Elbasan - foto di Roberto Morandi

Un incontro fortuito, ad Elbasan. E ne nasce un viaggio nella storia contemporanea, dall'occupazione italiana dell'Albania sino al crollo del regime di Enver Hoxa. Accompagnati da Benon Bertoli, italiano d'Albania. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

27/07/2012 -  Roberto Morandi

"Posso presentarmi? Sono Bertoli di Trieste". Sentire parole italiane in una strada d'Albania non è avvenimento poi raro, così come non è rarissimo incontrare un italiano. Ma l'accento chiaramente albanese e l'aggiunta successiva mi incuriosisce subito: “Sono un albanese di Trieste”, mi dice questo signore che fino a pochi minuti prima chiacchierava in tosco con un amico davanti alla chiesa cattolico-bizantina di Shen Pjetri, a Elbasan, curata dalle Suore Basiliane.

E così in un attimo resto conquistato dall'incontro fortuito, dal suo racconto, da un piccolo capitolo di storia tra le due sponde dell'Adriatico: quando l'Italia e la sua classe politica - certamente corrotta, ma ancora non del tutto conquistata dalla xenofobia populista - andò in soccorso degli albanesi di origine italiana, sparsi qua e là sulle montagne e nelle valli tra il Montenegro e l'Epiro.

Questa è una delle loro storie: “Mi chiamo Benon Bertoli, sono un albanese di Trieste. Mio padre era qui nel 1939, sa cosa faceva qui Mussolini nel 1939, no? Mio padre era soldato, veniva da Trieste e poi si è stabilito qui a lavorare nell'unica banca che c'era, vicino a dove ora ci sono le poste. Caduta la monarchia, cacciati i nazisti dall'esercito popolare, gli italiani d'Albania si ritrovarono dentro alla Repubblica Popolare di Enver Hoxha, destinata a diventare una delle dittature più chiuse e longeve d'Europa, stalinista, ostile persino al resto del blocco socialista, quello di stampo sovietico e quello Jugoslavo. Mi hanno chiamato Benon perché nel 1946, quando sono nato, c'era già il comunismo e non era il caso di usare il nome Benedetto [sospetto in quanto vagamente religioso, ndr]”.

Quando a inizio anni Novanta il regime stalinista e paranoico di Hoxha si è liquefatto, l'Albania è precipitata nella povertà più assoluta. Ed è qui che l'Italia - mentre gestisce in modo indecoroso l'emergenza in Puglia - mette insieme un programma per trarre d'impiccio gli albanesi di origine italiana. E' l'operazione Cora (Comitato Operativo Rimpatriandi dall'Albania), che parte nel 1992 ed è coordinata dal ministro Margherita Boniver.

Le prime storie dei desaparecidos in Albania erano tanto incredibili da finire sui giornali, anche a scopo propagandistico: le prime anziane donne italo-albanesi vengono riportate a casa direttamente dalla Boniver, sul suo aereo personale. Le vicende degli altri sono rimaste più nell'ombra: “Io e mia moglie siamo ripartiti nel 1993. I funzionari dell'ambasciata vennero a cercarci uno ad uno, anche qui a Elbasan. Eravamo circa mille in totale, in Albania. Quando ci chiesero in quale città volevamo andare, io risposi convinto Trieste, perché la mia famiglia era originaria di lì. E il funzionario mi rispose: 'Ah, ma allora lei è patriottico!'”.

Benon, che in Albania faceva l'insegnante, a Trieste ha trovato lavoro come operaio alla Illy Caffè, per quasi vent'anni. La sua seconda vita, quella italiana, sembra averlo soddisfatto: nel 2010, a 64 anni, ha potuto andare in pensione (la questione previdenziale fu lo stimolo che fece nascere anche un'associazione dei rimpatriati d'Albania, nel 2001); le sue figlie oggi studiano all'Università e lavorano.

D'estate Benon scende lungo i Balcani e viene ancora ad Elbasan. L'amico con cui chiacchierava sul marciapiede si chiama Ferdinando (albanese doc), Benon gli ha regalato anche una bella bici Legnano. Erano colleghi nella scuola e il legame che racconta mi fa venire in mente altri racconti dal blocco sovietico, dove il lavoro era l'ambito principale di socialità e dunque di relazioni, di amicizie. “Ferdinando è mio amico d'infanzia, siamo cresciuti insieme nel quartiere vicino alla Kalà [letteralmente "fortezza", indica la città storica murata, ndr].  Poi è stato mio collega, insegnava educazione fisica. Eravamo tutti legati tra noi, noi professori intendo. Ancora adesso organizziamo ogni anno un giro in Pullman in Europa”.

Elbasan - (http://www.flickr.com/photos/13945579@N03/)

Elbasan - (flickr/Michel27)

Chiedo al signor Bertoli come vanno le cose oggi, parliamo anche della convivenza religiosa che fino ad oggi sembra uno degli elementi positivi che si vedono in Albania: "Oggi non ci sono differenze religiose: nel nostro gruppo di ex insegnanti due sono ortodossi, due cattolici, quattro musulmani e così via. Siamo come fratelli, ci facciamo un dono reciproco per le feste". Sembrano i racconti che ogni tanto si sentono dai bosniaci, quando si rimpiange la Bosnia jugoslava, prima che la società multiculturale fosse spazzata via dai nazionalismi sovrapposti con le confessioni religiose: la convivenza che in altri posti è passato, in Albania sembra una realtà scoperta dopo la caduta del regime e che regge ancora oggi, in mezzo ad un contesto sociale che pure è difficilissimo, con enormi disuguaglianze.

Ma dietro - questo è il crudele paradosso - c'è anche la sofferenza imposta dalla dittatura ateista, che qui hanno sperimentato in molti. "Preti, imam: se davi fastidio, non faceva differenza, finivi nei guai. A qualcuno è andata bene, qualcun altro si è fatto anni e anni di prigione, 27 anni di prigione" dice Benon, mentre Ferdinando annuisce (suo fratello è un prete ortodosso). Nella chiesa bizantina alle nostre spalle gli affreschi rifatti in anni recenti raffigurano, accanto a Nene Tereza (Madre Teresa), anche il prete della chiesa, ucciso dalla persecuzione. "Tutti i totalitarismi sono uguali, le dittature possono essere di destra e di sinistra, ma sono sempre terribili".

Saluto il signor Bertoli, attraverso le stradine lastricate della Kalà: poco dietro la chiesa bizantina c'è la chiesa ortodossa di Santa Maria, riaperta dopo che era stata trasformata in deposito dell'esercito durante il regime. Seguendo la stradina centrale si trova la moschea cinquecentesca, rimasta in piedi - si dice - perché i bulldozer di Enver Hoxha non avevano potuto entrare attraverso le viuzze strette, per abbatterla. Poco oltre, sempre dentro le mura, c'è una moderna sala bingo, costruita invece in anni recentissimi, dopo aver abbattuto senza ritegno le antiche case della Kalà. Non so se questa storia d'Albania ha da insegnare qualcosa, se esiste una morale che qualcuno sa cogliere. Forse è solo una storia di singoli uomini, che andava raccolta.


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