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In miniera - foto di Andrea Pandini

Sono in 13 a 1440 metri sotto terra. Sono in sciopero della fame e protestano per condizioni di lavoro insopportabili. La lotta dei minatori albanesi e la tutela del lavoro nel Paese

12/08/2011 -  Marjola Rukaj

Da due settimane 13 minatori albanesi stanno facendo uno sciopero della fame, 1440 metri sotto terra, in fondo ad una delle miniere di Bulqiza, Albania orientale.

Nulla di nuovo in Albania: sempre più spesso si assiste a lavoratori – spesso costretti a condizioni estreme – che chiedono più diritti ai datori di lavoro, in questo caso la società austriaca ACR.

Bulqiza è una cittadina le cui ricchezze minerarie sono diventate la maledizione della popolazione locale, dedita al loro sfruttamento in condizioni pre-industriali, senza che questo cambi al susseguirsi degli investitori.

I minatori sembrano ora aver raggiunto il punto di non ritorno: chiedono l’aumento dei salari, migliori condizioni tecniche sul luogo del lavoro e l’abbassamento dell’età di pensionamento per la loro categoria.

Nonostante la situazione drammatica cui lo sciopero ha portato, la vicenda non ha per ora interferito con le vacanze dei politici, non sembra aver scosso la società e la stessa società austriaca ACR stenta ad avviare negoziati con i rappresentanti dei minatori.

Il dramma di questi minatori non è però un caso isolato in Albania. Quello che sta venendo alla ribalta con l’esposizione mediatica della questione è semplicemente la punta dell’iceberg dell’imbarazzante situazione del mondo del lavoro nel Paese. Diritti dei lavoratori, loro rappresentanza, sicurezza sul lavoro, superficialità di concessioni e controlli, sono problemi del tutto attuali – e trascurati dalla politica - eredità pesante dell’infinita transizione in stile albanese.

Il fascino discreto del capitalismo selvaggio

I minatori si erano trovati esattamente nelle stesse condizioni circa tre anni fa. Un altro sciopero, nonostante vi fu l'attenzione dei media, non aveva portato ad alcun risultato.

I minatori, sono i meno longevi tra gli albanesi, “Bisogna prima morire, poi ottenere la pensione" – sintetizza dolorosamente un minatore davanti ai riflettori di Top Channel, una delle principali reti televisive albanesi. Altri suoi colleghi affermano che sono in pochi a superare i 60 anni di età. Le pensioni assegnate per legge ai minatori, nonostante la professione sia oggettivamente usurante, sono tra le più basse nel Paese.

La transizione albanese ha prodotto una società in cui i diritti dei lavoratori, il rispetto dei contratti, del codice del lavoro e la garanzia dei diritti minimi, sembrano concetti superati. “Roba da comunisti”, e “propaganda marxista d’altri tempi” come si suol sentire spesso tra gli albanesi, imprenditori e non.

L’Albania è tra i Paesi balcanici dove hanno luogo meno scioperi, e dove la popolazione è spesso scettica nei confronti di ogni forma di protesta sociale.

A determinare tale tipo di atteggiamento è principalmente la sfiducia nei confronti della classe politica, considerata intenta a perseguire solo i propri interessi.

A tutto questo si aggiunge la convinzione diffusa di vivere in un sistema di capitalismo selvaggio e spietato, una sorta di modello assorbito dalla propaganda anticapitalista nei tempi del regime.

I minatori, sostenuti da uno dei principali sindacati del Paese, costituiscono l’unica categoria di lavoratori che di tanto in tanto intraprende uno sciopero.

Sicurezza sul lavoro

Gli incidenti nelle gallerie delle miniere albanesi sono all’ordine del giorno. In questi giorni lo sciopero della fame dei minatori sta avendo luogo a 1400 metri sotto terra, in una galleria in cui si lavorava in condizioni di sicurezza inadeguate, come hanno poi dichiarato gli esperti del RIShM, il reparto per la salvaguardia delle miniere che opera nell’ambito del ministero dell’Energia.

Secondo Kol Nikollaj, presidente del sindacato che sta assistendo i minatori, le società che sfruttano le miniere preferiscono non investire per la costruzione delle infrastrutture necessarie a garantire la sicurezza dei lavoratori.

Ma questo non avviene solo nell’ambito delle miniere. Le morti bianche sono una piaga quotidiana in Albania, che passa però puntualmente a piè di pagina della cronaca nera nei media nazionali. Un settore in cui si muore quotidianamente senza far rumore mediatico è l’edilizia, il settore principale dell’economia del Paese.

Attivismo per il potere

Il mondo del lavoro in Albania, a vent’anni dalla caduta del comunismo, costituisce un settore che giace in grave crisi. Gli albanesi però non protestano per il miglioramento della loro condizione. Ma non sembra più consapevole dei cittadini nemmeno chi dovrebbero farsi portavoce dei loro diritti.

Tra questi ad esempio la sinistra. La difesa dei lavoratori e delle classi più povere della società sono concetti tradizionalmente associati a quest'ultima.

Il Partito socialista e i suoi alleati in Albania, sembrano però troppo presi dalle preoccupazioni relative alla presa del potere. Le poche volte in cui si sono visti affiancare i più deboli del Paese è stato durante la campagna elettorale.

Non sono i soli ad essere disattenti. Da anni i problemi sociali del Paese non sono presenti sui media e i pochi giornalisti specializzati nel sociale riportano che persino le ONG più attive da almeno un paio di anni non presentano progetti di spicco che si occupino di questi problemi. Spesso anzi l'attivismo nelle Ong è un trampolino di lancio per la politica. E' accaduto con molti di Mjaft, la maggiore ONG del Paese. Lo stesso esempio è stato seguito anche dai leader di Ong minori che ora si trovano tra le fila dei socialisti, senza aver tradotto in politica nulla dell’attivismo precedente.

Il Paese dei balocchi

Questa volta però ad essere accusata di non rispettare i diritti dei lavoratori non è un'azienda locale tirata su in qualche modo, con poca esperienza e per raggiungere il massimo profitto nel minor tempo possibile ma una società austriaca, dall’esperienza pluriennale nel campo.

Anche questo è un fenomeno molto radicato in Albania, tollerato e trascurato. Viene permessa agli investitori stranieri una condotta che difficilmente si sarebbe verificata nel loro Paese d’origine. In tal modo Paesi come l’Albania, oltre a essere il paradiso della manodopera a quattro soldi, sono anche il buco nero dove diritti dei lavoratori e condizioni di sicurezza permangono concetti “negoziabili”.

Mentre stanno ostinatamente rischiando la vita a 1400 metri sotto terra, i 13 minatori, dopo l’ennesima crisi politica improduttiva, hanno avuto il coraggio di sbattere in faccia agli albanesi i veri problemi del Paese, che non si possono più nascondere con la scusa della transizione perenne e incontrollabile come si è fatto finora.


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