Christian Schwarz-Schilling

La Republika Srpska di oggi è diversa dalla creatura di Karadzic e Mladic, ma i suoi leader devono dire chiaramente che il loro futuro è in Bosnia Erzegovina. Una agenda per il prossimo Alto rappresentante, per poter riprendere il dialogo sulle riforme

31/01/2007 -  Massimo Moratti

La decisione era nell'aria da alcune settimane. Da più parti si poteva percepire una certa preoccupazione da parte della comunità internazionale sugli sviluppi della situazione nella regione. L'International Crisis Group (ICG) aveva espresso la propria contrarietà alla chiusura dell'Ufficio dell'Alto Rappresentante (OHR) e la voce di questo centro studi non passa inascoltata nelle ambasciate straniere in Bosnia ed Erzegovina, soprattutto in quelle americane ed inglesi. Croazia, Bosnia, Serbia (col Kosovo) e Montenegro funzionano come un sistema di vasi comunicanti: se si alza il livello della tensione in un paese, automaticamente avviene lo stesso negli altri paesi. E così l'indipendenza del Montenegro e il futuro status del Kossovo sono fattori che hanno provocato e rischiano di provocare un aumento della tensione in Bosnia ed Erzegovina. Tali tensioni rinvigoriscono le spinte referendarie sbandierate da Dodik nel corso dell'infuocata campagna elettorale e del (pseudo) duello verbale con Haris Silajdzic.

Le apprensioni della comunità internazionale

Ha vinto la paura quindi. La comunità internazionale ha deciso di non mollare le redini del controllo bosniaco, in vista degli inevitabili scossoni che già si preannunciano nei prossimi mesi. A ciò si è aggiunta la notizia che comunque Schwarz-Schilling non avrebbe richiesto l'estensione del proprio mandato, e quindi vi sarà un nuovo Alto rappresentante dopo di lui. La sensazione è che si cercherà una persona in grado di far un uso energico dei poteri di Bonn, contrariamente a quanto era avvenuto con Schwarz-Schilling, che non li aveva quasi mai usati e che anzi aveva riabilitato quasi tutti coloro che erano stati rimossi dai suoi predecessori.

La comunità internazionale percorre a ritroso quel cammino che aveva intrapreso e che avrebbe portato all'abolizione del "semi protettorato" internazionale e alla presa di potere piena da parte della classe politica bosniaca.

Il dibattito sull'abolizione dei poteri di Bonn, in seno alle varie ambasciate e organizzazioni internazionali, dura sostanzialmente dal 2003, da quando lo European Stability Initiative (ESI) lanciò un rapporto denunciando le derive colonialistiche della presenza dell'OHR in Bosnia ed Erzegovina, e la necessità di iniziare a concepire una via d'uscita dai poteri di Bonn, che già allora, a detta di ESI, avevano fatto il loro tempo. A quel tempo l'ICG, nel rapporto Paddy Ashdown and the paradoxes of State Building, aveva invocato un utilizzo dei poteri di Bonn ancora maggiore allo scopo di implementare una serie di riforme di importanza strategica per il paese che, a distanza di quattro anni, sono state praticamente tutte implementate. La sensazione è che ogni volta che la Bosnia sia sul punto di arrivare alla meta, il traguardo venga spostato sempre più avanti e che la paura prevalga nella comunità internazionale. In questo caso, la decisione di mantenere i poteri di Bonn può essere efficace nel breve periodo per prevenire instabilità, ma occorre preparare anche una strategia di medio-lungo periodo per uscire dall'impasse.

Le posizioni dei politici bosniaci

Di fronte ad uno scenario regionale che si annuncia tempestoso nei prossimi mesi, poco fanno i politici bosniaci per dimostrare maturità e responsabilità e come al solito sono pronti a cavalcare la tigre del nazionalismo per rafforzare la propria posizione. Le posizioni dei leader bosgnacchi e serbi sono diametralmente opposte per quanto riguarda l'estensione dei poteri di Bonn.

Non solo, la decisione della comunità internazionale sostiene apertamente le posizioni di Silajdzic che, a più riprese, aveva invocato l'uso dei poteri di Bonn per sanzionare le velleità referendarie di Milorad Dodik. Il mantenimento dei poteri di Bonn suona quindi come una sorta di "cartellino giallo" nei confronti di Dodik. Un avvertimento a Dodik di non cercare di sfruttare la decisione sul Kosovo per fini politici in Bosnia ed Erzegovina. Dodik dal canto suo, contrariato dall'iniziativa, ha dato segno di aver recepito il messaggio e ha prontamente ribadito che non vi sarà una rivoluzione armata quando la status del Kosovo verrà deciso, ma che comunque non può impedire alla gente di avere la propria opinione.

Il nocciolo del problema sembra però rimanere all'interno della Bosnia ed Erzegovina. La politica in Bosnia ed Erzegovina è un gioco a somma zero, dove le parti tendono ad annullarsi a vicenda e l'intransigenza nazionalistica è la miglior arma per consolidare il proprio potere. Una sorta di "celodurismo" bosniaco. Preoccupa soprattutto che, sia da parte serba che da parte bosgnacca, vi siano ancora questioni fondamentali che i partiti non vogliono risolvere e aprire al dialogo. È solo risolvendo tali questioni che si può trovare uno spazio politico necessario per un'intesa comune sul futuro della Bosnia ed Erzegovina.

Alcune questioni fondamentali non ancora risolte

La più importante di tali questioni è legata proprio alla Republika Srpska e alla sua creazione. Per Silajdzic e molti politici nella Federazione, la Republika Srpska viene vista come una creatura frutto del genocidio e della pulizia etnica, perciò ogni occasione è buona per cercare di indebolirla e trasferire competenze statali da Banja Luka a Sarajevo. Da parte di Banja Luka, si risponde a questi tentativi di centralizzazione agitando lo spettro del referendum popolare e della secessione, e rifiutando la cooperazione con le autorità di Sarajevo. In questo senso, Milorad Dodik sta costruendo un piccolo impero attorno a sé e alcune prese di posizione contro i media locali e statali sembrano indicare una certa svolta autoritaria nei rapporti tra i due partiti. Dodik quindi riscuote successo nella Republika Srpska perchè viene visto come colui che riesce a difendere la Republika Srpska dagli attacchi che vengono portati dalla Federazione. Silajdzic dal canto suo riscuote successo perché il suo intento finale è quello di eliminare la creatura figlia della pulizia etnica.

Il fatto è che in realtà la Republika Srpska odierna è una cosa ben diversa da quella creata da Karadzic e Mladic e, nonostante i suoi toni nazionalisti, Dodik non può essere considerato come il successore politico e ideologico di Karadzic. La Republika Srpska non è più monoetnica, ha trasferito numerose competenze agli organi centrali della Bosnia ed Erzegovina e dal punto di vista delle strutture e dell'amministrazione risulta essere più efficiente che non la Federazione, la quale deve sempre fare i conti con il doppio livello di autorità, Cantoni e Federazione. Questa realtà viene spesso taciuta nella Federazione.

Allo stesso tempo però la Republika Srpska (RS) e i suoi leader devono anche avere il coraggio di ammettere di fronte ai propri elettori che l'indipendenza della RS o la sua possibile annessione alla Serbia non sono delle opzioni politiche né possibili né sostenibili, che il futuro della RS rimane all'interno della Bosnia ed Erzegovina e che i serbi in Bosnia ed Erzegovina non sono minacciati dalla creazione di uno stato islamico. Continuare ad alimentare illusioni in questo senso è non solo inutile ma anche pericoloso.

Che agenda per il prossimo Alto rappresentante?

Sono queste le regole del gioco che dovrebbero esser rese chiare dalla comunità internazionale: il riconoscimento da parte della leadership serbobosniaca che il loro futuro è all'interno della Bosnia ed Erzegovina e il riconoscimento da parte bosgnacca della Republika Srpska come parte della Bosnia ed Erzegovina. In questo senso, l'arrivo del nuovo Alto rappresentante dovrebbe essere utilizzato per cercare di ottenere il consenso da parte dei partiti politici principali sui punti di cui sopra, che non sono nient'altro che quanto previsto da Dayton. Solo dopo aver ottenuto questo sarebbe possibile procedere alle riforme, senza cercare di accelerare il ritmo su questioni come la riforma della polizia o le riforme costituzionali (due autentiche patate bollenti).

Accanto a questi due capisaldi, la comunità internazionale dovrebbe favorire, senza imporre, il processo di rielaborazione del conflitto e di decostruzione dei miti che erano stati usati dai partiti nazionalisti per infiammare l'odio etnico. Lo scopo perseguito è quello di dare un segnale di discontinuità politica rispetto ai partiti che avevano condotto la guerra in Bosnia ed Erzegovina. È proprio la mancanza di questi segnali che induce la comunità internazionale a guardare con preoccupazione la situazione in Bosnia ed Erzegovina.


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