A poche ore dal voto per le presidenziali USA, l'impressione generale è che nei Balcani non vi sia una particolare predilezione per uno dei due candidati anche se sembra emergere un sentimento a favore di Obama

04/11/2008 -  Risto Karajkov Skopje

Il voto di oggi per l'elezione del presidente degli Stati uniti è largamente ritenuto un momento storico per gli Usa. Si concorda sul fatto che sia molto importante per il futuro delle relazioni transatlantiche e internazionali nel complesso. Il mondo del 2000 è decisamente diverso rispetto a quello del 2008. Prima dell'attacco dell'11 settembre gli Usa erano il benevolo gigante incontestato nel giovane mondo unipolare. Da allora molte cose sono cambiate.

Nessuno dovrebbe permettersi di negare il ruolo fondamentale che gli Stati uniti hanno avuto nei Balcani negli ultimi 15 anni. Se Washington, come ha affermato il Segretario di Stato James Baker, avesse capito subito cosa stava per accadere nel 1991, e fosse intervenuta prima nel caos che ne è seguito, oggi i Balcani sarebbero senza dubbio un luogo diverso e più prospero.

Nonostante i suoi riluttanti interventi - e l'insistente inclinazione a un disimpegno - gli Usa hanno portato il peso di alcune delle più serie decisioni prese nella regione: gli Accordi di pace di Dayton del 1995, l'intervento Nato del 1999, e il più recente riconoscimento del Kosovo. Non importa quanto spiacevole questo possa suonare all'Europa, ma senza la spinta degli Usa non ci sarebbe stato nessuno di questi eventi.

Anche se la regione è un luogo decisamente diverso rispetto a 10 anni fa, c'è ancora molto da fare. Questo pone la questione del futuro impegno degli Usa nella regione, e come questo dipenda dall'esito del voto di oggi. Qual è l'opzione migliore per i Balcani? Barack Obama o John McCain?

Gran parte degli analisti concorda sul fatto che sostanzialmente non cambierebbe di molto. I Balcani non costituiscono una priorità nella politica estera americana. Washington vuole la graduale stabilizzazione della regione e, infine, lentamente disimpegnarsi. Questo riassume l'interesse degli Usa nei Balcani e chiunque ne diverrà presidente perseguirà questo scopo. Ciò implica in poche parole un Kosovo riconosciuto e funzionante, gradualmente riconciliato con la Serbia, una Bosnia stabile, l'intero gruppo dei Paesi all'interno della Nato e, infine, nell'Ue. Rimarranno alcune roccaforti della presenza statunitense nella regione, come Bondsteel in Kosovo, o la nuova imponente ambasciata americana di Skopje ma, a parte questo, Washington vuole abbandonare i Balcani. Indipendentemente dalle differenti posizioni personali o di partito, sia Obama che McCain seguirebbero questa linea.

Quest'analisi presuppone un "normale" corso degli eventi, se mai esiste qualcosa di simile nella politica internazionale. All'inizio di quest'anno gli Usa si sono duramente confrontati con la Russia riguardo all'indipendenza del Kosovo. I Balcani di per sé sono una piccola pedina sul tavolo da gioco, ma quando entrano in affari più grandi, la linea sostenuta dal presidente potrebbe fare la differenza.

Gli analisti concordano nel sostenere che Obama sarebbe più incline al multilateralismo, mentre McCain, come George Bush, sarebbe per la via unilaterale. Qual è la modalità migliore per i Balcani? In generale è difficile a dirsi. Dipenderebbe dalla situazione specifica. Generalmente il multilateralismo viene considerato positivo perché implica un ampio consenso internazionale che, di fatto, riduce i conflitti e crea stabilità. Tuttavia, a volte può essere ostaggio di interessi particolari. Il tipo di multilateralismo che ha escluso la Macedonia dalla Nato all'inizio di quest'anno e che le impedisce di avvicinarsi all'Ue a causa delle pressioni della Grecia, non costituisce il miglior interesse per la stabilità della regione.

In termini generali l'impressione è che nei Balcani non vi sia una particolare predilezione per uno dei due candidati anche se sembra emergere un sentimento, come nel resto dell'Europa, a favore di Obama. Macedonia (e Grecia) rappresentano delle eccezioni per la loro querelle sul nome. Il Partito Democratico sostiene la posizione greca, Obama ha votato a favore di una risoluzione del Congresso americano che riflette il punto di vista greco sulla questione e in passato ha rilasciato alcune dichiarazioni a sostegno della parte greca. Al contrario il Partito Repubblicano è più sensibile alla posizione macedone. Di conseguenza, la diaspora greca vota i democratici, quella macedone i repubblicani.

Ciononostante gli esperti sostengono che anche se Obama è più vicino alla posizione greca, la politica Usa in merito alla questione del nome non cambierebbe nel caso diventasse presidente. Questo significa che gli Usa non torneranno sui loro passi rispetto alla decisione di utilizzare il termine designato nella costituzione macedone "Macedonia". E' ciò che con tutta probabilità accadrà, anche se l'elezione di Obama potrebbe significare maggiore pressione su Skopje affinché si raggiunga un compromesso. La Macedonia conta molto sul sostegno Usa e un cambio di toni a Washington potrebbe farla sentire sola soletta, dato che l'Europa in generale sostiene la Grecia.

Oltre a Skopje, la maggior parte degli altri paesi nella regione non hanno un candidato da sostenere nella grande sfida di oggi. Gli albanesi sentono di dovere ai democratici la loro libertà - la principale strada di Pristina è dedicata a Bill Clinton - ma è stato George Bush a riconoscere l'indipendenza del Kosovo. I serbi sentono la medesima equidistanza per le stesse identiche ragioni, solo molto più amare. La Bosnia è divisa sulla questione come su tutto il resto. La Croazia può guardare alla sfida elettorale di oggi come un paese "più europeo" e preferisce Obama.

Alcuni analisti argomentano che i democratici presteranno più attenzione ai Balcani. Alcuni consulenti di Obama, tra i quali Madeline Albright, sono stati direttamente impegnati nella regione durante gli anni '90. Si è parlato anche di Richard Holbrooke come possibile candidato al Dipartimento di Stato nel caso di vittoria democratica. E' gente legata al proprio lavoro e spesso i diplomatici imparano ad appassionarsi alle questioni affrontate nelle loro missioni. Difficile immaginarsi Holbrooke, l'architetto degli Accordi di pace di Dayton, che come Segretario di Stato sia indifferente a quanto accade nei Balcani.

Alla fine non ci si aspetta che qualcosa cambi drasticamente nell'impegno degli Usa nei Balcani. Nonostante questo molta strada deve ancora essere fatta affinché questa regione navighi nelle acque tranquille dell'Unione europea. E' importante che gli Stato Uniti rimangano coinvolti in quel viaggio.


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