Mesi di cure ossessive, perché Tito, in una Jugoslavia in piena crisi, non doveva morire. E invece, nel pomeriggio del 4 maggio 1980, è accaduto l'inevitabile. A trent'anni dalla scomparsa del Maresciallo, a trent'anni dall'inizio della fine della Jugoslavia

04/05/2010 -  Stefano Lusa Capodistria

Era una domenica che chiudeva un ponte del Primo maggio eccezionalmente lungo. Nel pomeriggio del 4 maggio 1980, il presidente del Comitato centrale della Lega dei comunisti della Slovenia, France Popit, chiamò al telefono la leadership repubblicana. Si limitò a dire: “La partita è stata cancellata”.

Era il segnale convenuto. Per dirla con la retorica di regime: “Il grande cuore del compagno Tito aveva smesso di battere”. La sua “ultima battaglia”, quella che avrebbe inesorabilmente perso, era iniziata subito dopo capodanno.

Dopo aver festeggiato con i suoi più stretti collaboratori Tito era partito per Lubiana. Nel più attrezzato policlinico del paese lo attendevano per un controllo - si disse - di routine. Aveva 88 anni e non scoppiava di salute. Soffriva di un forte diabete; ma tutto ciò non lo aveva fatto rinunciare ai piaceri della tavola ed a qualche bel bicchiere di whisky.

Da tempo al presidente venivano somministrati anticoagulanti per evitare complicazioni circolatorie. Verso la fine del 1979 successe però quello che era perfettamente ipotizzabile: gli si ostruì l’arteria della gamba sinistra. Si decise di tentare di praticare un by-pass, ma l’intervento non servì ad arginare la cancrena. A quel punto l’unica soluzione fu quella di amputargli la gamba. L’intervento portò al collasso del sistema circolatorio.

“Con eccezionali sforzi”, che durarono mesi, l’equipe medica riuscì, “per un periodo quasi inconcepibile”, a mantenere artificialmente una più o meno sufficiente irrorazione sanguigna degli organi. Tutto ciò ebbe pesanti effetti collaterali, perché non si poterono evitare continue emorragie.

I problemi, dovuti al diabete, ben presto “costrinsero” i sanitari ad attaccare il maresciallo ad un rene artificiale. Man mano che il tempo passava iniziò a svilupparsi “un quadro clinico così complesso, che quasi non s’incontrava nella prassi medica”. Si dovevano tenere sotto controllo le infezioni e la febbre. Per mantenerlo “in vita” gli si cominciarono a somministrare farmaci che provocarono ulteriori danni agli organi interni.

“Molto prima del decesso”, si manifestarono difficoltà respiratorie, e così, fu “necessario” attaccare Tito ad un respiratore artificiale per un periodo che fu considerato “inusualmente lungo”. I medici si premurarono di praticare regolari drenaggi ai polmoni per evitare che vi si accumulasse acqua.

Alla fine la morte clinica sopraggiunse a causa del collasso del sistema circolatorio periferico e del successivo blocco cardiaco; non prima però che fossero emersi seri problemi all’apparato digerente e che si fosse manifestata una grave forma d’itterizia.

I medici, che effettuarono l’autopsia scrissero senza mezzi termini che “le modifiche sopraggiunte con la malattia” erano così complesse che “quasi mai s’incontravano” in altri pazienti. A Tito, quindi, non venne risparmiato nulla. Del resto intorno a lui non c’erano familiari che avrebbero potuto intimare ai medici di staccare le macchine.

In quei mesi il paese aveva sperato che il maresciallo potesse uscire dall’ospedale e riprendere in mano la barra del timone. La Jugoslavia, dopo il benessere degli anni Settanta, era sprofondata in una profonda crisi economica. Oramai la leadership aveva seri problemi a racimolare la valuta necessaria per acquistare all’estero anche generi di prima necessità.

Alla cittadinanza l’annuncio della morte di Tito fu dato verso le 18. La notizia non giunse certo inaspettata, ma sconvolse il paese. Le autorità, comunque, si erano già preoccupate di preparare tutto in ogni dettaglio. A metà febbraio erano stati definiti tutti i particolari del suo funerale, mentre il testo del suo necrologio era pronto da tempo, tanto che era stato fatto persino tradurre in gran segreto in tutte le lingue dei “popoli e delle nazionalità” della federazione.

Il simbolo dell’“amore” che i cittadini nutrivano per il padre-padrone della Jugoslavia venne da Spalato. Nella città dalmata si stava giocando uno degli incontri di cartello del campionato di calcio jugoslavo, quello tra la locale compagine dell’Hajduk e la Stella rossa di Belgrado.

Quando venne data la notizia la partita era in pieno corso. I giocatori si fermarono ed alcuni scoppiarono a piangere, altri si accasciarono come folgorati sul terreno, mentre dalle tribune cominciò a levarsi un canto che in quel periodo era diventato molto popolare: “Compagno Tito noi ti giuriamo che non abbandoneremo la tua strada”.

In Jugoslavia nessuno pareva aver dubbi sul fatto che si sarebbe continuato lungo la strada tracciata da Tito e si ripeteva ossessivamente con un misto d’orgoglio e di sfida: “Dopo Tito - Tito”. Tra i commentatori stranieri più di qualcuno però si chiese se la federazione potesse continuare ad esistere senza il maresciallo. Con la morte di Tito, la Jugoslavia aveva perso il suo presidente, il capo del partito e il comandante dell’esercito; vale a dire uno dei suoi principali fattori integranti.

Il paese si preparò ad accomiatarsi in maniera solenne dal suo capo supremo. A Lubiana, sin dalle prime luci dell’alba di lunedì 5 maggio, nonostante la pioggia battente, in piazza della Rivoluzione cominciò a raccogliersi una vastissima folla. Il feretro fu collocato di fronte al parlamento dove i maggiorenti repubblicani pronunciarono i discorsi di rito. Quando il corteo funebre si mosse, per prendere la via di Belgrado, sul selciato vennero lanciati fiori e più di qualche lacrima solcò il viso dei presenti. La bara fu caricata sul treno presidenziale. Lungo i binari si raccolsero migliaia di persone in paziente attesa di veder sfrecciare il “treno blu” del capo dello stato.

I potenti della terra si diedero appuntamento nella capitale jugoslava per i funerali. Belgrado in quei giorni sembrava la città più importante del pianeta. Alla cerimonia parteciparono 209 delegazioni provenienti da 127 paesi. Subito apparse evidente che la Presidenza federale, che doveva sostituire collegialmente la figura di Tito, non aveva né la sufficiente capacità politica, né tanto meno il carisma necessario per poter raccogliere l’eredità del leader appena scomparso.

Se sul piano esterno le esequie non diedero sostanziali vantaggi, ebbero invece il pregio di compattare ulteriormente il paese. La cerimonia fu seguita praticamente da tutti. A Belgrado il corteo passò tra due ali di folla. Nelle scuole e nelle aziende tutti si raccolsero intorno ai televisori, mentre le strade delle città apparivano completamente deserte. Il clima era surreale.

L’immagine più forte di quella lunga cerimonia venne regalata dal presidente italiano, Sandro Pertini. Rompendo il rigido protocollo si avvicinò al feretro coperto dalla bandiera jugoslava e ci posò una mano sopra. Divenne una delle foto che maggiormente caratterizzò quel funerale.

L’ondata emotiva che accompagnò la morte del presidente non si spense e, dopo i funerali, la Jugoslavia fu inondata da magliette, distintivi, foto, busti, portachiavi, libri e vari altri tipi di suppellettili che lo ricordavano. Per molte aziende, commercializzare la sua effige fu un ottimo affare, ma oramai ci si rendeva conto che si stava superando il limite del buon gusto e ben presto venne raccomandata estrema prudenza. Il culto di Tito, che era stato sapientemente coltivato durante la sua vita, si stava trasformando in nuove forme di devozione, talmente profonde da rasentare il misticismo.


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