Andrea Rizza, della Fondazione Alexander Langer Stiftung, coordinatore del progetto Adopt Srebrenica, interviene sulla polemica aperta dalle pubblicazioni di Latinoamerica con una lettera indirizzata a Gianni Minà. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

19/09/2012 -  Andrea Rizza

Egregio direttore Gianni Minà,

faccio riferimento all’articolo "Dalla Bosnia al Kosovo vent'anni dopo" di Enrico Vigna, pubblicato sulla sua rivista “Latinoamerica”.

Mi sono deciso a scriverle dopo aver smaltito l'indignazione e lo sbigottimento di trovare, su un media italiano, diretto da un professionista che reputo serio e competente, un articolo denso di mala informazione e che a tratti mi ha fatto venire in mente le stesse modalità negazioniste usate dal neo nazismo.

Concordo pienamente con Enisa Bukvić, presidente della Comunità della Bosnia Erzegovina in Italia, sul fatto che la questione sia di una gravità estrema.

Innanzitutto per i contenuti deliranti, basati su tante informazioni infondate e non degne di essere trattate come contenuto giornalistico. Quindi un grosso problema di etica professionale sul quale dovreste aprire un serio confronto interno con l'autore, come puntualmente dimostrato da Azra Nuhefendić.

A quanto, punto per punto, ha risposto la Nuhefendić, smontando letteralmente il costrutto “malato” di E. Vigna, aggiungo solo che neanche nelle peggiori bettole della Republika Sprska, quando le šljivovice (grappa di prugna) iniziavano a fare il loro effetto, mi è capitato di sentire simili bestialità. Questo è il livello di quello che la sua rivista ha pubblicato.

Poi, per lo spazio, che la sua rivista ha dato allo stesso modo di costruire la propaganda che ha portato ai conflitti in ex Jugoslavia negli anni '90.

Le atrocità commesse in Bosnia Erzegovina - e in particolare il genocidio di Srebrenica - sono il frutto di un impianto ideologico, che ha perseguito con tutti i mezzi che gli servivano, la legittimazione morale delle atrocità.

La sua rivista, nell'articolo di E. Vigna, ha dato spazio alla stessa ideologia - nazi-fascista, nazionalista, sciovinista - che ha causato i macelli degli anni '90 e che a tutt'oggi ammorba i rapporti sociali in Bosnia Erzegovina, ostacolando il processo di dialogo e di confronto con il passato, verso la giustizia e la riconciliazione.

La mistificazione consapevole e pianificata delle informazioni per giustificare le atrocità commesse in Bosnia Erzegovina, è di una gravità estrema.

Il fatto che dei criminali di guerra del calibro di Radovan Karadžić, Slobodan Milošević, Ratko Mladić, Biljana Plavšić, Vojslav Šešelj ecc. trovino questo spazio sulla sua rivista (eh già, quello che lei ha consentito di pubblicare, sono le stesse ideologie sostenute dai delinquenti di cui sopra!), forse le può dare la dimensione della gravità della “malattia culturale” sottostante a quanto scritto da E. Vigna.

Infine, ma non ultimo per importanza, lo sfregio, ignobile, nei confronti di tutte le persone che in quella guerra hanno perso qualcosa... La vita, l'infanzia, l'innocenza, la dignità, il futuro.

Spero che si renda conto che stiamo parlando di persone. E spero che si interroghi su come sia possibile oltraggiare in questo modo, ancora una volta, il loro dolore e la loro memoria.

Quello che lei ha consentito di pubblicare è esattamente la stessa ideologia che, agli occhi dei macellai di Srebrenica, di Sarajevo, di Tuzla, di Višegrad, ecc., ha trasformato delle persone in una massa di sub-umani da eliminare fisicamente.

Per tutte queste ragioni sostengo la richiesta di Enisa Bukvić di avere scuse pubbliche per i danni provocati dalle informazioni inventate sul suo popolo e sulla sua terra, pubblicate sulla sua rivista.

Andrea Rizza

Fondazione Alexander Langer Stiftung, coordinatore del progetto Adopt Srebrenica


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