Bambini a Meghri, in Armenia ( Derrick Peters / Flickr)

Il genocidio degli armeni visto da un interno familiare. Due sopravvissuti bambini, il loro incontro a 15 anni in un orfanotrofio. Il dolore impossibile da confidare anche ai discendenti. Così una giovane universitaria racconta la storia vera dei suoi nonni, in occasione della Giornata della Memoria, 24 aprile

24/04/2010 -  Laura Delsere

Due vite lontane, un nome in comune. Novantacinque anni fa, in giornate di fine aprile come queste, si festeggiava la Pasqua in Armenia, e cambiava la vita di Adel Faroyan. Allora avrà avuto circa 5 anni. Difficile sapere dettagli di lei. Oggi li ripercorre con la sua voce una specializzanda in letterature e lingue comparate, di circa ventisei anni. Adel Faroyan, sua nipote. “Mia nonna Adel e mio nonno Gurghèn da bambini si ritrovarono soli al mondo. Erano gli unici delle rispettive famiglie sopravvissuti al genocidio”.

"Ho combattuto per sapere il loro passato"

Difficile ricostruire quei fatti. Sia perché accaduti nell’infanzia. Sia perché atroci da riportare in superficie. “Ho combattuto per sapere il loro passato –conferma oggi Adel- Non ne parlavano mai. Se non a fatica, incalzati dalle domande dei figli, di mio padre Grigor e dei suoi fratelli. Che però pretendevano sempre meno, perché vedevano la sofferenza nel volto di mio nonno Gurghèn quando lo portavano a quella svolta del tempo. Bastava nominare Kharberd, dov’era nato, la sua città perduta, e anziché parlare, piangeva”.

Come farlo proseguire, vista la sofferenza che gli comportava? Ma anche come lasciarlo tacere?

Il lungo silenzio è un tratto comune ai sopravvissuti. Quelli della Shoah notoriamente, anche per decenni, non ne parlarono né tra loro, né ai propri figli. Così quelli del Metz Yeghern del 1915, il ‘grande male’ scatenato dal regime dei Giovani Turchi il 24 aprile e che nei mesi successivi cancellò oltre un milione di armeni entro le frontiere dell’Anatolia, creando un’infinità di destini come quelli di Gurghèn e Adel.

Il villaggio di Kharberd, prima del 1915

“Mio nonno Gurghèn conservava dettagli dei momenti in cui aveva perduto i suoi familiari –spiega la nipote- Nell’aprile 1915 era il penultimo figlio di una famiglia numerosa. Suo padre Grigor con il giovane Hovhannes, il primogenito, erano stati chiamati sotto le armi, e nessuno li vide mai più, già prima della deportazione.

Frammenti dell'ultimo giorno

Quanto agli altri fratelli, quell’ultimo giorno erano andati al lavoro nei campi. Lui bambino ricordava di aver trovato la casa improvvisamente vuota e di esserli andati a cercare. Ma nel campo li vide tutti morti.

In fuga da quella scena incrociò sua madre –sarebbe stata la mia bisnonna- Makruhì con l’ultimo nato in braccio, Surèn. Di loro tre, madre e neonato morirono lungo la strada durante la deportazione. Non sappiamo che cosa sia successo poi. Qualcuno vide un bambino da solo e lo portò con sé. Di chi salvò mio nonno Gurghèn e di come solo al mondo arrivò all’orfanotrofio americano di Gyumri, lui stesso non l’ha mai detto. Ma lì nell’orfanotrofio, a 15 anni, incontrò mia nonna Adel e la sposò”.

Un paio di scarpe da bambina

Di Adel a 5 anni invece, e della sua vita prima del genocidio, è rimasto un oggetto. “Un paio di piccole scarpe con i tacchi, su misura per lei. Si vede che mia nonna le adorava, perché le portò con sé, nascoste in un sacchetto. Inservibile tesoro, per una bambina che fu deportata… –riferisce oggi la nipote- Adel restò in vita, ma senza più genitori né fratelli.

Non disse che cosa aveva visto. Sono mille le storie come la sua: si restava in vita per un caso, per un pezzo di pane, un po’ d’acqua, o per qualcuno che aveva pietà. Una nostra vicina si salvò, anche lei da bambina, per essersi attaccata alla coda di una vacca mentre la colonna di deportati guadava un fiume. Suo fratello invece non fece in tempo.

Molti anni dopo, con quelle scarpe infantili, nella nostra casa di Yerevan, giocavo io da piccola: senza sapere il loro valore, le mettevo per sembrare più grande. Finché interveniva mia madre: sono quelle di tua nonna, non devi toccarle! Oggi le custodiamo ancora”.

Così quella di Adel e Gurghèn, grazie ad un paio di scarpe da bambina, diventa una storia possibile. Diventa l’inferno che può essere attraversato.

Una generazione passata per l'orfanotrofio

Anche Adel fu portata all’orfanotrofio americano di Gyumri, che in alcuni documenti dell’epoca si chiama anche Alexandropol. L’associazione nordamericana “Near East Relief” (fondata per soccorrere agli armeni sopravvissuti al genocidio e in cui ebbe un ruolo chiave l'ambasciatore Usa presso l'impero ottomano, Henry Morgenthau, tra i più autorevoli primi testimoni degli eventi, ndr), che lo gestiva, ha calcolato che vi fossero approdati nei mesi a ridosso del genocidio 11 mila orfani come Adel e Gurghèn.

Era una delle istituzioni internazionali, tra quelle greche, russe, inglesi, francesi, tedesche, svizzere, che si facevano carico, già dalla fine del 1915 dei profughi armeni scampati ai massacri. Per i minori, c'erano per lo più orfanotrofi con migliaia di bambini e poco personale, dov’era possibile solo un’educazione sommaria.

I nomi dei figli

Orfani armeni soccorsi dall'American Committee

“Lei incontrò il suo coetaneo Gurghèn a 15 anni, se ne innamorò e lo sposò –rinnoda il filo oggi la nipote Adel- Divenne infermiera in un ospedale, lui invece cominciò a lavorare come autista. Ebbero 12 figli. Uno è mio padre.

Li chiamarono con i nomi di chi avevano perduto: Surèn, Makruhì, Adel, Grigor, Hovhannes. Sentirli risuonare in casa aveva davvero il valore di una presenza. E decisero di generare tanti figli per essere sicuri che i piccoli avrebbero sempre avuto accanto qualcuno nella vita.

In quanto famiglia numerosa, nell'Urss di cui l'Armenia era entrata a far parte, ebbero diritto agli appartamenti popolari che venivano costruiti e assegnati gratuitamente a Yerevan. Case piccole, scomode, dove entra poco la luce del sole. Lì abitiamo tutt’oggi”.

Doppi segreti di famiglia

Ma i segreti di famiglia non erano finiti. “Di mia nonna Adel a lungo conobbi un cognome che nei fatti era falso. Ero convinta che da ragazza si chiamasse Adel Matveevna. I figli, cioè mio padre e i suoi fratelli, sapevano che era di origine russa. Lei stessa li portò una volta in vacanza a San Pietroburgo, dov’era cresciuta da bambina.

Ma la vera identità la seppi molto più tardi: si chiamava Lapuchina. Un cognome aristocratico. Una Lapuchina era stata la prima moglie dello zar Pietro Il Grande. E ad una giovane Lapuchina il poeta Pushkin aveva dedicato una composizione. Ma dopo la Rivoluzione del 1917 era un nome pericoloso, da russi bianchi, da cui lei si era dovuta proteggere. Così mia nonna, pur sfuggita al genocidio, nell’Urss sarebbe stata al sicuro dalla sua storia sconvolgente solo con un nome inventato. E divenne Adel Matveevna”.

"Una memoria deliberatamente cancellata"

Qui Adel, specializzanda all’università, può riprendere la parola a proprio nome. “E’ importante per me raccontare. Il ricordo rende tutti quei protagonisti persone vive, quando invece nel massacro sembravano perdute per sempre.

Certo, di loro non abbiamo molto. Perché la memoria del loro passaggio è stata volutamente distrutta. Della stessa città di Kharberd, che mandava in lacrime mio nonno, non resta nulla dell’epoca. Fu completamente bruciata, casa per casa. Come diceva Kemal Pasha (così è detto Ahmet Kemal, che con Enver e Talat alla guida del governo dei Giovani Turchi, fu tra gli architetti del genocidio, ndr) doveva restare solo un armeno e solo in un museo”.

Orfane armene al lavoro in un centro dell'American Committee

Dopo Adel e Gurghèn

Neppure la prima Adel e suo marito Gurghèn ci sono più. “Lei è morta a Yerevan per malasanità, a causa di cure sbagliate. Mio nonno è rimasto vittima poco tempo dopo di un incidente stradale” riferisce Adel. Da lì la storia è cambiata ancora. Ricordarli per la prima generazione, quella del padre di Adel, ha significato difendere l’Armenia nell’esercito e il nazionalismo: “mio padre Grigor ha combattuto negli anni ’90 la guerra del Nagorno Karabakh, ed è stato tra quelli che hanno conquistato la città di Shushi, battaglia-simbolo del conflitto armeno-azero” conferma.

Per sé Adel ha scelto un’altra carriera: gli studi all’estero, le letterature comparate. Ma anche le ricerche sul campo per ricostruire il passato e iniziative all’università per far conoscere la sua cultura.

Fino a momenti come questo, dove nei giorni attorno al 24 aprile, torna a parlare di un’altra Adel come lei. L’effetto è quello primaverile del riverbero su uno specchio. E manda luce.


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