Hanno abbandonato la Bosnia ancora bambini, seguendo le loro famiglie in fuga dalla guerra. Ora cinque giovani ricercatori europei hanno raccolto su un sito web le loro testimonianze. Sulla fuga, sull'integrazione, sulla lingua e sulla nostalgia dei Cevapi

18/05/2011 -  Zorana Mrmak

Testo originariamente pubblicato su Le Courrier des Balkans, il 9 maggio 2011

Avviato nel corso del 2010, Bosnian Memory Paths è un progetto promosso da cinque giovani ricercatori europei. Il loro obiettivo? Descrivere e capire il percorso di quei giovani che furono obbligati ad abbandonare la Bosnia ancora bambini, seguendo l'esodo delle loro famiglie. Ora Bosnian Memory Paths, è un sito internet, raccolta di testimonianze multimediali, dove si può ascoltare i racconti di vita di 19 giovani bosniaci.

Ricordi della guerra, integrazione, identità, situazione attuale, questi ragazzi svelano con pudore ma senza finzione i loro percorsi, spesso strazianti. Raccontano il loro adattarsi - complicato - ad un nuovo luogo, in un Paese che non conoscevano, il loro imparare una nuova lingua, il loro rapporto con la Bosnia. Attraverso queste storie si disegna un ritratto emozionante di una generazione che ha dovuto adattarsi.

Dalla guerra all'esodo

“Mi ricordo della polizia che saliva sul treno, della mia paura di bambina. Era la prima volta che vedevo un uomo armato”, racconta Sanela, che vive ora in Slovenia. Bojan, nato a Sarajevo, si ricorda che gli veniva vietato di giocare all'aperto. E pian piano si è reso conto che qualcosa non andava. “Mi ricordo di quel giorno in cui ci siamo dovuti nascondere per evitare i colpi d'arma da fuoco. Stavamo uno vicino all'altro. E nonostante questo nessuno voleva andarsene”, racconta Minella, cresciuta a Prijedor. Suo padre venne ucciso proprio dietro casa, colpito da un soldato serbo.

Nebojša, serbo di Bosnia, ha vissuto a Ilidža, periferia di Sarajevo; ora abita in Slovenia. Anche lui ha vissuto un dramma famigliare legato alla guerra: “Mio zio è rimasto a Sarajevo, non è riuscito a fuggire e l'hanno forzato a scavare delle tombe. Per poi ucciderlo dopo avergli fatto scavare la propria”. Ciononostante è proprio nelle avversità che Senada ha appreso dei valori forti durante la guerra, quelli della vita assieme e della solidarietà.

Nebojša si ricorda del padre che ordinò a sua madre di preparare le valige. “Lei cominciò a piangere, non voleva partire”. Senada, ferita alla tibia per lo scoppio di una granata, è riuscita a fuggire grazie all'intervento di alcuni giornalisti inglesi che si sono appellati a Médecins du monde ed hanno permesso l'evacuazione di una ventina di bambini nel 1992. Minella è fuggita in Germania assieme al fratello, che non voleva togliersi i vestiti nemmeno per dormire, dalla paura di dover ripartire in fretta. In Bosnia, all'epoca, non avevano più niente nemmeno da mangiare. “Era folle, durante la guerra tutto costava moltissimo”, esclama Martina, croata di Mostar. Prima di arrivare a Berlino, non aveva mai visto così tanto succo di frutta, acqua minerale e dolciumi. “Sono rimasta impalata davanti al frigorifero, ero certa di trovarmi nella terra dell'abbondanza”.

Un nuovo mondo

Ancora ferita alla tibia quando arrivò a Tolosa, Senada racconta di essere stata accettata rapidamente e che tutti i bambini volevano aiutarla. Ha del resto ancora molti amici risalenti a quel periodo. Al contrario, Minella, si è sentita rifiutata al suo arrivo a Lione. E' stata marginalizzata dagli altri bambini; non indossava gli stessi vestiti e si rifiutavano persino di darle la mano.

Nato a Prijedor nel 1989 e arrivato a Grenoble verso la fine della guerra, Asmir racconta che i suoi compagni di classe prendevano in giro lui e sua madre, che era diventata donna delle pulizie nella sua scuola. Gli dicevano: “Torna al tuo Paese”. Anche Bojan, che ha trovato rifugio in Slovenia, Paese più vicino almeno culturalmente, ammette che si è dovuto adattare molto per essere accettato e quando Mahmut, bosniaco di Foča, è arrivato in Turchia, ha sentito immediatamente di non essere più nello stesso Paese di prima, di essere lontano dalla regione nella quale aveva vissuto sino ad allora.

Il rapporto con la nuova lingua dice molto su questi bruschi cambiamenti di vita. Croata di Bosnia in esilio in Inghilterra, Bojana spiega che in casa mescola spesso serbo-croato e inglese. Ora a Marsiglia, Meliha ammette di aver perso dimestichezza con la sua lingua madre, anche se spera che in futuro i suoi figli “parlino il bosniaco”. Asmir si definisce come un “francese che parla bosniaco”. Malgrado tutto, alcuni di loro non hanno abbandonato la loro lingua natale. Minella racconta come la madre abbia sempre voluto parlare con i suoi figli in bosniaco “perché non ci si dimenticasse”.

Difficile trovare il giusto equilibro tra la lingua materna e la lingua d'adozione. Per Selma, che abita nell'ovest dell'Inghilterra, la sua lingua d'adozione, l'inglese, rimane la più comoda per esprimersi. Così come per Martina, di Berlino, con il tedesco. Per queste due giovani donne esprimersi nella lingua materna rappresenta una difficoltà in più al quotidiano.

Minella dice di avere degli amici di tutte le origini perché “tutto ciò che è stato vissuto da un individuo rendono una persona com'è”. Questo non le impedisce di essere legata a un gruppo di amici d'origine bosniaca perché “condivido con loro le stesse esperienze”. L'amicizia resta un tema delicato da evocare per questi giovani intrappolati tra la speranza di ritornare alle proprie radici e il ricostruirsi un altrove.

Identità: religione e tradizioni al centro

In questa fuga verso la libertà, alcuni hanno finito con il coltivare, pur non desiderandolo, due patrie. Asmir racconta: “Sono francese, ti posso mostrare la mia carta d'identità. Sono nato a Prijedor, in Bosnia Erzegovina, ma la mia nazionalità è francese”. Ma si sente straniero in entrambi i Paesi.

Il sogno di Senada? Trasportare Sarajevo nella città che l'ha accolta, Tolosa. “Il mio cuore è diviso tra le due”, racconta. “I miei genitori hanno sempre dichiarato di essere jugoslavi. E lo sono anch'io”.

Nebojša, le cui radici rimangono ancorate nel quartiere Ilidža di Sarajevo, afferma che “il nazionalismo è legato all'identità nazionale”. A volte ha vergogna delle sue origini a causa dell'immagine dei serbi veicolata dai media. Al contrario alcuni rifugiati come Sabina, originaria di Brčko, si sentono ben integrati nella loro città d'accoglienza. “Sono di Berlino”, esclama senza timori. Non è così per Meliha, che afferma che la sua casa non è in nessun luogo.

Di fronte a questa frattura indelebile, alcuni si aggrappano alle tradizioni, altri si girano verso nuove prospettive. “Non sono una tipa molto religiosa, non sono praticante. Anche e siamo musulmani, nessuno della mia famiglia è effettivamente praticante”, ammette Selma. Martina, croata di Erzegovina, afferma di non essere una gran praticante cattolica, ma di rispettare alcuni dettami assieme ai suoi genitori “molto religiosi”. Minella invece rappresenta, dal canto suo, la Bosnia di prima della guerra. “Nella mia famiglia si celebravano tutte le feste insieme, il Natale, il Bajram, l'Aïd... Abbiamo avuto la fortuna di vivere in un ambiente multiculturale”.

Sotto l'influenza del comunismo, alcuni di loro non sono stati battezzati e si considerano indifferenti a tutto questo. Tra questi Nebojša. “So di non essere credente, non voglio mentire. Quando prego, non ci credo. Prego solo per rispetto..."

“Non prego per Dio, prego per quelli che sono morti, prego per mia madre”, afferma Asmir. La guerra non ha invece cambiato la pratica religiosa di Mahmut che rispetta “al meglio possibile” i precetti dell'Islam.

Ricordi, simboli, fondamenta

Malgrado l'esodo le tradizioni rimangono ancorate nei ricordi di tutti questi giovani. Hanno la tendenza a divenire simboli, a ricordare un paradiso perduto, quello del tempo in cui in Bosnia si viveva sempre bene.

Selma ascolta della musica bosniaca. Ora in Slovenia, va matta per i piatti bosniaci, anche se ammette di non saper cucinare. Senaid, ora a Lubiana e Dejan, che abita in Germania, affermano entrambi di non aver dimenticato i Ćevapi, rotolini di carne tipicamente balcanici.

Per la maggior parte di loro la Bosnia si deve ora ricostruire sulle fondamenta solide della giustizia e della verità. “Un Paese dev'essere unito e non diviso” affermano in coro Asmir e Senada. Per Nebojša, “le comunità che vivono in Bosnia non potranno continuare ad ignorarsi a vicenda”. Minella vuole aiutare il suo Paese, come anche Asmir. “Vorrei ritornarci, è più forte di me”, assicura.


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