Un articolo di Artini e Lovat contribuisce al dibattito sull'efficacia dell'intervento internazionale nella costruzione di una Bosnia multietnica e replica alle voci più critiche sul tema dei rientri e dell'integrazione

22/01/2008 -  Francesca Vanoni

L'impegno della comunità internazionale per il mantenimento dell'integrità territoriale della Bosnia Erzegovina è stato evidente. Sono numerose, tuttavia, le critiche sull'efficacia delle politiche volte a sostenere l'integrazione inter-etnica nel paese ed il ritorno di sfollati e rifugiati nelle aree di origine.

Paolo Artini e Henry Lovat, entrambi funzionari dell'Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR/ACNUR)*, rispondono con un articolo, che pubblichiamo integralmente, ad una di queste voci critiche secondo la quale le politiche di ritorno e integrazione sostenute dalla comunità internazionale a partire dagli accordi di Dayton rappresentano un fallimento.

Timothy W. Waters, nel suo articolo "Contemplating Failure and Creating Alternatives in the Balkans: Bosnia's Peoples, Democracy, and the Shape of Self-Determination", pubblicato sullo Yale Journal of International Law, afferma che la divisione etnica della Bosnia Erzegovina, ed eventualmente una separazione delle due entità con un riconoscimento ad entrambe della sovranità statuale, possa essere una possibilità da prendere in seria considerazione per una soluzione dello stallo bosniaco.

Da parte loro, Artini e Lovat, pur ammettendo che in alcune aree del paese la tolleranza inter-etnica lasci molto a desiderare, sottolineano l'importanza dei passi avanti realizzati, in un lasso di tempo relativamente breve a partire dalla fine del conflitto, rispetto alle questioni dei rientri e all'integrazione tra le varie comunità nazionali.

Gli Accordi di Dayton, hanno assegnato all'UNHCR l'incarico di assistere le istituzioni nell'implementazione dell'allegato VII (Accordo su Rifugiati e Sfollati). A sostegno della loro tesi, gli autori dell'articolo riportano alcuni dati estratti dalle statistiche realizzate proprio dall'Alto Commissariato per la misurazione dei rientri: tra gennaio 1996 e giugno 2004, sono stati 443.704 i ritornanti appartenenti alle minoranze, definiti come persone che sono rientrate nelle municipalità dove risiedevano prima del conflitto e dove attualmente è numericamente e politicamente dominante un gruppo nazionale diverso dal loro.

Alcune cifre citate nell'articolo illustrano più in dettaglio il fenomeno che negli anni è stato fortemente sostenuto, accanto all'UNHCR, da numerosi programmi di cooperazione che hanno coinvolto a vari livelli organizzazioni internazionali, soggetti della società civile, così come enti locali europei tuttora impegnati in iniziative di sviluppo locale e riconciliazione.

L'articolo di Artini e Lovat, inoltre, afferma la sostenibilità del processo sottolineando come le complesse misure di restituzione delle proprietà immobiliari ai legittimi proprietari pre-conflitto siano state un elemento fondamentale della strategia a sostegno dei ritorni, così come dei processi di riconciliazione e pacificazione del paese.

D'altra parte, va notato che esiste una difficoltà oggettiva relativamente al monitoraggio dei tempi di permanenza dei ritornanti, visto che a volte le proprietà vengono riacquisite e successivamente vendute.

In conclusione, gli autori affermano l'irreversibilità del processo di integrazione multi-etnica della Bosnia Erzegovina sostenendo che immaginare una divisione del paese lungo linee etniche non solo sarebbe estremamente problematico rispetto al diritto internazionale ma sarebbe oggi improponibile data la complessità dell'attuale carta demografica.

* Le opinioni espresse nel testo sono attribuibili unicamente agli autori e non rispecchiano necessariamente quelle delle Nazioni Unite, UNHCR, o qualunque altra organizzazione o istituzione alla quale gli autori sono associati.


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