Carlo Petrini

La rivista E - il mensile ha intervistato Carlo Petrini, fondatore di Slow Food. Un'occasione per riflettere sulle attività di Slow Food e della rete di Terra Madre nei Balcani e per anticipare alcune riflessioni sul viaggio in battello da Budapest a Sofia promosso da Viaggiare i Balcani in collaborazione proprio con Slow Food e di cui OBC è media partner. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

24/04/2012 -  Christian Elia

Dal 21 al 30 giugno 2012, lungo il Danubio, un battello correrà lungo una delle vie più importanti delle comunicazioni europee, quelle della cultura, degli scambi, dei commerci, delle lingue. Un progetto che mette assieme il turismo responsabile di Viaggiare i Balcani e l’informazione dell’Osservatorio Balcani e Caucaso, con Slow Food e la battaglia per una cultura del rispetto del patrimonio dei territori. E-il mensile ha intervistato Carlo Petrini, giornalista e scrittore, che fin dagli anni Ottanta si batte per per un sistema sostenibile e virtuoso nel rispetto delle coltivazioni e dei prodotti di tutto il mondo. Con il progetto Slow Food, da tempo, si guarda a oriente. 

Il 10 dicembre 2011 è stato inaugurato il primo convivium Slow Food in Albania. Un altro passo del cammino dell’associazione verso est. Quando è nata l’idea di guardare dall’altra parte dell’Adriatico? Su quanti progetti lavorate?

L’idea di lavorare in questa parte d’Europa parte da lontano. Non possiamo pensare di cambiare il mondo dell’alimentazione se non cercassimo di capire che cosa succede alle porte di casa nostra. I Balcani sono parte di noi e dell’Europa. Noi ci adoperiamo affinché le tradizioni e la biodiversità agro-alimentare di questa regione non vada perduta. Essa rappresenta una ricchezza che è anche nostra: se la perdiamo, diventiamo tutti più poveri. Per questo abbiamo il dovere di dimostrare al mondo che i Balcani non sono un’Europa “minore”. I nostri soci hanno saputo raccogliere questa sfida, ed è soprattutto grazie a loro che oggi possiamo contare su una rete solida, di 1500 soci e oltre 60 convivium, particolarmente attiva proprio nei progetti di tutela della biodiversità agroalimentare, tra cui i 19 Presìdi Slow Food.

I Balcani sono troppo spesso legati solo all’immaginario comune del conflitto. Che realtà è capitato di vivere e coinvolgere nei progetti di Slow Food? L’ha sorpresa o ha trovato quel che si aspettava?

I Balcani sono vicini, eppure ancora largamente sconosciuti. Un’Europa di cui si parla e si sa poco, e alla quale ci si approccia spesso con molti pregiudizi. Slow Food si batte perché a questa regione sia data pari dignità, anche gastronomica. Spesso dimentichiamo che i Balcani sono soprattutto un punto di incontro e scambio tra popoli, religioni e culture. Secoli di interazione hanno dato vita a una diversità incredibile, che rappresenta la vera ricchezza di questa regione. Questo tesoro non può non stupire quando lo si approccia per la prima volta, ed è anche per questo che abbiamo abbracciato l’idea di Viaggiare i Balcani di un viaggio lungo i sapori del Danubio.

Che tipo di sensibilità avete trovato alla tutela del patrimonio della cultura della terra e dei prodotti?

Dopo 40 anni di regime comunista, che percepiva ogni diversità come una minaccia, i Balcani sono caduti nell’abbraccio letale di una globalizzazione che considera i saperi tradizionali come antichi retaggi del passato. Inutile dire che i piccoli produttori tradizionali ne sono usciti in ginocchio. Però colpisce vedere come tanta gente cerchi di resistere a questa spinta omologatrice, in particolar modo le donne: le vere guardiane della biodiversità nei Balcani. E’ grazie a loro se oggi i Balcani conservano una conoscenza di piante officinali senza pari. Ed è sempre grazie a loro se molte delle ricette e prodotti ancestrali sono arrivati sino a noi. Lo dimostra il fatto che nei Balcani la qualità del cibo servita in casa è di gran lunga superiore a quella dei ristoranti.

Rispetto alle istituzioni dei paesi della ex Jugoslavia e degli altri paesi dove siete presenti con i Presidi avete riscontrato un buon spirito di collaborazione con voi e tra di loro?

Le istituzioni pubbliche sono spesso un tasto dolente. Sia in ex-Jugoslavia che nel resto della regione i politici sono spesso irraggiungibili e faticano a capire l’utilità delle nostre battaglie. A ciò contribuisce una società civile ancora debole, che fatica a far sentire la propria voce. Anche se non mancano le eccezioni, come la campagna fatta dai nostri soci a Istanbul per la salvaguardia del pesce serra, uno dei simboli della città. Due anni di campagna hanno finalmente convinto il ministro ad aumentare la taglia minima consentita per la pesca e la vendita. Inoltre, rappresentanti di questa campagna parteciperanno a Terra Madre Balcani per aiutare a esportare il loro modello negli altri paesi dell’area. Terra Madre è esattamente questo: presa di coscienza, condivisione e collaborazione.

Spesso si sottolinea una sorta di incomunicabilità tra i paesi dei Balcani. La vostra esperienza con Terra Madre ha dimostrato il contrario. Che esperienza è stata?

Ogni nostra iniziativa è stata sempre motivata dalla consapevolezza che i Paesi dei Balcani condividono tradizioni alimentari uniche e condizioni socio-economiche simili. Pertanto, la salvaguardia del loro patrimonio gastronomico esige sforzi comuni e tempestivi che vadano oltre i confini nazionali. Così è Terra Madre Balcani, la prima rete che unisce comunità del cibo provenienti da più nazioni di una stessa regione. Il primo meeting a Sofia nel 2010 è stato un successo. Quest’anno puntiamo a replicare, sempre a Sofia, proprio a conclusione del Viaggio lungo i sapori del Danubio, dal 29 giugno al primo luglio.

Quali altri progetti avete per il futuro nella regione?

La maggior parte delle tradizioni agro-alimentari dei Balcani, oggi ancora sorprendentemente autentiche, rischia di scomparire nel giro di una generazione, e in alcuni casi nel giro di pochi anni. Occorre muoversi e farlo in fretta. Progetti come il viaggio lungo i sapori del Danubio e Terra Madre Balcani servono anche a puntare i riflettori su tutto questo. Siamo davanti a una sfida epocale: promuovere un nuovo modello di sviluppo o rassegnarci alla scomparsa di un mondo antico, più saggio. Serve un grande progetto per riscattare le piccole produzioni di qualità. Slow Food dal 2013 vuole lanciare 100 nuovi Presìdi nei Balcani, non solo per fornire un supporto concreto ai piccoli produttori, ma soprattutto per raggiungere quella massa critica che permetta quel cambiamento di mentalità nei consumatori e nelle istituzioni necessario a garantire un futuro alle tradizioni agroalimentari della regione.

La collaborazione con Viaggiare i Balcani rientra in questa narrazione di luoghi così vicini e a volte raccontati ancora con mille stereotipi. Come è nata questa collaborazione e quali iniziative avete in cantiere?

Conosciamo Viaggiare i Balcani e Osservatorio Balcani e Caucaso da molti anni, apprezziamo molto il loro approccio e la loro serietà, e avevamo collaborato in diversi progetti negli anni passati. Poi Michele Nardelli ci ha proposto il viaggio sul Danubio proprio mentre noi lanciavamo la grande campagna Slow Europe per promuovere una nuova Politica agraria comunitaria che difenda i piccoli produttori artigianali, sensibilizzi i consumatori, e aiuti a creare un sistema alimentare più sostenibile, basato sul piacere e sulla condivisione di un cibo buono, pulito e giusto. Potevamo non salire su una barca che percorre il più importante fiume europeo promuovendo un nuovo modello di sviluppo sostenibile?


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