Lavoratori

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Dalla fine del regime di Enver Hoxha, in Albania, e dai successivi massicci flussi migratori degli albanesi verso l'Italia sono passati ormai molti anni. Una lente interessante per comprendere al meglio questo fenomeno è quello dell'integrazione nel mondo del lavoro. Una nostra analisi

22/11/2010 -  Rando Devole

L’immigrazione albanese in Italia ha registrato negli anni una crescita continua, raggiungendo all’inizio del 2010 la quota di 466.684 presenze regolari sul territorio, quindi l’11% del totale degli immigrati.

Ma quanti sono gli albanesi che lavorano? Dove lavorano? In quali settori? Visto che il motivo principale che spinge gli albanesi a lasciare il proprio Paese è la situazione economica, allora la conoscenza del fenomeno migratorio dovrebbe cominciare dal lavoro che gli immigrati svolgono. Prima di immergerci in cifre e statistiche riguardanti i lavoratori dipendenti, bisogna dire che il lavoro non è solo l’essenza della migrazione, ma anche dell’integrazione, come spinta e opportunità per integrarsi nella nuova società.

Alla fine del 2009, secondo i dati Inail, in Italia lavoravano complessivamente 224.339 albanesi. Durante quest’anno sono state assunte nuove 15.472 persone, ma il saldo tra questi e gli usciti dal mercato del lavoro è negativo (-4.276), un evidente segno della crisi economica che ha attraversato il Paese recentemente. La rilevanza di queste cifre si può scorgere solo in rapporto con gli altri gruppi etnici. Se dovessimo mettere da parte la Romania, in quanto membro neocomunitario, i cui cittadini godono della libera circolazione all’interno dei confini dell’Ue, riscontreremmo che gli albanesi occupano il primo posto tra gli extracomunitari per il numero degli occupati, sia in generale, sia per quanto riguarda i nuovi assunti. I marocchini sono lontani statisticamente, ma loro hanno subito un calo più accentuato sul versante occupazione.

La maggior parte dei lavoratori albanesi sono uomini. Questi costituiscono il 68,7% degli occupati, mentre le donne solo 31,3% (70.220). Questo dato necessita di interpretazione, poiché l’immigrazione albanese si presenta attualmente abbastanza equilibrata dal punto di vista del genere. Infatti, se dovessimo considerare il numero complessivo risulta che 45,8% degli albanesi è costituito dalla componente femminile. Ciò dimostra da una parte l’origine inizialmente maschile della migrazione albanese, dall’altra la distribuzione attualmente più bilanciata nel mercato del lavoro. Ovviamente, ci sono anche influenze culturali, che portano ad un maggior impegno delle donne nella cura della famiglia. Il caso dell’Ucraina, tanto per fare un esempio dall’Est Europa, è all’opposto. I lavoratori ucraini in Italia sono 137.529, e solo il 18,4% sono maschi. L’immigrazione marocchina, invece, ha meno donne al lavoro (23,9%) degli albanesi. Si tratta di storie di emigrazione e di tradizioni diverse.

Le statistiche confermano che gli albanesi in Italia lavorano in tutti i settori economici. Si evidenziano concentrazioni che variano a seconda dei settori, ma non sono tali da indurci a parlare di “specializzazione etnica” nel mercato del lavoro. Nel settore industriale operano 110.731 lavoratori albanesi, quindi la maggior parte. Si tratta dell’industria meccanica, chimica, edile, elettrica, alimentare, tessile, del legno, ecc. Nel comparto dei servizi  risultano 90.056 occupati. Qui sono inclusi i sottosettori come commercio, trasporto, sanità, pulizie, turismo, assistenza alle famiglie, ecc. Infine, l’agricoltura: in questo settore lavorano non pochi albanesi, 20.158. In percentuale, l’ordine della presenza nei settori economici si presenterebbe così: industria (49,3%), servizi (40,1%), agricoltura (9%).

Per la distribuzione settoriale, i marocchini assomigliano agli albanesi, sebbene distribuiti in modo più equilibrato: industria (44,9%), servizi (44,4%), agricoltura (8,9%). A questo punto bisogna tenere presente il carattere temporaneo dei rapporti di lavoro nei servizi e nell’agricoltura, molto più marcato che nell’industria. Prendendo in considerazione l’alta composizione femminile dell’immigrazione ucraina in Italia, si comprende facilmente il motivo per cui nei servizi lavorano il 73,7% degli ucraini, mentre nell’industria solo 13,3% e in agricoltura ancora meno (4,4%). I dati demografici sono sempre legati con quelli del mercato del lavoro. Simile appare la situazione dei rumeni, anche se la loro presenza vanta numeri maggiori. Il 32,2% dei rumeni lavorano nell’industria, il 52,6% nei servizi e il 12,1% in agricoltura. La presenza femminile e maschile dei rumeni nel mercato del lavoro è divisa quasi ugualmente.

Chi conosce la struttura dell’economia italiana sa molto bene che questa è articolata principalmente in piccole e medie imprese. Si tratta di una delle caratteristiche basilari delle imprese italiane, con i suoi pregi e difetti. La maggior parte degli albanesi lavorano in piccole aziende. 135.194 lavorano in aziende con 1-9 addetti, 53.358 in aziende con 10-49 addetti, 21.415 in aziende con 50-249 dipendenti e 14.432 sono occupati in aziende con 250 lavoratori. Tale aspetto necessita di altre indagini, ma in generale si può affermare che l’anzianità dell’immigrazione presenta un certo legame con la presenza nelle grandi aziende. Queste ultime sono più sicure sul piano dell’occupazione, perché resistono meglio alle oscillazioni frequenti dell’economia di mercato, hanno più tutele, ma sono anche più difficili da raggiungere dagli immigrati. I marocchini hanno una presenza più diffusa nelle aziende grandi, mentre i rumeni e gli ucraini lavorano principalmente in piccole aziende, rispettivamente per 70,8% e 84,6%. Questo tipo di distribuzione dimostra più il grado di stabilizzazione nel mercato del lavoro, che la stessa integrazione. La badante che lavora presso una famiglia, come la maggior parte delle donne rumene e ucraine, è davvero integrata, ma il suo lavoro soffre di precarietà, poiché non stabile come gli altri lavori.

Normalmente, le migrazioni storicamente più datate dovrebbero avere una distribuzione più omogenea in economia. Ma ciò non costituisce una regola fissa, soprattutto quando entrano in gioco le tradizioni migratorie che canalizzano la manodopera verso alcune professioni. Nello stesso anno gli immigrati filippini in Italia, sebbene con storia molto meno recente degli albanesi, avevano questa distribuzione lavorativa: industria (7,2%), agricoltura (1,9%), servizi (80,2%). Il 74,5% lavorano in piccole aziende.

Il lavoro degli albanesi si concentra nel nord Italia. Anche loro rispettano i macroflussi dei migranti, che trovano più opportunità di occupazione nella parte economicamente più sviluppata del Paese. In pratica circa 60% degli albanesi lavorano nelle regioni settentrionali. La regione della Lombardia occupa il primo posto con 43.999 lavoratori. Diversamente a come si poteva immaginare, il secondo posto spetta alla Toscana, che non rientra ovviamente nelle regioni settentrionali. La regione della Toscana, con 29.338 albanesi occupati alla fine del 2009, precede con una lieve differenza Emilia Romagna, con 28.103 lavoratori. Il quarto ed il quinto posto sono occupati dal Veneto (20.094) e Piemonte (19.010), seguiti dalla regione del Lazio (11.523). All’ultimo posto c’è Sardegna, dove lavorano 426 albanesi, un numero davvero modesto che dimostra da una parte la capacità limitata del mercato del lavora sardo in termini di occupazione, ma anche la mancanza di tradizione migratoria degli albanesi in quell’isola, condizionata, tra l’altro, dai fattori geografici.

Naturalmente, nelle dinamiche dei flussi migratori non pesa solo la vicinanza tra i Paesi, ma anche le reti umane e di parentela che si creano. Nel caso albanese tra le due coste, le reti tra amici e parenti costituiscono una delle condizioni principali dell’attrazione migratoria. In tal modo si potrebbe spiegare la notevole presenza degli albanesi, se consideriamo le opportunità economiche e le dimensioni regionali, nelle regioni adriatiche: Marche (9.846) e Puglia (9.785). Tuttavia, non bisogna dimenticare che queste due regioni si distinguono per il loro dinamismo economico che le fa uscire dagli schemi del Sud sottosviluppato.

Com’è andato il lavoro degli albanesi durante il 2009? Non tanto bene. L’andamento generale è stato negativo, con -4276 lavoratori, sostanzialmente a causa della crisi. Solo in Lombardia sono usciti dal circolo lavorativo 1623 albanesi, quindi più di un terzo del totale. L’aumento della disoccupazione nelle altre regioni con maggiore presenza di lavoratori albanesi è risultato più contenuto (Emilia Romagna -440 e Toscana -543). Stranamente la Liguria ha avuto una tendenza positiva con 50 occupati albanesi in più dell’anno precedente. Lo stesso si può dire della Sardegna, anche se la crescita è impercettibile (solo 3 lavoratori in più). Sarebbe comunque utile prendere in considerazione il rapporto di lavoro che sta dietro le cifre finora esaminate, un elemento che non emerge dai dati in possesso.

La mappa del lavoro degli albanesi in Italia manifesta alcuni aspetti interessanti. Nell’ambito della forte concentrazione al Nord – il che vale per tutti gli immigrati – la distribuzione dei lavoratori albanesi pare più omogenea. Lo stesso si può dire dei settori economici. La femminilizzazione dell’immigrazione albanese ha aumentato il proprio peso specifico del lavoro delle donne, sebbene la componente maschile sia maggioritaria. La manodopera albanese viene utilizzata anche in settori trascurati dagli studiosi, come ad es. l’agricoltura, dove gli albanesi occupano il primo posto tra i paesi non comunitari. Dall’altro lato, le statistiche secondo le tipologie delle aziende sono più che evidenti per quanto riguarda il loro radicamento nel mercato del lavoro. In poche parole, i dati dimostrano innanzi tutto la stabilità e l’integrazione degli albanesi nel tessuto economico italiano.


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