamiche del suo processo di avvicinamento all'Unione Europea, il risultato sarebbe catastrofico. Il paese vive un momento di stagnazione a causa della frammentazione politica e dei giochi di stampo etno-nazionalistico, ed è il fanalino di coda dell'intera regione nel processo di integrazione europea. Il solo fatto che ad un anno dalla firma dell'Accordo di Stabilizzazione e Associazione (ASA) con l'UE le autorità della BiH non abbiano ancora elaborato una strategia per la sua implementazione, rende chiara l'idea sulla preparazione dell'élite politica bosniaca ad iniziare un lavoro effettivo sul suo futuro europeo al di fuori della vuota retorica.

Al contempo anche l'UE, nella sua letargia post-Lisbona, condita dalla crisi economica globale, non dimostra alcun segnale incisivo o coraggioso riguardo alla questione dell'allargamento. E' il momento di chiamare con il giusto nome i problemi sostanziali nel processo di integrazione europea della Bosnia Erzegovina, e di mettersi alla ricerca di soluzioni concrete per uscire dallo stallo attuale. L'UE dev'essere chiara una volta per tutte e dire alla BiH e ai suoi cittadini cosa possono aspettarsi:un partenariato esterno all'Unione, oppure l'integrazione a pieno titolo.

Innanzitutto, è doveroso chiarire alcuni punti relativi all'Unione e alla sua influenza sulla regione dei Balcani Occidentali e la Bosnia Erzegovina. Se si considera la questione dal punto di vista dell'UE, in primo piano vi è la questione dell'allargamento, se procedere, e a quale velocità, dato che in questo momento l'Unione stessa è alle prese con cambiamenti istituzionali e con la crisi economica, senza contare che lo scetticismo di determinati stati membri e della maggioranza della popolazione europea nei confronti dell'allargamento resta decisamente elevato. Negli ultimi anni l'UE non ha mantenuto per nulla le promesse fatte ai paesi dei Balcani Occidentali al summit di Salonicco del 2003. L'incontro dei ministri degli Esteri dello scorso marzo a Praga, e gli scontri dietro le quinte per affermare almeno simbolicamente la prospettiva europea per i Balcani, possono essere considerati come un segnale di un'Europa passiva e indecisa riguardo al processo di allargamento.

Se si assume, invece, il punto di vista degli stati della regione e della Bosnia Erzegovina, il dilemma fondamentale è semplice: il processo di europeizzazione (riforme dello stato e dell'amministrazione, rafforzamento delle capacità distributive dello stato, implementazione degli standard europei in politica e in economia, tutela dei diritti umani e delle minoranze nazionali, ecc.) è molto più complesso in BiH che non negli altri paesi dell'Europa dell'Est nel loro cammino verso Bruxelles.

L'europeizzazione in Bosnia Erzegovina, come processo di democratizzazione ad hoc, si sviluppa parallelamente alla transizione da un sistema socialista e dallo stato di guerra ad uno stadio post-conflitto di ricostruzione statale e sociale. Proprio per questi parallelismi il semplice adempimento delle richieste tecnocratiche dell'UE non è sufficiente per la trasformazione sostanziale della BiH. Evidentemente le élite politiche del paese non lo notano o non vogliono notarlo. Il processo di europeizzazione dovrebbe essere identificato, nella regione e in BiH, come un'esigenza primaria e come una possibilità per avviare la vera modernizzazione e democratizzazione del paese; lo scopo sarebbe quello di costruire uno stato funzionante, un'amministrazione efficiente e una società al cui centro si trovi il cittadino e non gli interessi particolari di un'élite di stampo etno-nazionalista politica o economica.

E qui, oltre alla politica passiva dell'Ue, si arriva a due problemi chiave della BiH: il primo è che le élite politiche locali non sono pronte per assumersi il ruolo di riformatori della società e apportare le modifiche necessarie. I loro interessi e quelli del loro entourage sono più importanti rispetto ai cittadini e ai loro problemi e aspettative. Il secondo problema è di natura sostanziale: in BiH il processo di europeizzazione viene ancora recepito come un adeguamento puro e semplice ai criteri e alle richieste dettate dall'UE. E' necessario quindi un altro modo di intendere il fenomeno, un diverso modo di ragionare. Questo processo dev'essere riconosciuto come un'esigenza genuina della BiH e dei suoi cittadini. Lo si deve simbolicamente "strappare dalle mani" di quelle élite politiche che lo bloccano in modo consapevole e trasformarlo, così, in un progetto autentico per tutti i cittadini. Gli abitanti della BiH devono dire chiaramente: vogliamo entrare in Europa non a causa dell'UE, ma per noi stessi, perché siamo parte dell'Europa. Su questa strada è necessario cambiare i parametri dell'attuale cupa realtà della Bosnia Erzegovina.

Il processo di europeizzazione in BiH è particolare anche per un'altra ragione. L'Ufficio dell'Alto Rappresentante (OHR) è ancora presente come istituzione responsabile dell'attuazione dell'Accordo di Dayton. Nella fase estremamente sensibile di trasformazione dell'OHR sotto la guida del nuovo Alto Rappresentante Valentin Inzko, sarà necessaria una politica nuova e decisamente più incisiva, per cui è indispensabile un forte sostegno degli Stati Uniti, di tutti i paesi UE e della Russia. Per una più forte dinamica di europeizzazione e un percorso più veloce da Dayton a Bruxelles, Inzko dovrebbe giocare con decisione il proprio ruolo di Rappresentante Speciale dell'UE (EUSR) e, grazie al sostegno internazionale dell'Ufficio EUSR, dovrebbe rendere forti le istituzioni con mezzi adatti e meccanismi sanzionatori con cui assicurare che le riforme attuate finora in tale processo non vengano minacciate dalla prassi politica quotidiana e dai giochi delle élite etno-nazionaliste locali. L'Ufficio dell'EUSR, quindi, deve possedere meccanismi sanzionatori nel caso di interruzione delle riforme UE, ma al contempo offrire anche una serie di misure concrete per velocizzare il cammino della BiH verso Bruxelles.

Il tempo scorre veloce, soprattutto per la Bosnia, che ha già perso troppi anni da Dayton ad oggi. E scorre anche per il nuovo Alto Rappresentante Inzko, sul quale ci sono grandi aspettative. Entro l'estate Inzko dovrà offrire un piano chiaro, pratico e simbolicamente efficace per accelerare il processo di europeizzazione e per far uscire la BiH dal circolo vizioso in cui è rimasta bloccata negli ultimi anni. Ecco come dovrebbe essere un "Quick-Start-Package" che vada incontro ai desideri e alle esigenze dei cittadini della Bosnia Erzegovina:

1. Il regime del visto è diventato "simbolicamente e realmente" il tema principale del processo di europeizzazione. Le code davanti alle ambasciate sono segno della ghettizzazione della Bosnia. Per mettere in pratica i criteri per abbattere il regime del visto, a cui bisogna lavorare in modo più incisivo e serio, sono necessarie delle immediate misure ad hoc. Inzko dovrebbe fare il primo passo e, insieme alle imprese locali e straniere e agli stati membri interessati, offrire già quest'estate alcune centinaia di pacchetti Interrail (biglietti ferroviari per viaggiare in tutta Europa) agli studenti e ai giovani della Bosnia Erzegovina, il 70% dei quali non è mai stato in UE. Così facendo i giovani della BiH avrebbero la possibilità di scoprire realmente l'Europa.

2. In un tempo in cui la crisi economica colpisce pesantemente la Bosnia Erzegovina e i suoi abitanti, e nel contesto di difficoltà politiche per l'implementazione delle riforme economiche e sociali, sono necessarie strutture nuove e innovative per uscire dalla crisi. Inzko dovrebbe istituire già a maggio un "Forum di consultazione economico e sociale" a cui parteciperebbero persone capaci ed esperti pronti a fare riforme insieme a rappresentanti delle forze riformatrici, i sindacati, rappresentanti del mondo economico - in particolare delle piccole e medie imprese, l'attivo settore non-governativo, nuovi movimenti come ad esempio "Dosta"(Basta), e tutte le altre strutture orientate verso il cambiamento. Tale Forum, sostenuto a pieno titolo dalla comunità internazionale, dovrebbe riunirsi regolarmente, elaborando proposte praticabili e soluzioni in grado di risolvere i problemi economici e sociali della Bosnia, aumentando la pressione sulla élite politica al governo e cercando nuove vie per la loro realizzazione. Un forum al di sopra delle entità potrebbe dare maggiore visibilità e, solo così, maggiore potere a tutte le forze riformiste in BiH, distruggendo uno spazio politico uniformato e usurpato su cui governano ora delle élite su base etno-nazionalistica e delle strutture partitocratiche.

3. La riforma costituzionale è una prerogativa fondamentale per l'europeizzazione della Bosnia Erzegovina. Inzko dovrebbe formare urgentemente un Gruppo di lavoro costituzionale (Task Force Constitution) a cui, oltre alle forze politiche, prenderebbero parte anche i rappresentanti delle varie iniziative civili. Un gruppo così composito dovrebbe essere seguito da un chiaro messaggio della comunità internazionale che afferma che la riforma della Costituzione è indispensabile per il cammino della BiH in Europa. Quest'estate si dovrebbero elaborare delle proposte concrete per risolvere i nodi cruciali del momento e per attuare un processo di modifiche step-by-step. Le proposte del Gruppo di lavoro dovrebbero poi essere sottoposte quest'autunno al Parlamento della BiH. Il nuovo pacchetto costituzionale europeo dovrebbe diventare la legge da rispettare al posto di quella dei singoli partiti politici, e dovrebbe basarsi sul principio dell'amministrazione statale e della sussidiarietà. Questo significa anche che bisogna riformare il voto delle entità come mezzo di blocco etno-nazionale delle istituzioni statali, e che si devono trovare meccanismi democratici diversi per tutelare gli interessi nazionali, che non mettano in pericolo il funzionamento dello stato.

4. I cittadini della Bosnia Erzegovina vogliono essere parte a pieno titolo dell'Unione Europea. Fino ad oggi le élite politiche sostengono, almeno a parole, di essere dello stesso parere. Ma è giunto il momento che anche le élite della BiH trasformino questa retorica in lavoro concreto per una Bosnia Erzegovina europea. Devono inviare un chiaro segnale all'UE per far capire che sono pronte per le riforme e che l'ingresso in UE è una prospettiva di tutti i cittadini della Bosnia Erzegovina. Dato che la BiH ha già perso abbastanza tempo ed è il fanalino di coda degli altri paesi della regione, l'UE e l'EUSR dovrebbero subito iniziare a lavorare al progetto anche con la pianificazione di misure concrete per un "partenariato UE junior" per la BiH. In quest'ottica Inzko deve immediatamente chiedere al Consiglio dei ministri di nominare un nuovo capo della Direzione dell'integrazione europea, e poi chiedere la trasformazione della Direzione in un ministero per l'Integrazione Europea, che potrebbe venire rafforzato da quadri nuovi provenienti anche dalla numerosa diaspora bosniaca. Insieme alla Direzione dell'integrazione europea, l'EUSR deve - già durante l'estate - elaborare un piano concreto per il "partenariato europeo junior", e porlo al vaglio del Parlamento bosniaco e degli organi dell'Unione.

Vedran Džihić è direttore e Christophe Solioz segretario generale del Centro per le Strategie di Integrazione Europea


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