(fiahless/Flickr)

Il ventennale della caduta del Muro di Berlino è l'anniversario delle occasioni perdute per Balcani occidentali e Caucaso. L'analisi di Tihomir Loza, vicedirettore di "Transitions on line", dal 1999 tra i più completi notiziari telematici europei dedicati all'area dell'ex blocco orientale

30/10/2009 -  Laura Delsere

Il ventesimo anniversario del crollo del Muro di Berlino può essere considerato una data importante anche per i Balcani occidentali? E per il Caucaso? Per quale ragione?
Per queste due aree l'anniversario è forse una buona ragione per riflettere su quanto hanno perso in termini di sviluppo politico, sociale ed economico rispetto all'Europa centrale e alle Repubbliche baltiche. Mentre infatti tra il 1989 e il 1991, questi Paesi ex comunisti si può dire che partirono in quarta, approfittando del pieno sostegno - che era particolarmente consistente - da parte dell'Occidente, i Balcani e il Caucaso hanno attraversato gli ultimi vent'anni nel segno dei conflitti etnici, nell'ambito dei quali il crollo del comunismo fu una nota a margine. In queste due regioni, il nucleo dei grandi mutamenti della fine del secolo scorso furono la fine dell'Urss e quella della Jugoslavia, realtà che avevano tentato - sebbene poi facessero difetto nei confronti dei loro cittadini su molti altri aspetti - di mantenere la pace tra le numerose componenti etniche interne. Una volta crollate Urss e Jugoslavia, le questioni dell'identità etnica e nazionale, per cui altrove in Europa si era combattuto secoli prima, vennero alla ribalta. Se le dispute etniche, ancora vive in queste due aree, sono lungi dall'essere risolte nell'immediato futuro, tuttavia oggi molti altri processi mostrano un andamento incoraggiante.

Quanto l'isolamento verso l'esterno di alcuni di questi Paesi, si pensi all'Albania, ha influito sul loro sviluppo nei vent'anni successivi?
Nel caso dell'Albania l'isolamento con il mondo esterno fu estremo, paragonabile a quello della Corea del Nord. La maggior parte degli ex jugoslavi invece erano liberi di viaggiare e lo facevano senza visto verso molti Paesi, negli anni in cui la Jugoslavia si teneva in equilibrio tra i blocchi durante la guerra fredda. Oggi gli albanesi possono muoversi liberamente ma non sempre sono in grado di farlo, sia per questioni dell'ottenimento dei visti che per povertà. Analoghe le condizioni richieste per l'espatrio ai Paesi dell'ex Jugoslavia. Naturalmente le conseguenze delle restrizioni ai viaggi, sia passate che presenti, sono tangibili. Sono società che nei secoli hanno maturato in se stesse forme di modernizzazione, magari imperfette. Guardano molto al mondo esterno, di cui si considerano parte e da questa libera comunicazione con il resto del mondo dipende il loro sviluppo positivo a tutti i livelli sociali. Da questo punto di vista l'insistenza da parte degli Stati membri Ue sulle richieste di visto per gran parte dei Balcani occidentali, anche a così lunga distanza dalla fine del conflitto, è stato un errore colossale. Scoraggia le tendenze democratiche, l'imprenditoria e la cooperazione scientifica e culturale. Ha messo forse al riparo la Ue dalle mafie balcaniche? Ovviamente no. Al contrario, la barriera dei visti è una spinta a favore del crimine organizzato.
Si può affermare che le guerre in ex Jugoslavia siano state il più grande fallimento dell'Unione europea di questi ultimi vent'anni?
Non penso che l'Ue sia responsabile per le guerre seguite al collasso dell'ex Jugoslavia. Allora l'Unione non aveva una politica estera e di sicurezza comune, né strutture per discuterne. Neppure oggi Bruxelles è attrezzata con quel tipo di mezzi necessari a fermare le guerre. Ma le potenze militari europee, Gran Bretagna e Francia, come pure gli Stati Uniti, che soprattutto attraverso la Nato hanno avuto e hanno responsabilità della sicurezza europea, avrebbero invece potuto e dovuto intervenire militarmente molto prima per proteggere i civili e creare spazi per risoluzioni pacifiche delle contese etniche. Il processo di disintegrazione jugoslava e le guerre che l'hanno seguito erano altra cosa dal processo di integrazione dell'Europa: le dinamiche interne jugoslave seguirono la loro logica, che si mise in funzione ben prima di quanto chiunque potesse predire il collasso del Blocco orientale. Ma lo stesso crollo della Jugoslavia, ovviamente, è correlato, e in larghissima misura, al crollo del comunismo e alla conseguente esplosione di libertà che ancora andava istituzionalizzata. Mentre polacchi e ungheresi usavano la libertà per costruire istituzioni democratiche ed economie di mercato, gli ex jugoslavi la usavano innanzitutto per mettere in chiaro questioni di identità etnica e sovranità nazionale, un ambito in cui non c'era accordo neppure nell'epoca d'oro della ex Jugoslavia.

Tornando alla domanda, direi tuttavia che la Jugoslavia ha pagato un prezzo perché non aveva più importanza strategica agli occhi dell'Ovest. Una volta caduto il Muro, metà del continente era improvvisamente a portata di mano, a disposizione. La distanza della Jugoslavia comunista da Mosca, una volta straordinariamente valutata e fortemente finanziata dall'Ovest, era diventata irrilevante.

Per questo, sebbene nei primi anni '90 molti Paesi in Europa fossero imbarazzati e realmente preoccupati per quello che accadeva, era difficile per i governi delle potenze militari focalizzarsi adeguatamente sulla regione in assenza di un proprio interesse diretto, specie dal momento che le guerre in Croazia e Bosnia non minacciarono mai di espandersi. Ma l'imbarazzo divenne eccessivo da sopportare nel 1995, quando il rapido intervento di Usa, Gran Bretagna e Francia mise fine ai combattimenti.

Il Kosovo naturalmente fu altra cosa. Lì la crisi aveva il potenziale per espandersi ai Paesi vicini, così la Nato ebbe chiari motivi strategici per agire. Inoltre un secondo fattore motivante fu l'imbarazzo accumulato per non essere intervenuti in tempo in Bosnia. In un certo senso il regime dell'"uomo forte" serbo Slobodan Milošević fu punito con il Kosovo, non tanto per quello che Milošević vi aveva fatto, ma piuttosto per quello che aveva fatto in Bosnia e che si sospettava si stesse preparando a fare in Kosovo. Dal mio punto di vista, tuttavia, va detto che l'intervento Nato del 1999 fu condotto senza una considerazione adeguata per la vita dei civili.
Secondo lei, per quanto tempo ancora la maggior parte dei Paesi dei Balcani Occidentali resteranno un vuoto nel centro della Ue a 27? E' possibile prevedere i tempi dell'ingresso (tra adesione e associazione per ogni nazione), alla luce della recente ratifica del Trattato di Lisbona da parte di Varsavia e della sua auspicata imminente ratifica a Praga?
I Balcani non sono più un buco nero. Ci sono Paesi con grandi problemi, anche strutturali, ma stanno tutti facendo progressi sebbene sia difficile distinguere questo avanzamento nella quotidiana ridda di titoli di stampa, dal momento che i titoli ovviamente puntano sugli aspetti negativi. Ma confrontando ogni aspetto della vita dei Balcani di oggi con quella di dieci anni fa, c'è senz'altro un progresso significativo. La regione è più stabile, discretamente più ricca e più democratica. In termini di sviluppo, un decennio non è un periodo lunghissimo. Quanto invece all'ingresso nell'Ue dei singoli Paesi, possiamo dire con una certa sicurezza che la Croazia completerà i suoi negoziati di adesione in meno di due anni e entrerà nella Ue poco dopo. La Commissione europea ha di recente raccomandato l'apertura di negoziati di adesione anche con la Macedonia. Una volta diventata una candidata ufficiale all'ingresso Ue, la Serbia sarà in grado di accelerare e probabilmente possiamo aspettarci lo stesso per il Montenegro. Albania, Bosnia e Kosovo avanzeranno più lentamente, ognuno a causa dei suoi problemi interni, nessuno dei quali tuttavia è insormontabile. Mentre Bosnia e Kosovo hanno difficoltà legate alla loro natura interna, tutti e tre i Paesi devono fare uno sforzo ulteriore per rafforzare lo stato di diritto e assicurare un adeguato funzionamento delle istituzioni nazionali.
A breve il sistema dei visti d'ingresso verrà alleggerito per molti paesi dei Balcani Occidentali. Dopo l'idraulico polacco, l'Europa temerà quello balcanico?
I migranti vengono più facilmente guardati con ostilità in tempi di crisi economica, così è possibile che la lenta ripresa europea crei un nuovo capro espiatorio. Ma non penso che dai Balcani arriverà nell'Ue un'ondata di migranti particolarmente rilevante. Per lo più i Balcani occidentali hanno ormai una popolazione anziana e bassi tassi di natalità. Molti giovani, compresi quelli con la formazione più alta, così come la popolazione economicamente più attiva, sono già emigrati verso l'Europa occidentale, il Nord America e l'Australia. In termini di sviluppo potenziale, questa fuga di cervelli è un serio depauperamento per la regione, della Bosnia in particolare. In ogni caso, i viaggi senza visto renderanno solo più facili gli spostamenti per un lavoratore potenziale in modo che raggiunga la sua destinazione, ma non necessariamente per cercare lavoro. Una volta che gli Stati dell'area saranno membri Ue, i loro cittadini saranno liberi di cercare lavoro ovunque in Europa, seppure con possibili restrizioni, come per i Paesi entrati nella Ue all'inizio del decennio. Ma sarei sorpreso di vedere folle che dalla regione emigrano in cerca di lavoro.
Per l'Europa sembra non esserci exit strategy dai Balcani occidentali, in particolare da Bosnia e Kosovo, due costruzioni istituzionali artificiali, entrambe in seria difficoltà nonostante i fondi consistenti ricevuti in questi anni ...
La dipendenza dall'aiuto estero e la tutela politica sono un serio problema, soprattutto perché restringono l'iniziativa e le prerogative nelle questioni locali da parte di attori domestici. Chiaramente in Bosnia la Ue dovrebbe agire per costruire una partnership con le comunità locali, ed incoraggiarle a raggiungere un compromesso sulle questioni costituzionali in sospeso. Di certo non dovrebbe giocare il ruolo di arbitro negli affari interni. Quanto al Kosovo, la Ue vi ha assunto responsabilità puntando al rafforzamento dello stato di diritto. C'è inoltre la questione delle relazioni di Pristina con Belgrado, in cui l'Unione è decisa a puntare non su una risoluzione a breve delle dispute, ma sulla possibilità di conviverci da parte di entrambi i Paesi.
Le frontiere dell'Unione negli ultimi vent'anni si sono spostate sempre più verso est. Oggi è più di prima 'affacciata' sul Caucaso, seppur si tenga a prudente distanza dalle violazioni dei diritti umani in Cecenia e dalla violenza crescente che oggi minaccia la stabilità anche di Daghestan e Inguscezia. Pensa che la Partnership orientale, varata da Bruxelles in favore di quest'area, e per lo più promossa dai nuovi Stati membri dell'Unione, possa diventare sempre più importante?
Sì, la Partnership orientale varata dalla Ue è destinata a diventare sempre più importante dal momento che i Paesi a cui si rivolge sono e saranno attori sempre più significativi sulla scena internazionale. La loro stabilità e crescita economica hanno un impatto diretto sull'Unione. Naturalmente l'energia è un elemento importante dal momento che questi Paesi sono oggi largamente considerati rotte alternative per le forniture energetiche dell'Europa. Ma le relazioni vanno e devono andare oltre l'energia. Sono Paesi che guardano tutti all'Europa, seppure in modi e a livelli differenti. Bruxelles si trova in una posizione unica per influenzare il loro sviluppo in società prospere e democratiche.
A vent'anni dal crollo del Muro di Berlino il mosaico delle minoranze in Est Europa resta sottovalutato dall'Ovest, e nei singoli Stati balcanici permangono 'muri' innalzati contro le minoranze interne. Quali sono stati i maggiori progressi realizzati in questi anni con l'aiuto dell'Ue o puntando sul suo soft power?
La presa di coscienza in materia di diritti umani, seppure ancora molto insoddisfacente, è tuttavia decisamente maggiore oggi di quanto fosse negli anni '90. Per il suo ruolo nel dare visibilità crescente alle questioni dei diritti umani e delle minoranze nei Balcani e in Europa centrale, la Ue non è seconda a nessuno. I fondi, provenienti sia dai singoli governi che da fondazioni private, in tutti questi anni hanno sostenuto la società civile. I diritti umani delle minoranze etniche e delle minoranze in genere sono ancora troppo spesso violati, ma gli abusi non passano più sotto silenzio grazie alla protesta dei gruppi della società civile. Questo mette i governi sotto pressione, spesso spronandoli ad agire in modo positivo. Quanto al soft power dell'Unione, ha trasformato anche lo scenario dei partiti politici sia nei Balcani che in altri Stati europei orientali. Oggi è comune che partiti politici una volta noti per il loro estremismo etnico abbiano cominciato a predicare la tolleranza. Molto spesso lo fanno per rendersi partner accettabili nel processo di integrazione europea. Ovviamente la sincerità di certe trasformazioni è discutibile, ma ci sono pochi dubbi che il leggendario soft power della Ue sia stato spesso in grado di produrre trasformazioni.
Attraverso la questione energetica Mosca sembra in grado di dividere l'Unione europea e 'isolare' in rapporti bilaterali esclusivi sia i Paesi dei Balcani che del Caucaso. Può invece l'indipendenza energetica - attraverso un mercato comune del gas nella Ue, con fonti e forniture alternative - diventare per i Balcani un fattore di inclusione nell'Unione europea, perfino in anticipo sulla road map politico-istituzionale?
La diversificazione delle forniture energetiche è sempre auspicabile. La dipendenza dalle forniture russe è un vero problema per l'Ue, ma l'Europa è e resterà il mercato più redditizio per la Russia, e in questo senso anche Mosca ha tutte le ragioni per mantenere stabili le relazioni energetiche. Sul lungo termine però, energia e relazioni dell'Europa con Mosca non dovranno essere viste in termini di opposizione. La Russia è un Paese enormemente importante e complesso, con cui l'Ovest è necessario sia fermo ma paziente. Ha un bagaglio storico difficile e probabilmente avrà bisogno di qualche decennio per modernizzarsi e diventare pienamente democratico.


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