Gabriela Pichler

Il suo primo lungometraggio - uno spaccato dei balcanici di Scandinavia - apre oggi il festival Sguardi altrove di Milano. E' la regista svedese Gabriela Pichler, che abbiamo incontrato e intervistato

04/03/2013 -  Nicola Falcinella

Gli immigrati musulmani dal Montenegro in Svezia sono i protagonisti di “Äta Sova Dö - Eat Sleep Die (Mangia dormi muori)” di Gabriela Pichler, premio del pubblico della Settimana della critica dell’ultima Mostra del cinema di Venezia e di altri riconoscimenti in vari festival.

Il film sarà presentato questa sera come inaugurazione del festival Sguardi altrove di Milano alla presenza della regista svedese di padre austriaco e madre bosniaca e della protagonista, l’esordiente Nermina Lukac. La pellicola sarà la settimana seguente anche al Bergamo Film Meeting che propone diverse pellicole dall’est Europa in varie sezioni.

Il debutto nel lungometraggio della Pichler è uno spaccato sociale dei balcanici in Scandinavia, che mostra una Svezia molto lontana dagli stereotipi.

Raša è una giovane nata in Montenegro, ma vive in Svezia da quando aveva un anno. Lavora in una fabbrica che confeziona verdure e abita con il padre (Milan Dragišic) che si deve invece accontentare di lavori saltuari. All’improvviso l’azienda decide di tagliare il personale. Così la ragazza, che è una delle operaie migliori, ma è single e tra gli ultimi assunti, resta senza lavoro. Non le resta che buttarsi alla ricerca di un nuovo impiego con la grinta, l’adattabilità e la buona volontà che la contraddistingue, magari anche millantando una patente automobilistica che non ha. Al suo fianco ci sono l’amico Nicki e il padre, con i suoi dolori, i suoi lavori temporanei e le missioni in Norvegia alla ricerca di salari più corposi.

Un film spoglio e partecipe, molto riuscito nel creare l’atmosfera, l’ambiente proletario dove si muovono i personaggi. Temi come la fiducia nel lavoro, l’abitudine a darsi da fare, la solidarietà, la vicinanza compresa la festa finale. È anche un romanzo di formazione.

L’esistenza fino ad allora tranquilla e senza troppe ambizioni di Raša è travolta dalla perdita del lavoro che le pone domande su cosa fare, cosa scegliere, se provare ad andare in città (Malmoe) o restare. Gabriela Pichler la segue in modo asciutto, pedinandola alla Dardenne, mostrandola nella fatica e nelle risate come Loach, ma con un taglio personale, racconta qualcosa che conosce in profondità e si sente. È quel qualcosa invisibile che dà sostanza e anima a un film e distingue un buon lavoro come tanti da uno che ha una marcia in più, come “Eat Sleep Die”.

“Volevo raccontare la Svezia moderna – ci ha spiegato Gabriela Pichler a Venezia - dove puoi essere una musulmana che viene dal Montenegro, conservare le tue radici e sentirti svedese. Insieme ci sono persone provenienti da diversi Paesi dell’ex Jugoslavia: nella troupe e nel cast c’erano ortodossi, cattolici e musulmani dei Balcani. Ovunque quando ci sono difficoltà o una crisi si dà la colpa a chi è arrivato dopo. Gli immigrati dalla Jugoslavia arrivati negli anni ’60 e ’70 incolparono quelli arrivati a inizio ’90 a causa delle guerre. Non sapendo con chi prendersela se la prendono con i nuovi venuti. E non è solo questione di colore della pelle o di altre differenze. È una paura che i partiti populisti sfruttano per il loro tornaconto”.

Come ha lavorato sul set? Era tutto scritto o avete anche improvvisato?

“Il film è un mix di cose scritte e di improvvisazione, abbiamo inventato dei dialoghi sul momento. Volevo mostrare i lavoratori di basso livello professionale con le loro diverse provenienze. Raramente gli attori svedesi hanno questo background sociale, di solito vengono da famiglie della borghesia. Volevo persone che parlassero come la gente comune. Per i protagonisti avevo poche scelte, perché cercando persone originarie dell’ex Jugoslavia che parlassero svedese con accento del sud riducevo le possibilità a pochi. Per fortuna ho trovato Nermina! Cercavo un “tomboy”, quando è entrata per il provino vestita elegante non credevo funzionasse, poi si è messa una felpa e immediatamente è entrata nella parte”.

È un film sul decidere in quale posto del mondo si vuole vivere.

“I personaggi sono dei rifugiati che hanno trovato un posto in questa cittadina industriale, un posto che gli piace e dove vogliono stare. Raša vorrebbe lavorare in fabbrica, ma viene licenziata e questo la mette in discussione”.

Raša lotta, non si arrende mai, il film rende bene questo suo carattere...

“Volevo che le scene respirassero la rabbia e la frustrazione della protagonista. E anche la sua energia e il suo pestare i piedi. È una ragazza che perde il lavoro ma continua a lottare. Anche quando piange ha ancora speranze. Mi sono limitata a seguirla con la camera e cogliere le sue emozioni. La mia prospettiva è più quella della sua classe sociale, la moderna working class che perde identità perdendo il lavoro. È il background sociale che rende Raša lottatrice”.

In parte anche lei ha quelle origini. Sua madre è bosniaca...

“Mia madre è bosniaca e odia ancora la Svezia anche se ci vive dagli anni ’70! È un paese freddo con gente fredda. Ha alti standard di vita, ma ti puoi sentire isolata, è una situazione dura. I miei genitori, come molti altri immigrati, sono arrivati per fare lavori duri. Mia madre faceva le pulizie, ha lavorato molto e si è sentita esclusa. Anche se ti impegni e impari la lingua, ci vuole molto tempo per sentirti completamente svedese. E in Svezia la famiglia non è così importante come nell’ex Jugoslavia o in Italia. Qualsiasi cosa ti succeda c’è lo Stato che ti aiuta. Però da noi non ci sono film che parlano della crisi economica attuale. Visto che nessuno porta le persone in difficoltà sullo schermo ho voluto farlo io. La Svezia non è più quella che era, non si può più dire che sia diversa dal resto d’Europa e non abbia gli stessi problemi”.

Anche se Raša è musulmana, non ne fa mai una questione di religione. Come mai questa scelta?

“La Svezia di oggi è molto irreligiosa. La gente non va quasi mai in chiesa. Per questo non volevo mettere l’accento su questo. Raša è musulmana ma è quasi indistinguibile dagli altri. In Occidente ci sono molti pregiudizi sui musulmani, sembra che se uno lo è debba essere praticante. Invece ci sono quelli che lo sono e bevono alcol o non sono così praticanti. Mi sembrava importante farlo vedere".

Sembra un film a metà tra Ken Loach e i fratelli Dardenne…

“Ho forse visto un solo film di Loach, non lo conosco abbastanza. I Dardenne mi hanno molto ispirato con il loro modo di fare cinema. Se devo citare altri riferimenti ci sono Milos Forman per il suo humor, soprattutto dei suoi primi film, e Claire Denis per il suo realismo poetico”.

Ha mai pensato a fare un film nell’ex Jugoslavia?

“Sarebbe fantastico farlo ma non ci ho mai pensato concretamente. Ho dei parenti a Sarajevo, ma ci sono stata solo in vacanza”.

 

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