Immagine tratta da "Our Grand Despair"

Dal 10 al 20 febbraio la 61ma edizione del Film Festival di Berlino: i Balcani non sono mancati. Orso d'argento a Joshua Marston con un film sul kanun in Albania. In concorso anche l'ultimo film di Manchevski

28/02/2011 -  Nicola Falcinella

C’è anche l’Albania (e un pizzico di Italia) tra i premiati del 61° Festival del film di Berlino, dove l’iraniano “Simin and Nader. A Separation” di Asghar Farhadi ha preso tutti i tre riconoscimenti maggiori: Orso d’oro come miglior film e Orsi d’argento come migliori interpreti al cast maschile e al cast femminile.

Storia albanese è “The Forgiveness of Blood” di Joshua Marston, che ha ottenuto l’Orso d’argento per la sceneggiatura dello stesso Marston e di Andamion Murataj. Il Gran premio della giuria (come anche il premio Fipresci della critica internazionale) è andato a “Il cavallo di Torino” dell’ungherese Bela Tarr, ipnotico e morale, forse il più bello tra i 16 in gara. Un film rigorosissimo, in bianco e nero, quasi senza dialoghi: sei giorni nella vita di padre, figlia e cavallo, in una casa di campagna isolata e nel pieno di una tempesta di vento.

La giuria presieduta da Isabella Rossellini, composta da quattro donne e due uomini e con una sedia vuota con il nome di Jafar Panahi, ha premiato sei titoli: il messicano, ma ambientato in Argentina, “El premio” di Paula Markovitch per il direttore della fotografia e per la scenografa, e i tedeschi “If Not Us, Who?- Se non noi, chi?” di Andreas Veiel con l’Alfred Bauer per l’innovazione e “Schlafkrankheit – La malattia del sonno” di Ulrich Köhler con l’Orso d’argento per la regia.

Kanun

“The Forgiveness of Blood”, seconda regia dell’americano noto per “Maria piena di grazia”, è coprodotto anche dalla Fandango di Domenico Procacci. Siamo nella zona di Scutari e al centro di tutto c’è una vecchia faida familiare. Protagonisti sono il diciassettenne Nik e la sorella quindicenne Rudina. La loro famiglia ha problemi di lunga data con i vicini, che non gli lasciano utilizzare la strada più breve che attraversa il loro terreno. All’ennesimo litigio, il padre Mark e lo zio Zef reagiscono alle accuse del rivale e lo fanno cadere a terra, uccidendolo. Se Zef viene arrestato con l’accusa di omicidio (il morto ha un parente poliziotto), Mark riesce a fuggire e a nascondersi. Il Kanun impone a tutti i maschi della famiglia, compreso il fratellino più piccolo, di stare chiusi in casa. Nik rifiuta, anche per amore di una coetanea, questa situazione di reclusione, cercando di convincere il padre a costituirsi e pure provando a raggiungere un accordo con i rivali (che non si vedono quasi mai, se non nella scena decisiva prima del finale). La sorella, che sogna di andare all’università, abbandona la scuola per proseguire l’attività del padre: vendere il pane di casa in casa trasportandolo con il carro trainato dal cavallo Klinsmann (che sopravvive miracolosamente all’incendio della stalla appiccato per vendetta).

Un film ben scritto (hanno visto giusto i giurati) e ben recitato soprattutto dai due ragazzi (del resto Marston aveva già valorizzato e rivelato Catalina Sandino Moreno nel film precedente), ma forse un po’ schematico. Utile più per il pubblico albanese per confrontarsi, grazie a una pellicola coinvolgente ed emozionante, sull’alternativa tra modernità e usanze tradizionali. Con lo spettatore occidentale il rischio è forse di passare una visione troppo in chiaro scuro delle cose e confermare uno stereotipo sull’Albania.

Gli altri riconoscimenti a film balcanico–caucasici sono stati i premi C.I.C.A.E alla coproduzione albanese-greca “Amnistia” di Bujar Alimani (anche questo sempre legato alle questioni della famiglia, dell’onore e della vendetta) per la sezione Forum e all’armeno “Here” di Braden King per Panorama.

In concorso

Tornando al concorso, commedia anche gradevole sull’amore e sui casi della vita è il turco "Bizim Büyük Çaresizliğimiz - Our Grand Despair" di Seyfi Teoman, al secondo film. Ender (İlker Aksum) e Çetin (Fatih Al) sono due amici di una vita, passata la trentina si sono da poco ritrovati e condividono un appartamento ad Ankara. Il loro migliore amico, Fikret che vive in Germania, durante una vacanza ha un incidente automobilistico nel quale muoiono i suoi genitori. Così, prima di ripartire affida la bella sorella Nihal (Güneş Sayın) ai due. Nei primi tempi la ragazza vive nel silenzio, quasi sotto shock, senza modificare le abitudini dei padroni di casa, che vivono come una vecchia coppia. Con il tempo la studentessa Nihal esce dal suo isolamento e stabilisce una complicità con gli amici che la ospitano e spesso cucinano per lei: un’affinità intellettuale con Ender, che lavora come traduttore, più pratica e giocosa con l’ingegnere Çetin. Fino al punto che entrambi gli uomini si invaghiscono di lei ma temono, rivelandosi, di rovinare tutto e tradire l’amicizia. Un giorno la ragazza porta a casa dei compagni di università, tra i quali uno cui sembra essere legata. La storia ha alcuni momenti belli e l’ambiguità del rapporto tra Ender e Çetin, che non viene mai precisata (“la si può chiamare amore, oppure si può dire che sia un’amicizia, non importa come la si chiami, una parte rimane nascosta, la loro relazione rifiuta le classificazioni” conferma il regista nelle note per la stampa), la rende interessante. Pure l’ambientazione nella capitale (d’inverno) è da sottolineare, dal momento che la gran parte dei film turchi che arrivano sul mercato dei festival occidentali è girata a Istanbul o nella provincia profonda.

Straniante è “Majki – Mothers”, l’oggetto inclassificabile con cui Milcho Manchevski (il capolavoro “Prima della pioggia” e il sottovalutato “Dust”) torna a dare segni di vita. Una coproduzione Macedonia – Francia - Bulgaria con Ana Stojanovska, Vladimir Jacev, Dimitar Gjorgjievski, Ratka Radmanovic, Salaetin Bilal e le bambine Emilija Stojkovska e Milijana Bogdanoska. Tre le parti senza nessun legame apparente tra loro, due di fiction e una documentaria, l’ultima la più interessante nonostante qualche lungaggine. Nella prima due bambine di nove anni sentono parlare a scuola della presenza di un esibizionista e, pur senza averlo visto, fanno denuncia alla polizia. Nel secondo tre giovani filmmaker, due ragazzi e una ragazza, vanno in un remoto villaggio delle regione di Mariovo a filmare l’ultima coppia di anziani rimasti. Ana se la fa prima con uno e poi con l’altro dei compagni di lavoro. A film finito tornano a mostrarlo ai protagonisti, nel frattempo lui è morto e la moglie non è riuscita a spostarlo e seppellirlo.

L’episodio più lungo indaga la morte di tre donne nella cittadina di Kičevo. Le vittime di un serial killer sono Mitra Simjanoska, 64 anni uccisa nel 2005, Ljubica Licoska, 56 anni uccisa nel febbraio 2007 e Zivana Temelkoska, 65 anni assassinata nel 2008. Donne comuni, con profilo simile, che vivevano vicine, tutte violentate e torturate. Dopo aver vagato nel buio a lungo la polizia il 22 giugno 2008 arresta Vlado Taneski, cronista di nera per un giornale che aveva pubblicato elementi che non avrebbe potuto sapere. Divorziato con due figli, padre suicida, un rapporto complesso con l’anziana madre che somiglia alle vittime. Taneski, molto diverso dall’identikit ma dai test del Dna compatibile con le tracce trovate sui cadaveri, viene trovato morto in cella, apparentemente suicida, con la testa dentro un secchio d’acqua in una posizione quasi impossibile il giorno dopo l’arresto. E poche settimane dopo la morte misteriosa, la polizia incrimina un altro uomo. “Ho messo insieme le tre parti senza una ragione apparente, come se fosse musica, come se fosse un’improvvisazione jazz e mi sono accorto che funziona – ha dichiarato il regista – Hanno tutte a che fare con il che cosa è la verità e come la si racconta”. Sicuramente Manchevski ha ragione sul fatto che le storie a loro modo stanno insieme e “Majki” è uno strano lavoro che incuriosisce.

Shakespeare a Belgrado

Da ricordare inoltre il “Coriolano” di Ralph Fiennes, girato a Belgrado. Un’attualizzazione interessante della tragedia di Shakespeare (la sceneggiatura è di John Logan) seppur non del tutto convincente. Non siamo più nella Roma del IV secolo a.C., anche se i luoghi si chiamano ancora Roma e Anzio, ma siamo in uno dei tanti luoghi della contemporaneità battuti dai signori della guerra, che sia la ex Jugoslavia (come alcune musiche di Bregović in sottofondo o le immagini di città di mare dell’Adriatico farebbero supporre), il Caucaso, il Rwanda, il Medio Oriente o il Sudest asiatico. Sono le televisioni a diffondere le imprese dell’ambizioso e violento soldato che vuole diventare console. Con Gerard Butler, Vanessa Redgrave, Brian Cox, James Nesbitt c’è di nuovo, nel ruolo di una pasionaria popolana quasi “no-global”, Lubna Azabal, la protagonista di “Here”.

Infine la tedesca Diane Kruger (“Troy”, “Bastardi senza gloria”) interpreta un’immigrata bosniaca a Berlino, un po’ cameriera e un po’ tassista clandestina, in “Unknown – Senza identità”. Il buon thriller di Jaume Collet-Serra ha per protagonista Ralph Fiennes, medico cui viene “rubata” l’identità al suo arrivo nella capitale tedesca. Gina (Kruger) è una delle chiavi per scoprire la verità. Un po’ come l’ex agente della Stasi Ernst Jürgen (Bruno Ganz) che ha la casa tappezzata di foto di quel passato che rimpiange. Dietro l’intrigo si celano gli interessi delle case farmaceutiche.


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