Hido Biščević (foto M. Tacconi)

Hido Biščević (foto M. Tacconi)

Ora che le ferite delle guerre balcaniche stanno lentamente cicatrizzandosi, è giunto il tempo di costruire il futuro comune della regione. Parola di Hido Biščević, segretario generale del Regional Cooperation Council

19/10/2011 -  Matteo Tacconi

Riconciliazione, cooperazione, collaborazione, pacificazione, dialogo, “Jugosfera” (il copyright è del giornalista britannico Tim Judah). Il lessico dei Balcani, negli ultimi tempi, s’è aperto a vocaboli finora poco gettonati. Questa variazione sul tema indica che sebbene dissidi, incomprensioni e nodi rimangano al solito sul tappeto, si sta facendo largo una tendenza al rafforzamento dei rapporti tra i soggetti della regione. A livello economico, innanzitutto. Ci sono però segnali incoraggianti anche sul piano politico. Le buone relazioni tra i presidenti di Serbia e Croazia, Boris Tadić e Ivo Josipović, costituiscono sotto quest’ottica l’esempio più significativo. Abbiamo chiesto a Hido Biščević, segretario generale del Regional Cooperation Council, struttura deputata a potenziare la cooperazione regionale nei Balcani, con sede a Sarajevo, di spiegarci questa nuova “narrazione” nel sudest europeo.

Incontri sempre più frequenti tra capi di stato, di governo e ministri, accordi economici, protocolli, intese. Negli ultimi due anni il dialogo e la cooperazione, nei Balcani, hanno compiuto a quanto pare un balzo in avanti. A cos’è dovuto tutto questo?

Come si usa dire, il tempo è la migliore medicina. Le ferite delle guerre stanno lentamente cicatrizzandosi e nello spazio post-jugoslavo c’è la consapevolezza che, malgrado le recenti tragedie non vadano dimenticate, se si resta sempre vincolati al passato non è possibile costruire futuro. Chiaro, ci sono forze politiche, in tutta la regione, che nel passato intendono rimanere, che giustificano gli errori commessi negli anni ‘90 con la classica teoria della cospirazione esterna e innalzano recinti tesi a isolare il proprio Paese dai vicini e dal mondo. Tuttavia, queste forze sono in declino. Nella regione s’avverte chiaramente una nuova dinamica, stimolata dall’idea di Europa e dall’obiettivo comune di entrare nella famiglia europea. Quando nel 1999 nacque lo Stability Pact for Central-Eastern Europe (rimpiazzato dal Regional Cooperation Council nel 2008), la cooperazione veniva percepita come un processo imposto. Oggi, al contrario, possiamo dire che le élite politiche dei Balcani hanno compreso che cooperando possono distanziarsi dai retaggi dei conflitti, rispondere alle esigenze delle loro società e avvicinarsi all’Ue. 

Dopo la guerra il contesto balcanico è stato segnato dalla presenza di più “stati nazione”, ognuno ispirato da principi “autarchici” e poco propenso al dialogo con i vicini. La cooperazione sta sgretolando questo assetto?

La nascita e l’affermarsi di stati nazione, conseguenza della frantumazione della Jugoslavia, è stato un fatto inevitabile. Ma questa tendenza sta passando. Attualmente ci sono due imperativi. Il primo: adeguare l’architettura della sicurezza e della stabilità, in ogni Paese della regione, ai criteri dell’Ue. Il secondo: sviluppare, di settore in settore, iniziative di cooperazione finalizzate a superare definitivamente la frammentazione e a promuovere, quindi, lo sviluppo economico e sociale nei Balcani. A questo s’affianca il fatto che i politici sono consci che il destino della propria nazione dipende anche da quello dei vicini. Se negli anni ‘90 – faccio un esempio pratico – si parlava dell’elettricità croata o delle risorse idriche serbe, adesso inizia a prevalere l’idea che la cooperazione sia l’opzione migliore per sviluppare la prima e le seconde.

A fronte di un quadro migliore c’è comunque un’eredità scomoda, quella delle guerre, che tuttora permane. Quando pesa sulla cooperazione?

Gli incontri al vertice e le dichiarazioni congiunte tra politici a cui stiamo assistendo rappresentano una novità positiva, che si riflette in molti settori della cooperazione: media, università, lotta alle mafie, economia. Allo stesso tempo, credo che aumentando le politiche di cooperazione questo processo di superamento dei retaggi della guerra non possa che progredire. Bisogna cogliere i frutti di questo clima nuovo che si respira. Il dialogo tra le personalità politiche è senza dubbio un’ottima cosa, ma va coerentemente assecondato dalla più ampia gamma possibile di “azionisti”. Non tutto, infatti, dipende dalla volontà dei capi di stato e di governo. I media, la società civile, la comunità imprenditoriale: ognuno deve contribuire a questo processo.

Quali i settori dove la cooperazione risulta più fluida? Quali, invece, quelli più critici? Forse le infrastrutture?

Da quando il Regional Cooperation Council è stato istituito, sono molte le aree in cui si manifesta la propensione a fare cooperazione. La Strategia regionale sulla giustizia e sugli affari interni, allo scopo di contrastare corruzione e mafie, ha dato risultati positivi. Quella su sviluppo e ricerca ha provveduto a indicare aree di priorità. Recentemente, poi, abbiamo dispiegato programmi sulla difesa e sull’intelligence. Anche qui i frutti non sono mancati.

In questa congiuntura di crisi, peraltro, la cooperazione in alcuni settori strategici risulta ancora più necessaria. Quanto alle aree in cui si riscontrano maggiori difficoltà, le infrastrutture, in effetti, sono una nota dolente. Le conseguenze della guerra e della lunga transizione hanno lasciato diverse parti dei Balcani in uno stato di sottosviluppo infrastrutturale. In vent’anni, se si escludono alcune eccezioni, non ci sono stati investimenti nei trasporti. Come si può pensare che l’Ikea possa venire in Bosnia, sfruttando le vaste riserve di legno e dando lavoro, se il paese ha il più basso numero di chilometri in autostrade d’Europa? Come può sfruttare, la Serbia, la sua posizione geo-economica in termini di collegamenti ferroviari tra Asia Centrale, Turchia, Medio Oriente e mercati Ue, se il 50% dei suoi vagoni merci sono inutilizzabili? La cooperazione nei trasporti è necessaria non solo per rispondere all’attuale crisi, ma anche in vista dell’integrazione con l’Ue, di cui è elemento complementare.

A proposito di Europa, i 27 dovrebbero fare di più per accelerare l’integrazione dei Balcani, dice qualcuno. La sua opinione?

Per cogliere questo “momentum” nei Balcani è indispensabile che l’idea dell’allargamento mantenga una sua persistenza. A mio avviso l’Ue deve conservare un approccio “visionario”, a prescindere dalle difficoltà che sta incontrando.  È chiaro, tuttavia, che ci sono anche elementi che potrebbero frenare questo processo. Resta il fatto che se i Balcani sosteranno ancora nel limbo ci saranno conseguenze, in termini di sicurezza, in tutta la regione. L’auspicio è che nel breve periodo ognuno possa ottenere dei progressi, sulla base dei meriti individuali.

Rovesciando la questione, cosa devono fare, i Balcani, per l’Europa?

È molto semplice. I Balcani devono dare risposte tali da fornire argomenti a tutti coloro che, in Europa, sostengono l’allargamento. In altre parole occorre risolvere i nodi regionali e trasformare lo spazio balcanico in una parte affidabile, sicura e stabile dell’Europa. Questo angolo del vecchio continente non può permettersi il lusso di perdere altro tempo. La storia c’insegna, dopotutto, che se i Balcani non vengono agganciati all’Europa diventano un problema, a livello di sicurezza. È per questo che insisto sull’urgenza del momento. Sia l’Europa che i Balcani devono fare di più. Si può ragionare, a questo proposito, sulla Bosnia. Se è vero che la leadership politica deve lavorare affinché vengano rimossi gli ostacoli che impediscono di marciare verso l’Ue, ciò non può concretizzarsi senza un impulso esterno europeo.


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