Un romanzo permeato da un profondo e quasi inconsolabile senso di disperazione, che tuttavia, lascia un piccolo spazio per la rivincita, anche se al caro prezzo dell’abbandono del proprio paese. Una recensione pubblicata in collaborazione con Il Gioco degli Specchi

07/01/2014 -  Silvia Camilotti

Il terzo romanzo di Ron Kubati propone temi cari a molti autori provenienti dai Balcani, la cui dolorosa e travagliata storia non poteva che segnarli e riemergere artisticamente nelle loro scritture. Il buio del mare esplicita, sin dal titolo, quella che è sia condizione che sensazione che accompagna il protagonista, e di riflesso anche il lettore, dall’inizio alla fine del romanzo, di cui, tra l’altro, una parte era già stata pubblicata con il titolo Luca e premiata nel 2004 come opera inedita al concorso letterario “Popoli in cammino”.

Il buio è il filo che lega le vicende ed è presente non solo letteralmente in numerose scene del testo ma anche metaforicamente nelle menti del giovane protagonista e del lettore. Lo stratagemma poi che vede la narrazione in terza persona mira ad accrescere il senso di distacco e – aggiungerei – di sperdimento.

Nonostante questa forma di narrazione generalmente allenti il coinvolgimento del lettore, non si può dire che ciò accada ne Il buio del mare: la percezione di assenza, distacco e lontananza non contrastano affatto con la crescita di un senso di ansia e dunque con il coinvolgimento del lettore che abbastanza facilmente entra in empatia con il bambino protagonista. Dunque, l’idea di una minaccia incombente non abbandona mai le vicende e giace, latente e non dichiarata, sullo sfondo di ogni capitolo.

Probabilmente la personificazione del lettore, nonostante la narrazione in terza persona, è anche facilitata dal fatto che il personaggio principale è appunto un bambino. Un’ulteriore scelta che enfatizza il senso di sperdimento è la totale assenza di specificità temporale e spaziale, rafforzate da un incessante e martellante anonimato del protagonista che solo nel finale acquisisce un’identità, attribuitagli in ogni caso da qualcun altro.

Potremmo dire che è in atto lungo tutto il romanzo un inesorabile processo di scarnificazione che trova riscontro sia a livello di contenuto che di forma: l’inaridimento riguarda i luoghi, sempre desolati, miseri, vuoti, abbandonati a se stessi oppure riempiti di voci con le quali, in ogni caso, il giovane protagonista non entra in relazione; l’inaridimento, materiale e spirituale, travolge le persone, abbruttite dall’alcool (come il fratello del protagonista) e ridotte al rango di bestie che impietosamente biasimano il bambino solo perché figlio di un condannato a morte per impiccagione; l’inaridimento riguarda i rapporti, riempiti solo di indifferenza o violenza; l’inaridimento segna il volto della madre, figura silente che rompe il muro di rassegnazione dietro il quale si protegge solo per dire al figlio, in un attimo di lucidità, di salvarsi; l’inaridimento lo si ritrova nello stile, asciutto, sintetico, senza sbavature.

“Mesto senso di separatezza e perdita”, (p.73) scrive l’autore a proposito di una sensazione che attanaglia il bambino e che riassume perfettamente la nota che risuona incessantemente nel romanzo. Anche la struttura del testo accentua tale percezione: è infatti suddiviso in numerosi brevi capitoli, che riflettono sin nei titoli l’essenzialità del contenuto: Deficit, L’impiccagione, Il lutto, Reietto, Gli Spari ecc per indicarne alcuni.

Le parole, forse proprio perché così misurate, assumono una valenza fortemente icastica, conferiscono plasticità alle sensazioni che perdono in astrattezza e diventano pesanti come macigni; il linguaggio diventa veicolo di una violenza soffusa, a stento soffocata ed a rischio improvviso di esplosione.

E poi c’è il mare, mare buio che impaurisce, ma che diventa anche occasione di relazione e, nel finale, persino di salvezza. La conclusione è sospesa, anche se l’assenza di risposte o soluzioni non preclude la speranza di un nuovo inizio, segnato, tuttavia ed ancora una volta, dal distacco.

Va e non torna, citando un altro romanzo di Kubati, potrebbe essere il pensiero sottinteso che accompagna l’imbarco del bambino verso un orizzonte ignoto ma carico di possibilità che nella sua terra gli sono negate. Potremmo dire che, ancora una volta, la salvezza, l’inizio di una nuova vita porta con sé un carico di dolore, separazione, perdita, non ritorno, che è poi la condizione di coloro che migrano alla ricerca di migliori opportunità di esistenza.

Tale umana, umanissima aspirazione, è appesantita in questo romanzo da un profondo e quasi inconsolabile senso di disperazione, che tuttavia, lascia un piccolo spazio per la rivincita, anche se al caro prezzo dell’abbandono del proprio paese, della propria famiglia e persino del proprio nome. Il buio del mare diventa l’occasione, per l’autore, di denuncia, non urlata ma forse per questo ancora più tagliente, delle ingiustizie, delle violenze, della degradazione di società oppresse dalla storia.


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