Karpathos, Grecia (Visit Greece/flickr)

Dieci intensi spunti per dieci possibili viaggi, dalla Romania alla Turchia. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

23/08/2013 -  Alessandro Vergari

La penisola balcanica e la penisola anatolica; il nostro oriente più vicino. Inizia a pochi chilometri da Trieste e poi non finisce più, perché poi si confonde con quell’oriente più lontano dove le carovane partivano davvero per la via della seta, dove i crociati difendevano i loro castelli dagli arabi, dove i veneziani e i genovesi commerciavano nei loro fondaci con i tartari e gli armeni, e dove il cristianesimo conviveva con l’ebraismo e l’islamismo.

Un crogiolo di popoli, di religioni, di storie che nonostante le ripetute guerre, invasioni e pulizie etniche, ancora non ha perso il suo valore culturale e la sua più grande ricchezza: il senso dell’ospitalità.

Questo articolo vuole, con 10 salti nel tempo e nello spazio, partendo dal cuore della Turchia, dare una breve, fugace impressione di quello che ho visto e appreso: una piccola finestra su un immenso quadro, che raffigura il senso di un viaggio in questa terra.

Cappadocia

Arriviamo a Güzelyurt per la strada più lunga, ma sicuramente più bella, passando per le montagne, dopo essere partiti dal misterioso lago vulcanico di Acigol, in fondo ad un cratere di un vulcano spento da migliaia di anni, ma ancora in grado di scaldare l’acqua fino a 60 gradi di alcune sorgenti termali. La lunga salita su un altipiano verde, popolato solo da distanti pastori, sembrava un viaggio senza tempo, tanto le variazioni sull’orizzonte sono minime. Poi, alla fine, la discesa verso la valle di Ihlara, dominata all’orizzonte dai due picchi maestosi del vulcano Hasan, ancora coperto di neve e l’arrivo alla cittadina, la sua piazza centrale gremita di gente al tavolo dei caffè, giovani provenienti dalla vicina sede universitaria e da anziani a giocare a backgammon.

Chiamata in passato Gelveri, Guzelyurt era una cittadina molto più greca che turca, sebbene nel cuore della Turchia stessa. Qui, da secoli, le famiglie greche di religione ortodossa vivevano in armonia con la minoranza musulmana. Qui era cresciuto San Gregorio Nazianzeno, nel IV secolo dopo Cristo, uno dei quattro maggiori rappresentanti della chiesa ortodossa e forse anche lui si era rifugiato in una delle sale della città sotterranea, che si possono visitare ancora oggi, chiudendo dietro di se le pesanti porte simili ad enormi macine.

A poca distanza dalle ville signorili dei mercanti greci, costruite con i proventi del loro proficuo commercio dei prodotti della regione con Istanbul o Smirne, si estende una valle silenziosa e percorsa solo dalle mucche al pascolo dove si aprono centinaia di abitazioni e più di cinquanta chiese e monasteri scavati nella roccia vulcanica. Un posto assolutamente da non perdere per una passeggiata alla luce del tramonto.

Da un giorno all’altro però i ricchi mercanti greci e le loro famiglie dovettero fare le valigie, o forse non ebbero nemmeno il tempo di fare quelle, e furono costretti ad andare in Grecia, dove si trasferirono in villaggi e panorami completamente diversi da quelli dei loro antenati. Incapaci di parlare il greco corrente, questa generazione si portò dietro una nostalgia e un senso di smarrimento che non è mai scomparso e che l’ha accomunate alla stessa sorte riservata alle famiglie turche che dovettero lasciare nello stesso momento le loro case nel territorio ellenico, lasciare le tombe degli avi, i campi, per arrivare in una terra straniera anche per loro.

Tutto ciò avveniva nel 1924, alla fine di una guerra poco conosciuta, ma sanguinosa e senza quartiere tra greci e turchi, che mise fine a secoli di convivenza, anche se non sempre pacifica, di popoli e religioni diverse. Ancora alcuni anziani ricordano qualcosa di quando erano bambini e ogni anno, a luglio, si celebra una festa dell’amicizia tra i discendenti delle due comunità disperse, ma certe ferite non si risaneranno mai più.

Licia

Il sentiero sale ripido, su una bella massicciata di pietra in una luminosa e fresca pineta, con il sottobosco ancora verde di erba primaverile. Dietro di noi, Fethiye e il suo traffico di cittadina animata dal turismo si perdono e diventano indistinti.

Le colonne di una tomba della antica città di Telmesso sorvegliano il nostro passaggio da lontano, facendoci stupire di come più di 2000 anni fa le popolazioni di questa zona potessero realizzare simili opere scavandole direttamente nella dura roccia calcarea di queste montagne.

Terminata la salita su questa strada che forse ha visto passare file di muli e cammelli, ma anche qualcuno dei primi automezzi a motore, sbuchiamo in una bella pianura ricca di pascoli e coltivazioni e poche case sparse. Solo sulla collina di fronte il verde della macchia è interrotto da qualcosa che non si decifra bene e si svela solo a poche centinaia di metri di distanza.

Un intero villaggio di oltre 200 case in pietra, due grandi chiese, strade lastricate, forni e cisterne, sono da più di 80 anni abbandonate a se stesse, lasciate anche qui dalla popolazione greca, che forse discendeva da quella che si oppose ai persiani di Dario e Serse, in un folle scambio di etnie che, nel 1924, dopo la sanguinosa guerra tra Grecia e Turchia, avrebbe spostato più di 2 milioni di esseri umani da una sponda all’altra dell’Egeo.

Ancora si vedono tracce dei colori degli intonaci dell’interno delle case, i piccoli camini, le gronde appena sagomate, sull’intonaco esterno della casa, per far confluire l’acqua nella cisterna posta a fianco dell’abitazione. Una grande cisterna poco distante, conservava fino a qualche anno fa, un frammento di marmo con due inscrizioni, una in caratteri greci e una in caratteri arabi.

A due ore di cammino dal villaggio di Kaya Koy, il sentiero arriva in una delle spiagge più belle e fotografate di tutta la Turchia, la spiaggia di Olu Deniz, che con la sua lingua di sabbia bianca che si protende in una piccola baia quasi a chiuderne l’imboccatura, troneggia in ogni depliant turistico e in ogni cartolina del paese.

Poco oltre un grande cartello segna l’inizio di uno dei più bei percorsi a piedi di tutto il Mediterraneo, la Lycian Way, 500 chilometri di cammino in un susseguirsi di storie emozionanti che rimarcano che la sovrapposizione di tanti popoli e di tante storie è qualcosa di più che la somma dei singoli stessi.

Karpathos

Di solito, a Olimpos, ci sia arriva verso il tramonto, dopo una dura giornata di cammino lungo il panoramico crinale di quest’isola che taglia, lunga e stretta, quasi a metà strada, la rotta dei traghetti da Rodi a Creta.

Karpathos, la Scarpanto del Dodecaneso italiano, un nome inventato per un arcipelago di molte più isole, rubate per qualche decina d’anni ai loro originari possessori dal colonialismo della nostra nazione, è un’isola ancora poco sfruttata dal turismo, ma che strega chi l’ha visitata, e Olimpos, il suo paese più remoto e dimenticato, che fino a pochi anni fa era raggiungibile solo per nave o a piedi, è una sorta di apparizione fantastica, quasi da stropicciare gli occhi per capire se è vera o no, abbarbicata su un ripido pendio roccioso, con le sue case che sembrano cubi di Lego colorati, e i resti dei suoi venti mulini che, un tempo, avrebbero fatto sembrare il paese pronto a spiccare la navigazione per siti più ospitali.

Giungere al tramonto in paese significa arrivare quando i turisti giornalieri, che di solito arrivano con una barca dal porto di Pigadia, sono già tornati indietro e il paese ritorna ad essere silenzioso e abitato dagli uomini che sono al bar a sorseggiare un caffè o a fare una partita a backgammon, o in qualche caso fortunato, a suonare la tradizionale lira, con l’archetto accessoriato di due o tre campanelli.

Ma la vera attrazione del villaggio sono le donne, le più anziane delle quali vestono ancora i loro abiti tradizionali fatti di pesanti gonne blu scure, camice bianche, un corpetto blu ricamato, un fazzoletto in testa e consunti stivali di pelle ai piedi. Alcune vendono i prodotti tipici dell’isola, il miele, il timo, il tè di montagna, camicette e fazzoletti ricamati, altre sono indaffarate davanti ai forni comuni pronte a tirare fuori le grandi pagnotte di pane. Caso più unico che raro, sono loro, le primogenite, ad avere il diritto di proprietà della terra, anche se molto spesso è solo un giardino roccioso costellato di bulbi di scille marine e di euforbie arboree.

Poco distante da Olimpos c’è il villaggio agricolo di Avlona, un altro posto fuori dal tempo, dove, accanto ad una piana racchiusa da montagne calcinate e brulle di pietra calcarea dura come il ferro, dove i terreni sono racchiusi da muretti a secco e coltivati con pomodori, grano, viti e alberi da frutto, ci sono decine di casette colorate e ad un piano solo, immerse solo nel suono del vento e di qualche belato lontano. I pochi avventurosi che arrivano qui possono però fermarsi nella trattoria di Mikail e gustare un insalata greca condita con i terratrepoli scottati nell’aceto o l’amaranto cotto con il purè di fave prima di scendere nella baia di Vurkunda, un altro gioiello segreto di quest’isola.

Una penisola rocciosa, scarnificata da quasi ogni traccia di terra, un tempo ospitava una delle quattro città dell’isola e una targa ricorda che alcune navi partite da qui aiutarono gli ateniesi in una battaglia contro Sparta. Muri di pietre enormi e ben squadrate, tombe con tracce di intonaco e di epitaffi, testimoniano il suo passato di grandezza, ma oggi rimane solo la suggestione di una chiesa ricavata in una grotta dal cui soffitto cadono gocce di acqua che non si capisce da dove possano provenire, e che si anima solo un giorno all’anno, per la festa di San Giovanni a fine agosto, quando tutti gli abitanti di Olimpos vengono a rendere omaggio al santo protettore di questa baia, e per un giorno si vive in una Grecia altrove scomparsa.

Kardamili

Costeggio i muri di una casa in stile rustico ad un piano e mi affaccio ad una porta socchiusa che dà su una piccola cucina dove è indaffarato una giovane greca. “Kalimera”, esordisco con cautela e poi proseguo in inglese: “E' qui che abita il signor Patrick?”. “Si.” E al suo si, incredulo di così tanta fortuna, dopo che avevo passato in rassegna tutte le possibili probabilità che potevano impedire di poterlo incontrare, non tanto in casa, ma ancora in vita, dico tutto di un botto: “Senta, sono tre giorni che cammino… vengo da Sparta e ho fatto tutto il percorso che il signor Patrick Fermor ha fatto 50 anni fa… è possibile parlare con lui?”.

E così ho la possibilità di incontrare e di parlare a quella persona che da quando avevo comprato il suo libro “Mani, viaggio nel Peloponneso”, era diventata una sorta di mito. Leggendo la sua biografia si scopre che a 18 anni parte da Londra e, a piedi, attraversa tutta l’Europa centrale e balcanica fino ad arrivare a Costantinopoli. Studioso della cultura bizantina, studia il greco, il rumeno e compie altri viaggi nel mondo. Durante la Seconda guerra mondiale è paracadutato nell’isola di Creta occupata dai tedeschi, organizza la resistenza partigiana e cattura il comandante della guarnigione nazista dell’isola. Nel dopoguerra si trasferisce definitivamente in questo angolo della sua amata Grecia e con l’aiuto della moglie progettano e costruiscono la loro casa. Sono tra gli ultimi amici di Bruce Chatwin e saranno proprio loro a seppellire le ceneri dello scrittore sotto un olivo nei pressi di una chiesetta a pochi chilometri di distanza da Kardamyli.

Ora ero lì, davanti a lui, ancora in gamba nonostante i suoi novanta anni e il recente lutto della moglie, e mentre mi faceva una dedica sulla copia del libro che avevo portato dall’Italia, confrontavo la sua signorile immagine nella foto in bianco e nero stampata sulla copertina del libro, con la figura che avevo davanti, che manteneva la stessa fierezza di portamento. “Farà bene a stare attento se va su ad Anavriti”, con questa frase così poco promettente Patrick iniziò il suo viaggio attraverso il Mani. Io invece, dopo aver bivaccato presso una sorgente vicino a Mystras, incontro, presso un gruppo di case isolate, un uomo alle prese con una grossa tavola di legno e mi offro di dargli una mano. Il lavoro è breve, la tavola serve per fare ombra alla capra, e per compenso mi invita a casa e mi offre una colazione a base di dolcetti tipici e formaggio fresco. Il mio inizio sembra più promettente! Anavriti, il paese più grosso alle pendici del Taigeto sul versante di Sparta, è ormai un villaggio di vacanze estive, popolato da qualche anziano che non sale più sui sentieri da capre del monte, ma una buona base per gli escursionisti che vogliono esplorare le sue montagne. Sul libro invece si parla persino di un paese popolato di ebrei, ma solo per invidia degli abitanti limitrofi per il loro talento nel commercio dei prodotti locali, e forse perché in queste montagne si annidarono gli ultimi popoli a cedere al cristianesimo, i melig, slavi provenienti dalla Bulgaria. Da qui Patrick, con l’aiuto di Jorgo, una guida locale, salì fino al crinale della montagna, a più di duemila metri, per arrivare ad un passo presso una piccola fonte nella quale ammorbidisce del pane secco, lo paximadia, cibo primario dei pastori e degli antichi eremiti, per un pranzo a base di pomodori e cetrioli. Anch’io mi fermo per il pranzo sul crinale indicato, ma della fonte nessuna traccia, il pendio sull’altro versante appare troppo ripido, e così, pur seguendo con lo sguardo la selvaggia gola di Koskarakas che Patrick aveva percorso, io mi trovo a dover costeggiare il Taigeto sul versante orientale.

Il sentiero passa tra grandi pini e grandi silenzi, interrotti solo dal vento e dal rumore di molte sorgenti, spesso circondate da grandi platani, senza incontrare nessuno per ore. Mi fermo presso l’unico rifugio alpino del Peloponneso, chiuso, bivaccando sopra un morbido letto di aghi di pino. Sopra di me troneggia la cima più alta del Taigeto, il Profitis Ilias, alto 2400 metri, il cui nome, comunissimo sui monti della Grecia, non ha niente a che vedere con il famoso profeta Elia, ma è una reminiscenza di un passato pagano non del tutto cancellato: Ilias si trasforma facilmente in Ilios, il sole. Il giorno dopo, sconfitto nel tentativo di salire sulla cima dalla troppa neve, continuo a girare intorno alla montagna fino a scendere nelle gole di Viros, del tutto simili a quelle che aveva percorso Patrick e solo di qualche chilometro più a sud. Il sentiero, una volta percorso da carovane di muli che portavano sale e pesce secco all’interno e pelli conciate e formaggio sulla costa, e dai pastori transumanti, oggi è quasi impercorribile e difficilmente potrò incontrare una famiglia di pecorai intenti a cuocere in grandi paioli il latte lungo la gola, come ci racconta nel libro. E’ solo nel tardo pomeriggio che la gola si allarga, vicino a un piccolo abitato e una chiesa, quasi nascoste da una macchia che ha ripreso i campi strappati con tanta fatica dai contadini greci nel corso di secoli, per poi restringersi di nuovo poco prima di arrivare al villaggio di Chora, finalmente abitato, dove si svolge la stessa scena descritta da Patrick al termine della sua traversata; “Da dove vieni?”, mi domandano ad un alberghetto in cui stanno facendo una festa locale, vedendomi con un grosso zaino sulle spalle, “da Mystras!” , gli rispondo con soddisfazione, “da Mystras?” mi rispondono con incredulità, “Sarai morto, quelle rocce da capre ammazzerebbero chiunque. Sono una disperazione, ti fanno sputare l’anima!” E così con due giorni pieni di cammino alle spalle sono arrivato a Kardamyli, la porta di accesso all’alto Mani, una regione così diversa da ogni altro luogo della Grecia. La sera vado alla ricerca della taverna di Stratis Mourtzinos, un oscuro oste, che nel libro Patrick ipotizza come l’ultimo discendente della famiglia dei Paleologhi. Ormai Stratis è morto da tempo, ma sul semplice tavolo di legno affacciato sul golfo di Messenia, davanti ad un bicchiere di retsina mi rileggo volentieri il suo volo d’immaginazione, folle e anacronistico, che ipotizza che la Turchia ceda di nuovo Istanbul ai greci e che loro instaurano una nuova monarchia illuminata con l’ultimo discendente, appena ritrovato, dei loro antichi imperatori.

Monte Athos

Su di un terrazzino di legno, a circa 70 metri d'altezza dalla scarpata rocciosa sulla quale si erge il monastero di Dionysiou, io e mio padre cerchiamo di seguire il dito di Padre Kristoforos, che ci indica il sentiero che porta verso il Monastero di Grigoriou. "Vedete la fine della spiaggia laggiù? - ci dice in inglese - bene, alla fine di quella spiaggia il sentiero sale fino a quella piccola radura a mezza costa e poi valica il fianco della montagna su di quella sella lassù. In circa un'ora e mezza ci arrivate, senza fretta… ma… ma perché non prendete il battello?"

Dopo la colazione - a base di pane casalingo e grosse olive greche, che in realtà è una colazione-pranzo, perché sul Monte Athos si mangia due volte il giorno e oggi è giorno di digiuno - scendiamo sul sentiero di ciottoli, che ci ha mostrato e che passa sotto le imponenti mura del monastero e arriva alla piccola spiaggia pietrosa accanto all'arsanas, il piccolo porto di Dionysiou. Un cartello indicatore di metallo rosso, un po' arrugginito e sbiadito ci conferma la direzione per Grigoriou e iniziamo la salita. Il sentiero sale ripidamente in una fitta macchia mediterranea tra cisti, ginestre, citisi ed eriche che in qualche tratto si riuniscono sopra la nostra testa, fino ad arrivare alla prima radura, dove un vecchio olivo avvolto dalla salsapariglia testimonia una vecchia coltivazione. Ci fermiamo un attimo a riprendere fiato e guardiamo indietro verso Dionysiou. Lo spettacolo è suggestivo: il monastero è già più in basso di noi e, dietro di lui, la costa frastagliata si perde in una serie di punte e calette verso l'orizzonte. La cima spoglia e pietrosa del Monte Athos, ancora sgombra di nuvole, biancheggia, colpita dai primi raggi del sole.

Una vecchia stampa dell'800, incorniciata nella biblioteca di Dionysiu, raffigura questo panorama; è esattamente lo stesso ancora oggi e forse non è molto diverso da quello che 5 o 10 secoli prima hanno visto i pellegrini che hanno percorso questi millenari sentieri. Passati sull'altro versante del crinale, il sentiero torna in piano e poi scende di nuovo, in un fresco vallone, dove alla macchia si sostituisce una fitta boscaglia di lecci. Si risale per un breve tratto e poi di nuovo giù, per una bella mulattiera tutta di pietra dalle ampie curve, fino ad un piccolo torrente di acqua cristallina, che gorgoglia timidamente tra grossi massi. A fianco del passaggio sul torrente, una passerella in cemento - unico stonato segno di civiltà - ci fa immaginare portate invernali ben più poderose. Poco dopo il sentiero si allarga, iniziano i primi oliveti e i primi terrazzamenti, ed ecco apparire, sotto di noi, il bel monastero di Grigoriou, con i muri interni ed esterni bianchi, pitturati di fresco e il Katholikon, con il suo bel rosso mattone. Tutt'intorno gli orti, su ripide terrazze, pieni di cavoli, carote, pomodori, peperoni e pomodori, il tutto a picco sul mare.

Ci dirigiamo verso l'arhondariki, la foresteria, e chiediamo di Padre Damianos al primo monaco che incontriamo. Il monaco ci accompagna nella sala comune, ci offre gli immancabili dolci accompagnati dal solito bicchierino di ouzo, e ci dice di aspettare. Ci gustiamo con calma i grossi tocchi di zucchero gelatinoso, ricoperti di zucchero a velo, e poi versiamo il liquore in un bicchiere di acqua fredda, ottenendo così una bevanda rinfrescante e dissetante. Contempliamo con attenzione la sala: tre lati sono occupati interamente da una comoda seduta, resa ancora più confortevole da colorati cuscini, l'ultimo, da una biblioteca ricca di testi sulla religione ortodossa, sulla vita dei santi e sul Monte Athos. La maggior parte di questi libri sono in greco e in russo, una buona parte in inglese, altri in francese e in tedesco, pochi, molto pochi in italiano. Alcuni pellegrini greci, insieme a qualche monaco, parlano sommessamente davanti ai loro bicchierini di ouzo, seduti intorno ad un tavolo. Le finestre sono in parte aperte e l'aria fresca, che soffia dal mare, fa svolazzare le colorate tendine, ci porta una piacevole frescura e una netta sensazione di aromi, di spezie, dei tempi lenti del vicino oriente. Finalmente arriva Padre Damianos, un giovane monaco, dagli occhi azzurri e simpatici, dalla rada barba bionda, nato in Gran Bretagna da genitori greci, che ha scelto di ritornare nella terra dei suoi avi con lo scopo di seguire la fede ortodossa. Padre Damianos, come del resto gran parte dei monaci che abbiamo incontrato, è molto gentile e ci porta a vedere la chiesa spiegandoci le sue icone, la storia del monastero e la sua scelta di vita. Finita la visita Padre Damiano ci spiega che ora deve andare a preparare l'arhondariki per l'arrivo dei nuovi pellegrini, il traghetto proveniente da Dafni sta per arrivare, c'è da preparare altri dolcetti e da riempire altri bicchierini di ouzo.

Il sentiero prosegue lungo la costa verso nord, verso il più spettacolare monastero della penisola; Simonos Petras. A 400 metri d'altezza, abbarbicato su uno sperone di roccia, quasi a picco sul mare, per la sua costruzione devono essere stati impiegati muratori che non soffrivano certo di vertigini.

Un monaco mi racconta che Umberto Eco, proprio visitando questo monastero, abbia avuto l'ispirazione per il suo romanzo più famoso: "Il nome della rosa". Il traghetto è arrivato all'arsanas; qualche decina di persone, tra pellegrini e monaci, tra saluti e abbracci, tra zaini e bagagli, scendono sul molo e salgono verso Grigoriou. Noi invece continuiamo verso nord, verso il prossimo monastero.

Zagoria

“State attenti quando attraversate il ponte, se sentite il suono di una campanella appigliatevi al corrimano oppure state chini; le raffiche di vento provenienti dalla gola dell’Aoos possono essere terribili!”. Qui, sotto l’arcata del più grande ponte di pietra della Grecia, con le acque cristalline del fiume che scivolano sui ciottoli bianchi del fondo, tra il verde dei platani centenari che costeggiano le sponde, il cielo azzurro e terso e l’aria ferma e calda di un pomeriggio di giugno, un avvertimento simile può sembrare esagerato, ma le montagne dell’Epiro possono mostrare molte facce e un paesaggio così bucolico in estate si può trasformare in un inferno di neve, ghiaccio e vento se è vero che anni fa un pastore con le sue capre fu sbalzato dal ponte da una raffica di vento.

Queste stesse montagne furono anche la tomba nei nostri alpini, mandati allo sbaraglio e a morire congelati con improvvisazione e scarpe di cartone da chi voleva “spezzare le reni alla Grecia”, come si legge sulle pagine di Rigoni Stern nel suo “Quota Albania”, e il Ponte di Perati, che riecheggia nei melanconici cori alpini, era un ponte di pietra come questo. Risalendo le sponde dell’Aoos, sembra incredibile che in Grecia ci possa essere tanta acqua, abituati come siamo all’immagine legata alle sue isole assolate e riarse. Il fiume scorre ripido e spumeggiante tra grandi sassi e pozze limpide ed è il paradiso di chi ama le emozioni del rafting, ma anche a piedi, arrivando al Monastero di Stomio, appollaiato su uno sperone di roccia che si affaccia sulla parte più profonda e inaccessibile delle gole e circondato da fitti boschi di abeti, si respira una sensazione forte; non sembra di essere in Europa, ma in una valle dell’Himalaya presso un monastero tibetano.

Da questo luogo partono due sentieri che attraversano uno dei massicci montuosi più spettacolari e incontaminati della Grecia che, formato dalla catena del Timfi e dalla mole massiccia dell’Astraka, con le sue vette che sfiorano i 2500 metri, costituiscono la regione montuosa della Zagoria. Sono sentieri poco segnati, e ancor meno percorsi, che s’inerpicano tra le fitte foreste di pini e abeti del versante nord che ospitano orsi, lupi e anche il più sfuggente felino europeo; la lince. La dura salita che attraversa tutte le fasce climatiche possibili ci porta alla fine sugli ampi pascoli dell’altipiano calcareo che si sviluppa attorno al monte Astraka e qui, dolci pendii solcati da ruscelli alimentati dai nevai che resistono fino ad agosto, formano laghetti e verdi praterie che sono le zone di pascolo degli ultimi pastori valacchi, eredi di un antica popolazione che aveva nella pastorizia e nella transumanza le sue radici. Il suo dialetto, con molte parole romanze, cioè simili al latino, ha da sempre contribuito alle più audaci congetture sull’origine di questa popolazione. Antichi soldati romani convertitisi alla pastorizia? Una popolazione addestrata sempre dai romani a vigilare su queste zone – nelle vicinanze passava la Via Egnatia che portava a Costantinopoli – e rimasta poi isolata in seguito alle invasioni barbariche? O i più intraprendenti di un gruppo di pastori nomadi che dalla Romania, a forza di spingersi a sud alla ricerca di nuovi pascoli, si è spinto fin qui? Difficile avere una risposta certa nel cuore dei Balcani, crocevia e crogiolo di popoli, come del resto anche per i vicini pastori sarakatsani, che abitano la parte meridionale dello Zagori e che invece hanno usanze e dialetti di origine slava.

Il nostro sentiero prima raggiunge le acque placide del Drakolimni, un piccolo laghetto alpino a più di 2000 metri d’altezza su cui si riflettono le scoscese pendici dell’Arkasa, e poi passa vicino al temibile passo di Karteros, sul fianco del Gamila, la vetta più alta della catena che strapiomba nella vallata dell’Aoos per mille metri con un impressionante parete di pietra. Poi inizia a scendere verso la prima delle grandi gole della Zagoria, il Megas Lakos, o “grande buco”, un profondo vallone che termina nell’altra grande gola di Vikos, menzionata anche sul “Guinness dei primati” come il canyon più profondo del mondo e sicuramente impressionante visto da uno dei suoi balconi panoramici, l’Oxya oppure il Beloi. Ancor più suggestivo è però passarci “dentro”, percorrendolo dal basso, lungo l’impegnativo sentiero che conduce alle risorgive del Voidhomati, che vanta le acque più fredde della Grecia - solo 9 C° - invitanti sì per la sua trasparenza, ma veramente proibitive per un bagno! Strano fiume il Viodhomati che a tratti sparisce sotto terra, in altri rende impercorribili strette gole rocciose, e che solo nelle piene invernali riesce ad occupare il grande alveo che in estate si trasforma in una distesa di sassi calcinati al sole. Un’altra metafora di questa terra, certe volte così bella e invitante e altre volte così dura e aspra.

Permet

A Permet c’è una sala cinematografica che il sabato e la domenica proietta film recenti, ma se chiedete all’operatore, che poi è quello che gestisce il cinema stesso, fa i biglietti e all’occorrenza il caffè, di proiettarti qualche spezzone di un vecchio film, riuscite a vivere per un attimo l’atmosfera del film “Nuovo cinema Paradiso.”

Seduti sulle seggiole di legno compensato, poco dopo che si sono spente le luci, iniziano a comparire i primi fotogrammi di un film italiano in bianco e nero dei primi anni ’50.

Le voci non sono nitide, e i sottotitoli in albanese non aiutano certo, ma vedere il dramma di un amore tormentato tra Silvana Pampanini e un bell’attore vestito da marinaio nel film “ Marechiaro” in questo semplice cinema di questa cittadina della remota Albania - da Tirana sono 6 ore di bus – fa veramente una certa emozione.

Finito il breve filmato andiamo a salutare l’operatore, indaffarato dietro al massiccio proiettore russo che sparge quasi odore di fritto per il surriscaldamento dell’olio di lubrificazione.

Nelle vecchie caserme abbandonate appena fuori il paese ci portano a vedere, sull’intonaco di una di queste, una troneggiante frase mussoliniana sulla importanza della fanteria, che poche decine di chilometri da qui, fu sonoramente battuta dalle non meglio equipaggiate fanterie greche.

Il giorno dopo saliamo sulle montagne che dominano la cittadina e fanno da cornice spettacolare al rapido corso della Vojusa dalle acque color turchese. La prima tappa è alla chiesa di Leusa, miracolosamente intatta dopo decenni di oblio e di trasformazione in magazzino. I suoi affreschi esterni sono ancora ben leggibili e nel suo cimitero, ombreggiato da vecchi cipressi, si respira un’incredibile aria di serenità e di pace.

La salita per andare nelle “montagne di là”, la valle di Zagora, è ripida e interminabile e non è un caso che un luogo presso il valico sia chiamato il “Passo dei Briganti”. Non è difficile immaginare una banda di fieri albanesi, con i loro lunghi fucili ad avancarica, pugnali nella cintura, il cappello di feltro, un gilè di pecora nero addosso e dei gran mustacchi, che ti impone di pagare un balzello per andare avanti. Ma se la salita è stata ripida, la discesa invece ti lascia tutto il tempo per godere di una grande vallata, circondata da praterie ancora con qualche chiazza di neve, che scende piano piano verso un’altra valle anch’essa circondata da un’altra cornice di imponenti montagne. E dietro questa, un’altra ancora.

E’ come se qui la terra si fosse corrugata apposta per far si che il viaggiatore dovesse aprire di continuo una quinta dietro l’altra, per arrivare, con fatica, ma anche con soddisfazione, a vedere l’ultimo grande scenario, il mare Ionio che finalmente si distende all’orizzonte con le sue isole che si confondono con le ultime brulle colline della scena di questo grande teatro balcanico e mi sono sentito di gridare “thalassa!”, un po’ come fecero quei mercenari greci, protagonisti dell’epica impresa dell’Anabasi di Senofonte, alla vista del Mar Nero.

Rozhen

Sembrava molto lontano il rifugio dei “Sette laghi”, lasciato due giorni fa; un posto incredibile a più di 2000 metri di altezza tra le cime aspre e appuntite dei monti Pirin.

Il dormitorio del rifugio, situato al primo piano, mi ricordava la casa dei sette nani, con i posti letto uno accanto all’altro, ognuno con la sua coperta ripiegata ordinatamente e un cartellino con il numero del posto dipinto a mano. La struttura è gestita una giovane ragazza, che sembra Biancaneve e che fa delle frittelle buonissime e che la mattina della partenza, all’alba, la vidi come in meditazione, con le gambe incrociate, sulla sponda del lago su cui sorge il rifugio, a guardare le aguzze cime delle montagne intorno e mi dette l’idea di una delle persone più in sintonia con il suo luogo che abbia mai incontrato.

Poi un passo tra la neve alta e la discesa in una lunga valle per arrivare a un altro rifugio perso tra i boschi dove ti rinfranca una birra e una supa calda.

Ci vuole poi un altro giorno di cammino per arrivare su una strada asfaltata e a qualcosa di più turistico nel paese di Rozhen. Qualche ristorante decorato con tessuti colorati e che raccoglie gli oggetti del recente passato contadino di questa terra, qualche souvenir più che altro gastronomico, il miele, l’acquavite, fanno da anticamera ad un monastero più raccolto e più intimistico del suo sontuoso fratello maggiore a Rila, sicuramente splendido con i suoi affreschi dorati e le cime dei monti Rila che sembra gli vogliano cadere addosso per gelosia di tanta bellezza.

Rozhen è un monastero che invita al silenzio e alla calma passeggiando intorno alla chiesa, sotto l’immenso pergolato che prolunga l’ombra del chiostro sull’acciottolato del cortile.

Gli affreschi sono meno splendenti, ma te li senti più vicini e parlano un linguaggio più semplice, più comprensibile, e sono l’ideale per darti l’animo giusto per affrontare una delle più belle passeggiate della zona, attraversando una delle formazioni naturali più spettacolari della Bulgaria; i calanchi di Melnik.

Pareti verticali di decine di metri, sottili creste così affilate che sembrano affettare le nuvole. In questi accumuli di antiche erosioni e depositi di ghiaia e terra rossa, l’azione della pioggia ha creato veri e propri monumenti naturali, templi verticali addobbati di alberi e arbusti che ogni tanto crollano giù travolgendo le case sottostanti o portandosi dietro chiese a cui man mano è stato scalzato il terreno intorno.

Ma gli abitanti di Melnik, incuranti di tali pericoli avevano trovato però un pregio di questo terreno. E’ ottimo per farci stagionare il vino. E così, cunicoli e volte, s’insinuano nelle profondità di questi calanchi per racchiudere il loro tesoro di botti di rovere e di pregiato succo d’uva. Qualche volta ci si imbatte in botti così grosse che sono state costruite direttamente in loco e in calici di cristallo pronti a fornire la degustazione di questo vino così particolare, di cui era un grande estimatore Churchill in persona, che non smise di comprarlo anche in tempo di guerra.

Poienile Izei

Il Maramures, nel nord della Romania, lo considero un po’ il Far East della nostra Europa. Qui ci sono ancora i carretti trainati dai cavalli, le case in legno, la ferrovia a vapore e boschi fitti e quasi impraticabili. Pensavo di conoscerlo già bene e di averlo percorso a piedi abbastanza bene, ma non era così.

La notizia completamente inaspettata fornitami da un abitante di Poienile Izei, su un cimitero che si trovava a poca distanza dal villaggio, stimolò immediatamente il mio senso di curiosità, perché , pur essendoci passato altre volte non ne avevo mai sentito parlare né tanto meno avuto il sentore che ce ne fosse uno in questa zona del villaggio.

Camminando tra gli ordinati campi di patate e i filari di granturco e fagioli rampicanti, e aguzzando gli occhi a destra e sinistra, stavo ormai per abbandonare la caccia quando decisi di spingermi un po’ più oltre, tra i campi, dove l’erba non era stata falciata e arrivava già sopra il ginocchio.

Mi avvicinai a quella che da lontano sembrava solo un’ombra di un ramo del vicino boschetto, ma che in realtà si rivelò una lastra di pietra, infilata in verticale nel terreno e sporgente per più di un metro.

Con la mano che andava a togliere i muschi attaccati alla pietra, con lo stupore di chi trova un antico segreto o una stele con un iscrizione misteriosa, scoprii che era la pietra di una tomba ebrea.

Si notava bene un albero e l’iscrizione in un alfabeto che non lasciava dubbi.

Accanto un'altra lastra portava lo stesso simbolo e mi accorsi che anche poco distanti ce n’erano altre, nascoste tra le fronde degli alberi, alcune cadute e altre sepolture la cui traccia era solo un mucchio di terra un po’ più rialzato nel terreno e una vegetazione leggermente diversa da quella circostante.

Tombe ebree… e subito si aprì davanti a me un mondo a cui semplicemente non avevo pensato.

Ero più o meno al centro di un territorio enorme che andava oltre i confini nazionali odierni e passati, e qui, tra le pianure e le montagne che si estendevano dal Baltico al Mar Nero, dal Reno al Don, c’erano milioni di ebrei che fino al 1944 vivevano, lavoravano, suonavano, amavano e pregavano su queste terre.

In quartieri interi nelle cittadine più grandi, o villaggi isolati tra le montagne, la comunità ebrea era riuscita a sopravvivere alle tante diaspore e ai molteplici pogrom che ogni tanto gli capitavano addosso e soprattutto in queste zone dei Carpazi, lontano dagli imperi e dai “gentili”, forse pensava di aver trovato finalmente la terra promessa.

Rabbini, musicisti, artigiani e commercianti, arricchivano ancora di più un panorama già così ricco di etnie che nonostante le ripetute pulizie etniche, questa terra si porta ancora addosso.

Poi nello spazio di poco più di un anno, anche se abitavano a più di 1000 chilometri da quella nazione che gli aveva dichiarato guerra totale, questa civiltà fu letteralmente spazzata via e in tanti villaggi non rimane di loro che solitarie lapidi tra l’erba.

Poi ho scoperto che non c’è solo questo cimitero, ma praticamente ogni villaggio, quasi sempre dimenticato anche dagli abitanti odierni, ha il suo memoriale all’olocausto.

Ada Kaleh

Questo posto è scomparso e io l’ho solo visto in foto, sfogliando una rivista su un aereo turco, ma mi ha subito affascinato perché ho scoperto che se ne parlava come di un Arcadia felice, dell’ultimo luogo dove i turchi erano i “veri turchi” che il viaggiatore si aspettava di vedere, di un luogo che ogni antropologo avrebbe sognato di vedere almeno una volta nella sua vita.

Ada Kaleh; l’isola fortezza o l’isola castello. Così era chiamato l’ultimo avamposto turco nel cuore dei Balcani, una vera e propria isola circondata dalla corrente del Danubio, metafora di un flusso di storia che per un po’ di secoli è andata controcorrente ma che, una volta arrivata a sotto le mura di Vienna, viene inesorabilmente respinta sempre più lontano, fino al Mar Nero, e lascia solo questo ultimo mulinello prima di scomparire per sempre dall’Europa.

Ada Kaleh appare, nelle fotografie in bianco e nero o seppiate dei primi anni del secolo scorso, come uno dei tanti villaggi balcanici lungo il grande fiume dell’Europa, tra il regno di Romania e quello appena formato della Jugoslavia; il minareto spicca tra le imponenti fortificazioni alla Vauban che circondano quasi completamente il perimetro dell’isola, le case sono ad un piano, con i tetti in paglia o legno, il piccolo bazar dell’isola è affollato di uomini che hanno un pugnale in vita e, cosa ancora più strana perché nella madrepatria era già stato abolito da Ataturk, indossano fes e turbanti. A Patrick Leigh Fermor, che passò una notte nell’isola nell’agosto del 1934, sembrò di essere per un attimo “seduto su un tappeto magico” e non è difficile immaginarlo a fantasticare sull’esercito di crociati guidati dal re Sigmondo di Ungheria nel cercare di ricacciare l’avanzata turca in Europa che passarono proprio di qui 6 secoli addietro. Solo perché la fortezza aveva ormai perduto la sua importanza strategica o forse per una svista dei cartografi degli zar e dei regnanti europei che si affollavano ai tavoli della conferenza di Belino del 1878. Che l’isola non fu assegnata agli stati confinanti, ma rimase come un possesso personale del sultano della lontana Istanbul.

Un kadi, un giudice, e un muduru, erano mandati regolarmente per amministrare gli abitanti dell’isola e i fortunati non avevano tasse da pagare e non erano soggetti alla coscrizione obbligatoria.

Solo nel 1923, l’isola, divenne ufficialmente territorio rumeno.

Passata indenne sotto due guerre mondiali, l’isola però non sopravvisse al progresso e alla costruzione del primo impianto idroelettrico sul grande fiume. Nel 1970 fu sommersa interamente, dopo che la moschea fu spostata nel vicino villaggio sull’isola di Simian e gli abitanti furono costretti a scegliere tra emigrare a Costanza, sul Mar Nero, o a ritornare in Turchia.

Ada Kaleh, con la sua storia, è finita sott’acqua; è sparita dalla faccia della terra, ma non la sua leggenda che, anzi, si alimenta proprio con la sua assenza. E come Ada Kaleh, in tutti i Balcani e in Turchia, ancora mille storie giacciono sepolte da terra, pietre, e dalla polvere del tempo, pronte però a essere ritrovate e a far rivivere, di nuovo, l’incredibile ricchezza culturale di questa regione.

 

Questa pubblicazione è stata prodotta con il contributo dell'Unione Europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto Racconta l'Europa all'Europa


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