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Alcune pagine del diario di Fabio Molon e del suo viaggio, nel gennaio del 1994, verso Mostar, verso padri, figli, amici uniti dalla terra ma divisi dalla guerra

08/03/2013 -  Fabio Molon

Il viaggio è iniziato ad Ancona, al porto. Prima un semplice avvicinamento. Decine e decine di furgoni, automobili, camion ed autoarticolati in attesa di salire sul traghetto „Istra“ con destinazione Spalato. Targhe irlandesi, spagnole, germaniche, danesi e di varie province italiane. L’eccitazione e la voglia di partire, nostra e dei sei ospiti della caserma di Wackernell di Malles, cresce.

Siamo in dieci: Sdenka, Jelka, Blagica, Iva, Blago, Marica, Robert, Marco, Giorgio ed io. Tre automezzi: un’automobile della Caritas diocesana di lingua tedesca, un furgone riempito all’inverosimile di pacchi e borse prestatoci dal decano di Naturno ed un’ambulanza della Croce Bianca di Bolzano per trasportare Sdenka.

Finalmente partiamo da Ancona e veniamo subito a sapere che a Mostar, nella zona „musulmana“, sono morti tre giornalisti italiani. Iniziamo a chiederci se arrivare proprio a Mostar o fermarci alla periferia, considerato che i parenti di chi accompagniamo ci aspettano a Medjugorie. A Spalato arriviamo alle 7.20 di sabato 29 gennaio e, nonostante innumerevoli insistenze, riusciamo ad uscire dalla dogana croata alle 10.30. Altri aspetteranno ancora molto prima che l’unico finanziere controlli il carico degli aiuti umanitari: noi siamo stati molto „rompiscatole“ ed accompagnavamo da oltre 24 ore una donna in precarie condizioni di salute con un’ambulanza.

Spalato-Mostar. Circa 160 chilometri. Ci accorgiamo di entrare in „zona di guerra“ quando, a Klobur, incrociamo una quarantina di automezzi e di blindati bianchi dell`Unhcr. Alle 16.00 arriviamo alla frontiera tra Croazia ed Erzegovina. Controllo di documenti e varie domande. Ci chiedono di verificare il carico del furgone ma un graduato interviene e dice di lasciare perdere. Aveva parlato brevemente con Blago e sua moglie ed aveva chiesto loro, tra l’altro, cosa mancasse in Italia visto che la lasciavano per tornare a Mostar, in mezzo alla guerra, e si era sentito rispondere: „i figli“. Le donne poliziotto offrono a tutti delle mele e ci fanno partire.

Arriviamo a Medjugorie e chiediamo informazioni ad un ragazzo in divisa mimetica, mitragliatore a tracolla, qualche bomba a mano appesa un po’ dappertutto. Ci sono pochissime persone, i negozi sono tutti chiusi. Mezzi dell’ONU parcheggiati davanti a qualche albergo, jeep bianche con a bordo caschi blu senza casco ma con gli immancabili occhiali da sole (tempo pessimo) percorrono pigramente le strade semideserte. Incontriamo i parenti dei „profughi“ che ci aspettavano da qualche ora. C’è molto vento, fa freddo, qualche fiocco di neve..

Sono tutti di Mostar. Ci chiedono di andare con loro. Ci consultiamo, Robert, di Nova Levante, l’autista della Croce Bianca che trasporta Sdenka e la giovane sorella, non ha avuto esitazione quando gli abbiamo chiesto se andare o fare intervenire un altro mezzo: è abituato a rischiare ogni giorno sulle nostre strade per salvare la gente. Ci infonde la calma che compensa la nostra voglia e volontà di andare a Mostar anche se con un bel po’ di batticuore. Ci sono ancora una trentina di chilometri da fare. La strada inizia ad essere dissestata. Dobbiamo viaggiare, ci hanno detto, velocemente e molto vicini. Abbiamo chiesto perché e ci hanno risposto di fare così per il bene di tutti. Saliscendi e poi una lunga discesa, a sinistra, in basso, si intravede Mostarsko Blato, una palude che sparisce completamente nei mesi estivi, intorno colline e monti. Dopo un ennesimo tornante, improvvisamente, appare Mostar adagiata su una vasta conca ed attraversata dal fiume Neretva, il confine tra gli erzegovesi cattolici e mussulmani.

Qualche via illuminata a giorno a dimostrare che la paura non esiste e che la vita prosegue normalmente, interi quartieri al buio a confermare che anche la guerra prosegue normalmente. Sono con noi due auto guidate da un marito e da un figlio delle persone che abbiamo accompagnato, aprono e chiudono la fila. I posti di blocco non esistono per noi, basta un cenno dalla prima auto, uno sguardo e via sempre più in basso, tornante dopo tornante. Abbiamo paura, credo. Qualcuno ha caldo, qualcuno ha freddo. Il silenzio è rotto solamente da qualche frase dei nostri passeggeri. Finisce la discesa ed inizia Mostar.

Attraversiamo dei quartieri, viali lunghi, alberati, nessuna illuminazione. Le poche automobili che incrociamo viaggiano a velocità da supermulte, se percorressero le vie delle nostre città. Il silenzio è impressionante e fastidioso per le nostre orecchie abituate ai rumori quotidiani, solo un quarto delle finestre dei condomini è illuminato e sembrano luci sospese nel buio e nel vuoto. Dobbiamo fare presto, sono le 18.00 passate: alle 21.00 inizia il coprifuoco.

Arriviamo a destinazione improvvisamente. Da uno dei palazzi che compongono il quartiere o la zona escono velocemente delle persone. Scendiamo dalle auto. Sdenka viene condotta a casa in barella. Scarichiamo pacchi e borse, uno zainetto scolastico, farmaci, la sedia a rotelle, poi ancora pacchi e borse. Diamo e riceviamo baci pacche sulle spalle. Rivediamo persone che avevano lasciato il centro di Malles pochi giorni prima di Natale. I bambini alternano parole in slavo, in tedesco, in italiano, sentiamo i nostri nomi ripetuti, siamo agitati, abbiamo fretta, forse vorremmo scappare. Abbiamo sentito la prima granata esplodere, non vicino, ma la sensazione è inesprimibile: forse i nostri genitori ci capiranno se torneranno ai loro brutti ricordi di infanzia. Partono tutte le persone che hanno viaggiato con noi, accompagnate da parenti impazienti di tornare a casa.

È stupendo e maledettamente brutto lasciare qualcuno a cui sei legato da esperienze comuni e da sentimenti inspiegabili ma probabilmente veri. Quando il vecchio Blago e sua moglie ci salutano, ci accorgiamo che facciamo fatica a trattenere le lacrime: quando piange una persona che potrebbe essere tuo padre, quando questi ti bacia cinque, dieci volte sulla bocca, sulle guance, sugli occhi, quando senti delle parole nelle tue orecchie che non capisci ma che capisci perfettamente, quando senti delle mani che passano tra i capelli, sulla nuca, sulla schiena, mani che non lasciano le tue, Cristo, è duro non piangere.

Ivo, il marito di Sdenka, insiste nell’invitarci nel suo appartamento, o meglio nell’appartamento (due stanze, cucina e servizi) in cui vivono almeno otto persone, sono le 19.00: „solo cinque minuti e poi andiamo“ e si sale.

I cinque minuti diventano novanta. La cena per gli ospiti è pronta: „sarma“ (carne macinata avvolta da foglie di cavolo), pollo fritto e perfino una piccola torta, si beve acqua o grappa. Arrivano i vicini, i bambini sono eccitati, si parla, si ricorda, si ride ma la seconda granata la sentiamo tutti benissimo perché esplode moto più vicina della prima, perché la porta del balcone si chiude di colpo, perché per un attimo c’è silenzio: solamente per un attimo. Poi tutto ricomincia come prima, con lo stesso vocio, gli stessi brindisi, le stesse risate: forse è facile abituarsi ai rumori della guerra. Ci spiegano che oggi non c’è eccessivo motivo di avere paura: „C’è molto vento e mirare a qualche obiettivo è difficile ed è quindi inutile sprecare munizioni, solo qualche colpo da una parte e dall’altra, così, per far capire che si esiste. Improvvisamente compare con fierezza nelle mani di qualcuno un kalashnikov: un rapido controllo per verificare se c’è il colpo in canna, via il tipico caricatore ricurvo e poi il fucile mitragliatore viene offerto alla curiosità ed al tatto di chi vuole. Un kalashnikov costa circa 300 marchi, un semplicissimo funerale almeno 5.000.

La luce si affievolisce spesso e sembra mancare. Decidiamo di andare, abbiamo circa mezz’ora prima che inizi il coprifuoco. Saluti e promesse di lettere e cartoline. Siamo tutti stanchi. Ivo ci accompagna con la sua macchina per un breve tratto poi ci „affida“ a due soldati. Sul furgone di Marco salgono due ventenni dai capelli cortissimi, un arsenale mica male, la stanchezza di una „giornata lavorativa“ e tanta curiosità. I tornanti vengono affrontati velocemente, torna il batticuore, la voglia di uscire dalla zona pericolosa. I militari ci lasciano ad una ventina di chilometri fuori Mostar, ed una decina da Medjugorie. Ci indicano un albergo dove trascorrere la notte e ci lasciano con un „Laku noc“ (buona notte) che poteva benissimo essere detto da un altro soldato, con un’altra divisa, se fossimo usciti dall’altra parte di Mostar (anche se questo è impossibile poiché gli erzegovesi mussulmani, a Mostar, sono completamente circondati).

Sono le 22.30 e sono con Giorgio al bar dell’albergo tentando di riportare delle parole, delle sensazioni, delle emozioni. Ci sono dei militari in anfibi e mimetica che scherzano bevendo birra. Una decina di persone, accompagnate dal suono di una chitarra, cantano canzoni malinconiche e coinvolgenti, Giorgio mi traduce i testi, parlano di amori, della bellezza dell’attaccamento alla propria terra, della volontà di offrire a Dio la propria vita per difendere o conquistare tutto questo. Ad una ventina di chilometri da qui, dall’altra parte della Neretva, in qualche bar, stanno probabilmente cantando canzoni dello stesso significato sostituendo Dio con Allah. La terra li unisce, qualcuno li ha divisi, il sangue ed i morti li dividono, Dio ed Allah sono la scusa e l’alibi.

Questa sera la penso così.

 

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