L'International Crisis Group ha pubblicato un rapporto in cui esorta Bruxelles ad assumere il ruolo di leadership internazionale in Bosnia Erzegovina, sostituendo l'Ufficio dell'Alto Rappresentante, e a condurre il paese verso la stabilità e l'ingresso nell'Unione

25/01/2011 - 

Il rapporto (Bosnia: Europe’s Time to Act ) è stato pubblicato l'11 gennaio 2011. Di seguito la traduzione della parte introduttiva a cura della redazione di Osservatorio

Sarajevo, Istanbul, Bruxelles - Dopo anni di esitazioni, nel 2011 la leadership internazionale in Bosnia ed Erzegovina dovrebbe passare dall'Ufficio dell'Alto Rappresentante (OHR) ad una rafforzata delegazione UE. La Bosnia non ha più bisogno dell'OHR, fondato nel 1995 dopo gli accordi di Dayton e la creazione del Consiglio di implementazione della pace (PIC). Oggi al paese servono assistenza tecnica e consulenza politica da parte dell'UE per diventare un candidato credibile all'integrazione, non un supervisore internazionale che legiferi al suo posto o mantenga la sicurezza. Gli stati membri dovrebbero realizzare rapidamente un piano complessivo che rafforzi la presenza europea (anche tramite una forte ambasciata guidata da un forte ambasciatore), rafforzi le prospettive di integrazione e costruisca credibilità a livello locale. L'OHR dovrebbe ritirarsi dalla politica interna e, salvo l'emergere di minacce per la pace, concentrarsi sulla revisione delle decisioni passate.

Gli stati membri dovrebbero rafforzare la presenza europea mentre i partiti, ad oltre tre mesi dalle elezioni politiche del 3 ottobre 2010, faticano ancora a formare i governi a livello statale e delle entità. Servono riforme urgenti per scongiurare la crisi politica ed economica, ma l'OHR non è più l'attore che può convincere al cambiamento serbi, croati e bosgnacchi. L'integrazione europea può stimolare i leader a trovare una visione condivisa del futuro del paese ed incoraggiare le riforme cruciali necessarie al miglioramento dell'efficienza delle istituzioni. La “fatica da allargamento” e la crisi dell'euro non dovrebbero fornire ai paesi scettici la scusa per sminuire i successi dell'Europa nell'assicurare stabilità nei Balcani occidentali, un importante test per la capacità del nuovo Servizio europeo per l'azione esterna (EEAS) di produrre una comune e più efficace politica estera e per la sicurezza.

Il PIC aveva annunciato di essere pronto a chiudere l'OHR cinque anni fa, ma ora questa possibilità appare remota. Nel 2008 le scivolose scadenze hanno lasciato il posto a cinque obiettivi e due condizioni (“cinque più due”), di cui la Bosnia ha soddisfatto rispettivamente tre e una. Poiché i due obiettivi rimanenti, le divisioni delle proprietà dello stato e della Difesa, rimangono refrattari ad ogni soluzione politica, l'OHR rimarrà probabilmente attivo per tutto il 2011, se non oltre. Anche diversi membri del PIC che non fanno parte dell'UE chiedono una più efficace leadership di Bruxelles, in particolare attraverso un maggior stanziamento di risorse, prima di passare di mano il volante.

La risoluzione delle questioni sulla proprietà non ha grande influenza sulla funzionalità dello stato, ma è diventata un simbolo della capacità della Bosnia di governarsi da sé. La simbologia non dovrebbe però oscurare i fatti: la Bosnia si governa senza particolari sostegni. Mentre PIC ed élite bosniache dibattevano delle sorti dell'OHR, la transizione verso la responsabilità interna ha fatto il suo corso senza clamore. Nonostante lo status irrisolto, le istituzioni statali hanno pieno controllo delle proprietà che servono loro. Nel 2010 l'Assemblea nazionale della Republika Srpska (RS) ha promulgato la propria legge in materia, ora al vaglio della Corte costituzionale bosniaca. Le forze armate hanno libero accesso a tutte le strutture e proprietà militari. Prima o poi i diritti di proprietà dovranno essere ristabiliti per permettere vendite e investimenti, ma non si tratta di urgenze.

Anche il panorama politico è cambiato. Alle elezioni del 2010, la maggior parte dei bosgnacchi ha votato per i partiti moderati, mentre le urne hanno penalizzato pesantemente chi ha fatto campagna elettorale sul vecchio tema della difesa dello stato minacciato dai serbi. Nella Republika Srpska, la campagna nazionalistica del partito di governo SNSD non ha dato i risultati sperati. La piccola popolazione croata ha sostenuto i propri partiti etnici. Le dispute su composizione e agenda del governo sono continuate con l'anno nuovo: i governi statali e di entità, soprattutto nella Republika Srpska, dovranno fronteggiare pesanti deficit causati dall'arrivo ritardato della crisi economica. Di conseguenza, i leader hanno poco spazio per le intransigenze. Tutti i principali partiti sostengono, almeno a parole, riforme e integrazione europea, ma nessuno fa serio affidamento sull'intervento dell'OHR perché li aiuti nelle dure decisioni a venire.

Importanti attori del PIC come Stati Uniti, Regno Unito e Turchia, insieme ad alcune élite domestiche di rilievo, temono che i politici bosniaci non siano pronti a governare da soli (nonostante alla Bosnia sia stato assegnato un seggio alle Nazioni Unite) né a formare un funzionale governo di coalizione, che la Republika Srpska tenti la secessione e che scoppi la violenza. La paura è che la chiusura dell'OHR scateni la dissoluzione del paese o almeno rimuova una barriera in quella direzione. Ma l'OHR non è più la garanzia di sicurezza che rappresentava una volta. In caso di minaccia all'integrità territoriale e su indicazione dei propri ambasciatori in loco, Unione europea, Stati Uniti e altri membri della comunità internazionale potrebbero raccogliere la volontà politica e militare per intervenire in presenza o meno dell'OHR. I politici bosniaci che avessero agito irresponsabilmente sarebbero soggetti agli stessi meccanismi internazionali e diplomatici che valgono per i leader di tutti i paesi, incluse le sanzioni o, in casi estremi, il ricorso alla forza. Nel frattempo, tuttavia, l'OHR dà loro una scusa per attribuire la responsabilità dei loro fallimenti alla comunità internazionale.

Il 2011 può essere l'anno cruciale per l'espansione dell'UE e il graduale ridimensionamento dell'OHR. Per una transizione morbida ed efficace, ci sono alcuni passi che dovrebbero essere parallelamente intrapresi dai paesi UE e dai principali attori di Bruxelles, in particolare la Commissione europea e l'Alto rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza/vice-presidente della Commissione (Catherine Ashton):

  • nominare, senza prolungare oltre un ritardo che ammonta già a sei mesi, un'ambasciata forte a capo della delegazione UE (il termine ufficiale per l'ambasciata UE) a Sarajevo, possibilmente un ex rappresentante di un paese membro con una solida esperienza in ambito europeo e in particolare sui temi dell'allargamento;
  • aumentare significativamente le capacità della sezione politica della Delegazione di fornire consulenza all'ambasciata sugli sviluppi in Bosnia, relazionarsi con i maggiori leader di partito e di governo su come rendere le strutture legali e istituzionali conformi alle norme UE e coordinare il contributo degli altri attori europei;
  • creare o rafforzare le sezioni legali, economiche, di sicurezza e di comunicazione della Delegazione, contando sul resto dello staff UE già presente in Bosnia, incrementando l'ufficio sul campo a Banja Luka e adeguando il budget della Delegazione stessa al livello delle sue nuove responsabilità;
  • portare i fondi IPA al livello dei paesi vicini, coerentemente con gli intenti di leadership dell'UE in Bosnia.

Nonostante l'UE aspiri da tempo a guidare la presenza internazionale in Bosnia, gli stati membri e gli altri attori di Bruxelles devono ancora appianare i dissidi su tempistica, strategia e gestione delle risorse umane e finanziarie di una missione rafforzata. Se non riusciranno a farlo nella prima parte del 2011, cominciando con un'approfondita discussione da parte dei ministri degli Esteri al Consiglio degli affari esteri del 31 gennaio, e i funzionari bosniaci mancheranno di sostenere il processo facendo un genuino sforzo verso l'integrazione, il passaggio di consegne rischia di fallire. A quel punto la Bosnia potrebbe ritrovarsi con il peggio di entrambi gli scenari: la rivalità fra un OHR indebolito e una Delegazione UE che si sforza invano di affermarsi. Per evitarlo, il PIC dovrebbe:

  • reindirizzare gli sforzi dell'OHR sulle questioni lasciate in sospeso, in particolare i casi dei bosniaci esclusi dalle cariche pubbliche, limitando invece l'uso dei poteri esecutivi alle autentiche emergenze;
  • sostenere la leadership UE in Bosnia consentendo ad un trasferimento della carica del Rappresentante Speciale UE (EUSR), attualmente coincidente con l'Alto rappresentante, e del suo staff all'interno della Delegazione europea;
  • continuare ad impegnarsi per la sovranità e l'integrità territoriale della Bosnia, sostenere il mandato esecutivo delle forze militari UE (EUFOR) che hanno sostituito la NATO nel paese e tenere aggiornato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite di ogni minaccia per gli accordi di Dayton del 1995 o delle successive risoluzioni del Consiglio medesimo.

Una volta libero dai legami con l'OHR, il team diplomatico dell'UE dovrebbe essere in grado di concentrarsi sul facilitare il processo politico e sull'aiutare le diverse comunità bosniache a trovare la voce comune necessaria per interagire responsabilmente con i vicini europei.


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