Alla vigilia del referendum macedone, nel quale è in questione la nuova legge sul decentramento amministrativo, il premier albanese Fatos Nano interviene dal lago di Ohrid, per mettere in guardia Skopje dai pericoli cui andrebbe incontro se il referendum dovesse passare

03/11/2004 -  Indrit Maraku

Al coro delle dichiarazioni internazionali contro il referendum del 7 novembre in Macedonia, sulla legge del decentramento, si aggiunge anche Tirana. Il premier Fatos Nano ha avvertito le autorità macedoni che la stabilità di tutta la regione, compresa l'Albania e il Kosovo, è minacciata da questo referendum, rivolgendo un appello anche agli albanesi di "distanziarsi da elementi estremisti o avventurieri pagati e reclutati".

A fargli eco, ma con toni più morbidi, è stata anche la commissione Esteri del Parlamento albanese che ha definito il voto di domenica prossima come "un gioco pericoloso". I partiti albanesi a Skopje hanno apprezzato, mentre per il partito macedone VMRO-DPMNE quella di Tirana è stata una intromissione negli affari interni. Intanto, c'è già qualcuno a Tirana che vede le dichiarazioni di Nano come un tentativo di migliorare l'immagine internazionale del Governo albanese, messa a dura prova dalla pioggia di critiche del settembre scorso.

Un rischio per la regione
Il capo del Governo, Fatos Nano, ha scelto la città di Pogradec (sud est), sulle coste del lago di Ohrid che divide i due Stati, per mettere in guardia i vicini di casa su alcune "iniziative di lobby estremiste che tentano di far tornare indietro la situazione, minacciando la convivenza tra la popolazione albanese e quella macedone". Senza mezzi termini, Nano ha detto che il voto di domenica prossima "butterebbe all'aria" l'Accordo di Ohrid del 2001 che mise fine agli scontri armati durati 7 mesi tra albanesi e macedoni, il cui punto cardine è proprio la legge sul decentramento che garantisce più poteri alla minoranza albanese, specialmente nelle zone dove costituisce più del 20% della popolazione.

Davanti ad un gruppo di intellettuali, Nano ha espresso la sua preoccupazione che col referendum del 7 novembre, contro la nuova suddivisione territoriale della Macedonia, si rischia di far interrompere il processo delle riforme e dell'integrazione di tutta la regione balcanica. Il Premier ha messo in chiaro che dall'esito delle urne potrebbero crearsi situazioni pericolose "da non sottovalutate per la stabilità dell'Albania, del Kosovo e di tutti i Balcani occidentali, che si stanno staccando sempre più nettamente dal passato e dai conflitti interetnici, o dall'uso della violenza nelle controversie tra gli Stati".

Nano ha rivolto un appello diretto di vigilanza anche ai partiti albanesi in Macedonia: "Tenete gli occhi aperti, continuate a lavorare per la pace, per la convivenza e la stabilità di questo Paese vicino, perché è molto importante anche per la stabilità dell'Albania e della regione". La popolazione albanese, invece, dovrebbe "distanziarsi da elementi estremisti, da avventurieri pagati o reclutati, che potrebbero coinvolgersi in attività destabilizzanti mettendo a repentaglio la convivenza e tutte le politiche regionali e internazionali per l'integrazione della Macedonia, dell'Albania e di tutti gli altri Paesi della regione, nell'Europa moderna e nella Nato".

Ad appoggiare l'intervento di Nano è stata la commissione Esteri del Parlamento che ha chiesto alla "popolazione della Macedonia" di boicottare il referendum del 7 novembre. Durante una conferenza stampa, il capo di questa commissione, Ilir Zela (socialista), ha detto di "osservare con amarezza il gioco pericoloso di alcuni segmenti politici in Macedonia, i quali guardano il referendum come una possibilità per andare alle elezioni anticipate". Secondo Zela, "questo referendum mette a rischio non solo il futuro della Macedonia, ma quello di tutta la regione. Per questo, distanziarsi da esso garantirebbe la continuità dell'Accordo di Ohrid e della prospettiva euro-atlantica della Macedonia".

Agli appelli di Tirana, i partiti albanesi in Macedonia sembrano aver reagito bene. L'Unione democratica per l'integrazione (Bdi, al Governo) dell'ex leader politico della disciolta Uck (Esercito per la liberazione nazionale), Ali Ahmeti, ha definito quella di Nano una posizione diretta come quella dei leader occidentali. Più cauto, invece, il Partito democratico (Pdsh, opposizione) di Arber Xhaferri, che ha invitato tutti a boicottare le urne. I capi della macedone VMRO-DPMNE, anch'essa in opposizione, sono stati i più duri, definendo le dichiarazioni del Primo ministro albanese come un'intromissione negli affari politici interni.

Skopje l'ossigeno di Nano?
Ma cosa ha spinto Nano a sbilanciarsi nella scacchiera balcanica? Come sempre, gli scettici non mancano. Secondo alcuni opinionisti, le dichiarazioni del Premier contro il referendum in Macedonia sarebbero solo un tentativo per migliorare l'immagine internazionale del Governo albanese, rovinata dalle continue critiche giunte per tutto settembre a Tirana dall'Unione europea, dall'Osce e dagli Stati uniti. Una serie di rapporti e dichiarazioni misero poche settimane fa sotto accusa la leadership albanese per la mancata buona volontà nell'attuazione delle riforme. Ora, secondo gli stessi opinionisti, Tirana potrebbe usare la sua influenza sugli albanesi in Macedonia e nei Balcani, facendo la moderatrice e la mediatrice nello stesso tempo, per essere trattata diversamente dai centri di comando a Bruxelles e Strasburgo.

Dall'altra parte, non si possono dimenticare d alcuni precedenti che potrebbero giustificare i timori di Nano. Sia durante la guerra in Kosovo nel 1999, sia nel conflitto armato in Macedonia del 2001, la maggior parte degli albanesi che decisero di lasciare le proprie case si spostò in Albania, mettendo a dura prova l'economia locale. Anche il numero dei nuovi investitori durante questi conflitti si è dimostrato in calo. D'altronde, nessuno viene ad investire i suoi soldi a casa tua se a poche centinaia di chilometri c'è una guerra in corso, e questo sarebbe un motivo valido per spiegare l'intervento di Nano.

Comunque sia, i Balcani si preparano a passare un momento per niente facile. La creazione delle nuove istituzioni a Pristina dopo le recenti elezioni politiche, il referendum a Skopje, le prossime elezioni generali a Tirana e i negoziati sul futuro status del Kosovo sembrano essere le sfide balcaniche dei prossimi mesi.

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