Dentro il laboratorio IKU

Di che qualità sono i prodotti che si trovano sulle tavole degli albanesi? È il tema di questa breve inchiesta svolta sul campo dal nostro corrispondente. Le regole ci sono, ma non sempre vengono osservate. Sul mercato finiscono prodotti scadenti ed i consumatori sono poco tutelati

01/09/2005 -  Indrit Maraku Tirana

Nei suoi sforzi di avvicinarsi all'Unione Europea da diversi anni l'Albania ha riformato la sua legislazione anche nel campo dei prodotti alimentari. Nonostante ciò, non tutto funziona come dovrebbe e sul mercato finiscono spesso prodotti di pessima qualità oppure, a volte, anche rischiosi per la salute dei consumatori. "La legislazione c'è, ma non viene applicata", dicono gli esperti.

I prodotti più problematici, e che nello stesso tempo vengono controllati di più, sono quelli importati, racconta all'Osservatorio sui Balcani Bedri Tafani, direttore dell'Ispettorato regionale agro-alimentare di Tirana. "Su circa 300 analisi che facciamo ogni mese, 180 riguardano i prodotti importati. Le restanti 120 vengono effettuate sui prodotti locali".

Tafani confessa che comunque i rischi rimangono. "Le analisi nelle dogane durano circa una settimana. Nel frattempo molti commercianti non sanno dove mettere la merce, perciò la mandano direttamente sul mercato. Quando escono i risultati delle analisi, spesso il prodotto è già stato venduto".

"Nonostante negli ultimi anni ci siano stati alcuni miglioramenti, la qualità di ciò che consumano gli albanesi rimane scarsa - spiega Tafani - Questo perché il potere d'acquisto del consumatore stesso è ancora basso". Poi, secondo il direttore, manca l'abitudine di controllare la scadenza dell'articolo prima dell'acquisto. "Circa il 50% dei consumatori vive in condizioni di povertà e non fa caso alla qualità di ciò che acquista. Solo il 30% dei consumatori cerca prodotti di buona qualità, mentre il 20% sceglie una via di mezzo".

Tafani ammette francamente che i suoi uomini possono fare poco con i controlli. "È grazie alla concorrenza e non alla nostra capacità di controllare, se riusciamo a bloccare i prodotti scadenti. I miei ispettori possono essere comprati, non invece chi rischia di perdere i suoi soldi".

"Se io non proteggo la mia fetta di mercato, allora sono spacciato", lo interrompe Fatmir Luga, proprietario della linea di produzione dell'olio d'oliva "Alfavo". È lui che ci spiega ciò che accade con la data di scadenza prima che un prodotto entri in Albania. "Spesso si tratta di articoli molto vicini alla scadenza - dice - perciò essa viene cancellata e sulla stessa confezione ne viene stampata una nuova. Questa operazione si fa in paesi come la Macedonia, la Turchia e l'Italia".

Corruzione

Le analisi sugli alimenti vengono eseguite all'Istituto per le ricerche alimentari (Iku). I laboratori sono vecchi e poco attrezzati e in essi "possono effettuarsi alcune analisi generiche, ma niente di specifico", racconta all'Osservatorio un esperto che per paura di perdere il posto di lavoro preferisce mantenere l'anonimato.

"Spesso troviamo prodotti che non hanno i requisiti necessari per andare sul mercato. Noi denunciamo i casi all'Ispettorato regionale agro-alimentare di Tirana (quello diretto da Tafani, ndr), ma le leggi non vengono applicate per via della corruzione tra gli ispettori che chiudono un occhio quando vengono pagati". Nel migliore dei casi, chi vende prodotti non autorizzati, prende un avvertimento o una multa. "Non abbiamo mai sentito casi di ritiro della licenza", dice l'esperto.

La sede del laboratorio IKU

Poche settimane fa l'Iku ha effettuato alcune analisi su 10 marche diverse d'olio d'oliva. "Solo uno di essi rispettava i parametri necessari per essere definito 'olio d'oliva', ma gli altri nove continuano a essere venduti come tali", racconta l'esperto. Peggiore il problema riscontrato nel pane consigliato dal medico per le persone che soffrono di diabete. "Il livello di zucchero era maggiore di quello contenuto nel pane normale: a chi lo comprava causava gli effetti contrari a quelli desiderati". A denunciare i casi si sono messi anche i media: le telecamere di "Fiks Fare", la trasmissione di punta dell'emittente privata Top Channel (molto simile a Striscia la notizia), sono riuscite ad entrare poco tempo fa in alcuni magazzini nella periferia di Tirana dove le bottigliette dell'acqua "Lajthiza" venivano riempite clandestinamente dal rubinetto. A denunciare il caso era stato il proprietario della linea di produzione, che si era accorto del gusto diverso di alcune bottigliette presenti sul mercato.

Secondo l'esperto dell'Iku, molti prodotti hanno problemi con i conservanti, che spesso sono al di sopra delle norme. Non mancano altrettanto i casi di abuso di pesticidi sulla frutta e verdura "che non si sa di che tipo siano". "Un problema a parte sono poi le confezioni che non rispettano gli standard minimi, non riuscendo così a mantenere integro il prodotto".

Anche l'esperto dell'Iku lamenta l'assenza di laboratori che siano capaci di effettuare analisi specifiche come quelle sugli OGM (organismi geneticamente modificati). Esse vengono effettuate privatamente all'estero per conto dell'Associazione dell'agricoltura organica (www.organic.org.al) a capo della quale è Lavdosh Ferruni, uno dei più strenui oppositori all'impiego di OGM in Albania. Da cinque anni l'Associazione in questione gestisce un negozio nel pieno centro della capitale con solo prodotti organici. Si tratta dell'unico negozio di prodotti biologici in tutto il Paese.

Rischio OGM

Lavdosh Ferruni

"L'Albania è ancora uno dei pochi Paesi non contaminati dagli OGM, ma purtroppo non abbiamo ancora una legislazione in materia", dice Ferruni all'Osservatorio sui Balcani. Alcuni mesi fa l'associazione diretta da lui fu promotrice di un forte dibattito sui media, dopo che l'USAID (l'Agenzia Usa per lo sviluppo internazionale) portò nel Paese come aiuto agli agricoltori una nave carica di mais geneticamente modificato. "Fino ad ora hanno portato circa 15 mila tonnellate di mais e soia geneticamente modificati. È proprio l'USAID che ostacola la creazione di una legge sugli OGM in Albania - dice Ferruni - perché guardano il nostro Paese come un possibile mercato dove portare la merce dopo aver pulito i loro magazzini. Non dobbiamo diventare il laboratorio dove le compagnie straniere effettuano i propri esperimenti".

Ferruni lamenta una sorta di indifferenza da parte delle autorità albanesi. "Non abbiamo nessun aiuto dal Governo perché vige l'idea che quando c'è l'America di mezzo non si può fare niente. Ma per quel che riguarda gli OGM, attualmente il pericolo maggiore per l'Albania proviene proprio dall'America".

Anche lui denuncia l'assenza di controlli adeguati. I media locali hanno parlato recentemente di un carico di pepe rosso proveniente dall'India del quale si pensa sia cancerogeno. "In Francia è stato bloccato, da noi invece non è possibile sapere con esattezza nemmeno se è finito sul mercato o no", commenta Ferruni.

Altri pericoli per i consumatori provengono anche dall'uso degli ormoni in agricoltura, che secondo Ferruni da un po' di tempo si pratica anche in Albania e che "è stato certificato che influenzano negativamente sulla salute della gente". L'uso di sostanze tossiche sulla frutta è un altro grave problema. "Le regole - secondo Ferruni - dicono che il prodotto non deve essere consumato per almeno 10 giorni, ma spesso lo trovi sul mercato il giorno dopo l'uso di queste sostanze. Purtroppo, i consumatori albanesi sono completamente indifesi".


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