Baku

Baku (Duncan /Flickr)

In Azerbaijan si moltiplicano le iniziative per la trasparenza del settore petrolifero, in linea con la grande campagna anticorruzione lanciata dal presidente a inizio anno. Nonostante la mancanza di grandi scandali, alcune indagini giornalistiche riportano casi concreti di corruzione. Un meccanismo che si basa non su bustarelle in contanti, ma su commesse e subappalti

09/01/2012 -  XXX* Baku

La maggior parte delle inchieste sulla corruzione petrolifera in Azerbaijan presume l’estrema opacità del settore, ma raramente suffraga le proprie tesi con documentazione attendibile. È difficile trovare riferimenti a casi concreti o a personaggi coinvolti, o anche solo una spiegazione dei meccanismi attraverso i quali la corruzione si realizza. Osservatorio ha già dedicato attenzione agli effetti deleteri della corruzione petrolifera in Azerbaijan, che comporta incresciosi sprechi di ricchezza. L'opinione più diffusa in Azerbaijan è che il nucleo della corruzione sia da ricercare nella spesa dei petrodollari nei settori non-petroliferi piuttosto che nella loro derivazione. Scavando più a fondo, ci si rende tuttavia conto che le cose non stanno esattamente così, e che tante voci mai confermate valgono ben più di semplici illazioni. Il settore petrolifero non è certamente il più corrotto in Azerbaijan, ma ciò non autorizza a concludere che sia immune da questa piaga.

Casi concreti

Un caso evocativo ricordato dalla giornalista d’inchiesta Khadija Ismayilova è quello della Socar Trading, a cui la compagnia di Stato ricorre dal 2008 per la vendita diretta di una frazione del greggio nazionale. La struttura e le operazioni di Socar Trading sono alquanto ambigue. “Essa ha sede in Svizzera ed è posseduta al 50% dalla compagnia di Stato azera e al 50% da investitori privati spuntati dal nulla” – racconta a Osservatorio la Ismayilova, che attualmente si sta occupando proprio di questa vicenda – “e nessuno sa niente sull’origine dei capitali impiegati per fondarla, non essendo mai state indette aste pubbliche e mancando informazioni su come gli investitori privati siano entrati in possesso delle azioni”. L’agenzia di stampa indipendente Turan ha recentemente condotto un’indagine sulla Socar Trading, scoprendo così che la società avrebbe venduto il greggio a prezzi sensibilmente più bassi di quelli applicati dal consorzio internazionale AIOC (Azerbaijan International Operating Company). Il danno all’Azerbaijan è evidente, se si considera che la differenza sarebbe finita direttamente nelle tasche dei traders. La stessa casa madre, pur encomiata per i recenti progressi, è ancora afflitta da seri problemi di trasparenza. “Basti dire che una recente inchiesta indipendente pubblicata da RFE/RL” – continua Khadija Ismayilova – “ha rivelato che la Socar e la Tekfen, costruttore dell’avveneristica Socar Tower, firmarono i contratti due anni prima che l’asta pubblica avesse luogo”. Anche nello sfruttamento dei (relativamente) piccoli giacimenti onshore di Binagadi, alle porte di Baku, non si sono mai svolte gare d’appalto realmente competitive. Tutti sanno al contrario che gli affari condotti a Binagadi sono particolarmente oscuri. Anar Aliyev, che possiede azioni della Socar Trading, è anche proprietario occulto di diverse compagnie con sede legale nei Paesi arabi, coinvolte nello sfruttamento di alcuni giacimenti onshore simili a quello di Binagadi. “Tracciare la proprietà e la composizione azionaria di queste compagnie subappaltatrici è molto difficile, sia perché esse hanno sede offshore, sia perché il giornalismo d’inchiesta in Azerbaijan è costantemente stroncato” – conclude l’Ismayilova – “del resto in un Paese dove la first lady possiede cinque compagnie con sede a Panama non ci si stupisce più di niente”. Nel Caso Binagadi è coinvolta anche la controversa Global Energy, una compagnia registrata alle Isole Vergini e riconducibile a Mikhail Gutseriyev, cittadino russo di etnia cecena che, a detta del direttore del Centre for Oil Studies Ilham Shaban, intrattiene “relazioni speciali con l’Azerbaijan”.

Un altro caso concreto di corruzione petrolifera denunciato in un report del Comitato per la protezione dei diritti dei lavoratori petroliferi è quello che coinvolse nel 2001 la controllata di Socar Baku Factory of Deepwater Constructions (BFDC), ex Šelfprojektstroj. L’azienda avrebbe affittato a BP dei terreni edificabili destinati allo sviluppo di infrastrutture del progetto ACG (Azeri-Chirag-Guneshli), finanziato peraltro dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e dall’International Finance Corporation, distaccamento della Banca Mondiale. I profitti generati dalla concessione sarebbero dovuti andare ad alimentare il rilancio dell’azienda (rinnovo dell’equipaggiamento, espansione della produzione, ricostruzione della fabbrica), ma vennero usati per lavori di manutenzione secondaria ampiamente sopravvalutati, e affidati a società subappaltatrici controllate indirettamente da dirigenti Socar o della stessa BFDC. Secondo il report, risultarono coinvolti Rafiq Aliyev e Rovnak Abdullayev di Socar, proprietari occulti rispettivamente della Ildurum Flash Company e della AG Grade. Al di là dell’interesse specifico rivestito dalla vicenda, l’episodio rivela il meccanismo di corruzione più utilizzato nel settore petrolifero, che consiste nel sistema delle subappaltatrici. La compagnia di Stato appalta puntualmente lavori ad aziende più piccole, spesso indirettamente possedute da funzionari del ministero del Petrolio o della stessa Socar attraverso magheggi finanziari difficilmente tracciabili. Nella maggior parte dei casi le aziende subappaltatrici sono guidate da ingegneri fuoriusciti dai colossi internazionali operanti in Azerbaijan per mettersi in proprio. Se molti di loro sono gli onesti proprietari delle aziende subappaltatrici, altri non sono che dei prestanome. Il sistema conviene del resto anche alle grandi compagnie internazionali, dato che il ricorso alle subappaltatrici in progetti di breve o media durata evita loro di dover importare know-how dall’estero a prezzi decisamente più alti.

Le compagnie occidentali

Le compagnie occidentali, malviste per i double-standard applicati nella stipendiazione della manodopera, sono considerate da parte dell’opinione pubblica come complici. Alcuni osservatori come Daniel Heradstveit si arrischiano a istituire un parallelo tra l’Azerbaijan di oggi e l’Iran degli Shah, temendo che le iniquità possano suscitare reazioni popolari estreme. La cultura di segretezza che permea le compagnie operanti in Azerbaijan sarebbe testimoniata dal loro reiterato silenzio in occasione di gravi accadimenti, come incidenti sul lavoro o perdite di idrocarburi dalle piattaforme. Un wikileaks riporta ad esempio che, diciotto mesi prima della tragedia nel Golfo del Messico, BP tacque su una falla dischiusa in una delle sue piattaforme dell’offshore azero. Un problema serio sottolineato da alcuni osservatori è che i manager locali dei colossi del petrolio occupano la loro posizione per periodi di tempo sempre inferiori ai cinque anni, per cui hanno fretta di ottenere risultati immediati e soprassiedono sulle questioni etiche. Una posizione più moderata e forse anche più ragionevole alla luce della documentazione disponibile consiste nel sostenere che, nonostante le compagnie petrolifere non intrattengano rapporti direttamente corrotti con il regime, esse contribuiscano a mantenerlo attraverso la loro fondamentale presenza economica.

Il direttore del Centre for Oil Studies Ilham Shaban rassicura sulla trasparenza degli accordi tra il governo azero e le multinazionali del petrolio. Il meccanismo di integrazione legislativa degli accordi PSA – che vengono ratificati dal Parlamento assumendo quindi forza di legge – è un unicum nello spazio post-sovietico quanto a garanzia di trasparenza e stabilità. Le vantaggiose condizioni strappate dall’Azerbajian alle compagnie internazionali sono considerate da Shaban come una prova della mancata corruzione. “Altrimenti” – spiega Shaban, interpellato da Osservatorio – “queste avrebbero ottenuto condizioni meno onerose”. In Azerbaijan, ad esempio, si concordò che il gas associato al petrolio (flaring gas) venisse devoluto gratuitamente allo Stato. Si stabilirono rigidamente le aree di sfruttamento in acri. Vi si inclusero sia la definizione precisa della profondità entro la quale i giacimenti potevano essere sfruttati dall’AIOC, sia la fissazione di un tetto massimo delle riserve fruibili. Si stabilì un fattore R, per cui in caso di crescita del prezzo del petrolio parte del profitto emergente sarebbe spettato allo Stato. Shaban si dice poi in grado di testimoniare in prima persona la trasparenza di Exxon in materia di corruzione – sostenendo che nell’ufficio azero del colosso americano non sia mai circolato denaro contante. L’Exxon si sarebbe addirittura astenuta – per sensibilità – dal fare gli abituali regali di compleanno al Presidente, ottenendo comunque contratti miliardari. Quanto ai bonus ricevuti dalle autorità azere in occasione della firma del “Contratto del Secolo” del 1994, Shaban li quantifica in 300 milioni di dollari. Tutti questi, però, passarono attraverso conti speciali del ministero delle Finanze per poi confluire nel Sofaz.

Contrariamente a Ilham Shaban, Khadija Ismayilova è convinta che se mancano prove delle irregolarità commesse dalle compagnie straniere nelle trattative con il Governo, è solo perché queste hanno adottato ottime strategie di pubbliche relazioni, e perché ai tempi del ‘Contratto del Secolo’ non esistevano cornici quali l’Iniziativa Internazionale per la Trasparenza dell’Industria Estrattiva (EITI). D’altronde, lo scandalo sulla malversazione delle iniziative sociali patrocinate dall’AIOC investe in pieno anche le compagnie straniere. In linea con quanto previsto dall’accordo PSA, gli interventi umanitari sono rubricati come parte integrante delle spese del consorzio. Le compagnie internazionali, del resto, fanno sfoggio del proprio impegno sociale nelle campagne di pubbliche relazioni. “Sta di fatto che, a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila” – ci racconta la giornalista di RFE/RL – “gran parte dell’investimento sociale del consorzio finì nelle tasche di Hayat, un’ONG diretta dal nipote di un parlamentare a capo del Comitato per le politiche sociali”.

Da un lato, i casi presentati mostrano che il settore petrolifero azero non è affatto immune da gravi episodi di corruzione. Dall’altro, bisogna riconoscere che esso è molto meno torbido di altri (dalle infrastrutture all’educazione, dalla sanità alle forze dell’ordine), e che si stanno registrando alcuni progressi, incoraggiati dalla campagna anti-corruzione lanciata a marzo dalla presidenza, dalla vigilanza della società civile, e soprattutto dall’adesione a cornici internazionali quali l’EITI.

*Per motivi di sicurezza il nome dell'autore è stato oscurato